Pausanias.

DESCRIZIONE DELLA GRECIA.

Volume 3.
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Traduzione di: Antonio Nibby, Accademia Romana Archeologia.
1818 Vincenzo Poggioli Stampatore, Roma.
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Questo testo  stato curato da: Gianluigi Trivia e Ruggero Volpes per il "progetto Manuzio".
Una iniziativa dell'associazione culturale Liber Liber.
Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito Internet: http://www.liberliber.it/
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
        http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice.
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APPROVAZIONE.
IMPRIMATUR.
LIBRO SETTIMO. Delle cose Acaiche.
LIBRO OTTAVO. Delle cose Arcadiche.
LIBRO NONO. Delle cose Beotiche.
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Fine Indice.
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APPROVAZIONE.
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Per commissione del Reverendissimo Padre Maestro del Sagro Palazzo Apostolico Filippo Anfossi, ho letto il Volume terzo intitolato "Descrizione della Grecia di Pausania" n vi ho trovato cosa alcuna contro la Santa Fede, ed i buoni costumi; anzi sono di opinione, che sia degno della pubblica luce.
Roma San Pietro in Vincoli 20. Aprile 1818.
D. Michele Guidotti Senese. C. R. Lettore Emerito di Sagra Teologa, e Filosofa, e Relatore della Sagra Congregazione dell'Indice.
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IMPRIMATUR.
Si videbitur Reverendissimus Pater Magister Sacri Palatii Apostolici
Candidus Maria Frattini Archiepiscophus Philippensis Vicesgerens.
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IMPRIMATUR.
Fratri Philippus Anfossi Ordin. Praedicaetori Sacri Palatii Apostolici Magister.
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LIBRO SETTIMO. DELLE COSE ACAICHE.
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CAPO PRIMO.
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Situazione dell'Acaja - Suo antico nome di Egialo, e suoi primi Re - Gli Achi passano nell'Egialo, e ne cacciano i Joni - Questi sono ricevuti dagli Ateniesi.
1. Quella terra che fra l'Ela, e la Sicionia stendesi al mare ad oriente, e che Acaja a' nostri giorni si noma da quelli che l'abitano,  la stessa, che anticamente appellavasi Egialo; ed Egialesi quelli, che l'abitavano, si addimandavano, al dir de' Sicionj, da un tal Egialeo Re della odierna Sicionia: altri vogliono dalla situazione del paese avesse tal nome; conciossiach la pi parte di esso sia una spiaggia.
2. Dopo, sendo morto Ellene, gli altri figli di questo cacciarono Xuto dalla Tessaglia, accusandolo, che avendo sottratto per se delle ricchezze paterne le ritenesse. Costui, fuggitosi in Atene ebbe l'onore di avere la figlia di Eretteo in moglie, e di lei ebbe figliuoli Acho, e Jone. Morto Eretteo, Xuto fu giudice tra' figli suoi del regno; e poich decise, che fosse fatto Re Cecrope il pi vecchio di essi, gli altri figli di Eretteo lo cacciarono dal paese. Giunto in Egialo, avendo stabilito ivi la sua abitazione, vi mor. De' suoi figliuoli, Acho avendo dall'Egialo, e da Atene tolto ajuti, ritorn in Tessaglia, ed ottenne il principato paterno. A Jone poi, che raccoglieva un esercito contro gli Egialesi, ed il loro Re Selinunte, furono da Selinunte inviati de' messi, proponendogli per isposa l'unica sua figliuola Elice, e di adottarlo per figlio onde potesse salire sul trono. Ci non dispiacque a Jone, il quale morto Selinunte ebbe il regno dagli Egialesi, e dal nome della moglie edific nell'Egialo la citt di Elice, e gli uomini dal suo fece chiamare Joni. Questo non fu un cangiamento di nome, ma una giunta; conciossiach gli Egialesi si chiamassero Joni; ma il paese continu a ritenere il nome suo primitivo. Bast pertanto ad Omero nel catalogo di quei, che seguirono Agamennone di mostrare il nome antico del paese:
E per l'Egialo intiero, e intorno all'ampia
Elice.
Sotto il regno di Jone, facendo gli Eleusinj agli Ateniesi la guerra, ed avendo questi ultimi chiamato Jone al comando di questa guerra, costui pag il tributo alla natura nell'Attica, ed il suo sepolcro  nel borgo di Potamj. I discendenti di Jone ebbero il governo dei Joni fino a tanto che essi, ed il popolo furono dagli Achi espulsi.
3. Era allora agli Achi ancora accaduto di essere da Lacedemone, e da Argo dai Dorj cacciati. Quello che fra i Joni, e gli Achi avvenne sar subito dal mio ragionamento percorso, dopo avere premesso per qual cagione gli abitanti di Lacedemone, o di Argo prima della discesa de' Dorj furono i soli de' Peloponnesj ad essere chiamati Achi. Arcandro di Acho, ed Architele, dalla Ftiotide pervennero in Argo, dove diventarono generi di Danao, ed Architele prese Automata, Arcandro Scea. Mostrano aver poco dimorato in Argo da questo: cio che Arcandro pose al figlio il nome di Metanaste. Divenuti i figli di Acho potenti in Argo, e in Lacedemone prevalse allora, che i popoli si appellassero Achi. Questo nome l'aveano in comune, di Danai poi l'aveano particolarmente gli Argivi. Allora dai Dorj, espulsi da Argo, e da Lacedemone, annunziarono per un araldo agli Joni, essi ed il Re loro Tisamene di Oreste di divenire loro concittadini senza guerra. Ma i Re de' Joni ebbero timore, che frammischiatisi con loro gli Achi, non togliessero per Re in comune Tisamene, per la bravura sua, e lo splendore del suo lignaggio. Non avendo i Joni accettato le proposizioni degli Achi, che anzi sendo usciti colle armi, Tisamene cadde nella pugna; ma gli Achi avendo vinto i Joni li assediarono in Elice dove si erano rifuggiati, e finalmente li lasciarono partire a condizioni. Gli Achi seppellirono il corpo di Tisamene in Elice: ne' tempi susseguenti, i Lacedemonj, per comando dell'oracolo di Delfo ne portarono le ceneri a Sparta, ed a mio tempo ancora il suo sepolcro era l dove si danno le cene ai Lacedemonj dette Fedizie.
4. I Joni pervenuti nell'Attica furono accolti per concittadini dagli Ateniesi, e dal Re loro Melanto di Andropompo, per cagione di Jone, e delle cose da lui operate allorch resse nella guerra gli Ateniesi. Si dice ancora che gli Ateniesi sospettando, che i Dorj non volessero neppure da loro astenersi, pi per propria forza, che per benevolenza verso i Joni li ricevessero concittadini.
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CAPO SECONDO.
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Colonia de' Joni in Asia - Le tre Colonie portate dai Greci - Milesj - Tempio di Apollo in Didimi e Diana Efesia - Androclo va ad Efeso - Sua morte, e sepolcro - Priene e Miunte occupate dai Jonj.
1. Non molti anni dopo, Medonte, e Neleo i pi vecchi de' figli di Codro, vennero in contesa del principato, e Neleo diceva non volere soffrire di avere Medonte per Re, perch Medonte era zoppo di un piede. Sendo loro piacciuto di rimettersi all'oracolo di Delfo, diede la Pizia il regno di Atene a Medonte. Laonde Neleo, e gli altri figli di Codro n'andarono a fondare una colonia, portando con loro quelli degli Ateniesi, che seguire li vollero; la maggior parte per della loro truppa era composta di Joni.
2. Questa fu la terza delle flotte che sotto Re differenti, e di differenti nazioni composte furono di Grecia altrove spedite. Imperciocch ne' tempi pi antichi Jolao Tebano nipote di Ercole, fu condottiere degli Ateniesi, e de' Tespiesi in Sardegna. Una generazione innanzi, che i Joni partissero di Atene, Tera di Autesione Tebano men nella isola, che ora da lui Tera addimandasi, ma che prima appellavasi Callisto, i Lacedemonj ed i Minj dai Pelasgi cacciati di Lemno. Per la terza volta adunque allora i figli di Codro furono scelti per principi de' Joni, senza che nulla di commune avessero nella origine con quelli, ma Messenj da Pilo dal lato di Codro, e Melanto, e di madre Ateniesi. Della flotta de' Joni fecero parte i seguenti fra i Greci: i Tebani, che insiememente con Filota trovavansi, discendente da Peneleo, e gli Orcomenj Minj per la consanguineit che aveano co' figli di Codro: v'ebbero parte i Focesi ancora ad eccezione de' Delfj, e gli Abanti dalla Eubea. Ai Focesi furono date le navi per la navigazione da Filogene, e Damone figli di Euctemone, Ateniesi, i quali furono anche condottieri loro nella colonia. Come ebbero approdato colle navi nell'Asia, si rivolsero chi ad una, chi ad altre citt marittime; Neleo poi e la sua oste a Mileto.
2. I Milesi istessi raccontano queste cose essere ne' pi antichi tempi loro accadute. Per tre et f la loro terra detta Anactoria, regnando Anacto indigene, ed Asterio figlio di lui. Ma sendovi approdato Mileto con una flotta di Cretesi, la contrada, e la citt cangiarono il nome in quello di Mileto. Mileto, e l'esercito che era con lui vi giunsero, fuggendo da Minosse di Europa. I Cari, che prima abitavano quella regione, divennero compagni de' Cretesi. Allora come i Joni ebbero superato gli antichi Milesi, tutti i maschi ammazzarono ad eccezione di coloro che nella presa della citt erano fuggiti, e si sposarono colle mogli e co' figli loro. Il sepolcro di Neleo  non molto distante dalle porte a sinistra della strada per coloro, che vanno a Didimi.
4. Il tempio in Didimi di Apollo, e l'oracolo sono pi antichi dello stabilimento de' Joni; molto pi vecchie ancora della venuta de' Joni sono le cose, che Diana Efesia risguardano. Non ud, io credo, Pindaro tutto ci che spetta alla Dea, allorch disse avere eretto questo tempio le Amazoni nell'andare ad oste contro Atene, e Teseo. Le donne dal Termodonte venute sagrificarono anche allora alla Dea Efesia, come quelle che conoscevano da' tempi rimoti il tempio, e quando da Ercole fuggirono, e quando pi anticamente ancora supplici qu a Bacco ne vennero. Non fu adunque dalle Amazoni eretto. Un tal indigena di nome Creso, ed Efeso (credono che Efeso fosse figlio del fiume Caistro), questi furono, che fabbricarono il tempio; e da Efeso la citt ebbe il nome. I Lelegi poi porzione di Cari e la pi parte de' Lidi abitavano la contrada: abitavano poi anche intorno al tempio altre genti per pregare la Dea e fra queste delle Amazoni.
5. Androclo di Codro (perciocch fu costui proclamato Re de' Joni, che navigarono ad Efeso) cacci dal paese i Lelegi, e i Lidi che la citt superiore ritenevano: quelli che intorno al tempio abitavano non aveano alcun timore, ma prestato ai Jonj il giuramento, e da loro vicendevolmente ricevutolo, furono fuori della guerra. Tolse Androclo Samo ancora ai Samj, ed ebbero gli Efesj per qualche tempo Samo, e le isole a quella vicine.
6. Ritornati i Samj alle proprie case difese Androclo i Prienesi contro i Cari, e sendo i Greci vittoriosi cadde nella pugna. Gli Efesj preso il cadavere di Androclo, lo seppellirono nella loro citt l dove il monumento suo ancora a' nostri tempi si mostra nella via, che dal tempio, presso l'Olimpo, va alle porte Magnetidi: sul sepolcro per coperchio havvi un uomo armato.
7. Stabilita i Joni la loro dimora a Miunte, e Priene tolsero anche le citt ai Cari. Il fondatore di Miunte fu Ciareto di Codro; i Prienesi poi sendo Tebani frammischiati a Joni, ebbero per fondatori Filota discendente da Peneleo, ed Egitto figlio di Neleo. I Prienesi quantunque prima da Tabut-Persiano, e dopo da Gerone loro nazionale fossero afflitti fin all'estremo, tuttavia fanno parte de' Joni. Gli abitatori di Miunte per questo accidente abbandonarono la loro citt. Entrava dentro la regione Miusia un seno di mare non molto grande: questo fu ridotto in una palude dal Meandro avendone questo fiume ostrutto la comunicazione col mare colla mota; come l'acqua ristagn e cess di essere mare, nacquero dalla palude zanzare in una moltitudine cos sterminata, che costrinsero gli uomini ad abbandonare la citt. Se ne andarono i Miusj in Mileto portando seco loro tutte le cose asportabili, e le statue degli Iddii fra queste: e al tempo mio non si vedeva in Miunte, che il tempio di Bacco di marmo bianco. I Miusj soffrirono lo stesso, che gli Atarniti sotto Pergamo.
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CAPO TERZO.
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Claro, e Colofonj - Lebedj - Teo - Eritri - Clazomenj - Foceesi.
1. Credono i Colofonj, che dagli antichissimi tempi esista il tempio del Dio di Claro, e l'oracolo. Mentre i Cari ritenevano ancora il paese dicono, che i primi de' Greci, che in esso arrivarono furono Cretesi, sotto il comando di Racio: e tutti quelli della moltitudine, che seguiva Racio occuparono i luoghi marini e vi si tennero saldi. La maggior parte del paese per era ancora abitata dai Cari. Avendo Tersandro di Polinice, e gli Argivi presa Tebe, fragli altri schiavi, che furono portati in dono a Delfo v'era anche Manto. Tiresia fu nel viaggio colto dalla morte in Aliartia. Ma avendoli il Dio mandati a fondare una colonia Persiani. Col tempo dovea Alessandro di Filippo far di Clazomene una penisola, fabbricando un argine dal continente alla isola. La maggior parte di questi Clazomenj non erano Joni, ma Cleoni, e da Fliunte, che nella discesa de' Dorj nel Peloponneso, le loro citt abbandonarono. I Foceesi poi oriundi sono dalla cos detta ancora oggi Focide sotto il Parnasso, i quali insiememente con Filogene, e Damone passarono in Asia cogli Ateniesi: il paese non lo hanno avuto colle armi, ma per accordo dai Cumi. Non volendoli ammettere i Joni nel Panionio se non avessero scelto i loro Re dalla stirpe de' Codridi, essi perci dagli Eritri, e da Teo scelsero Oete, Periclo, ed Abarto.
 CAPO QUARTO
Citt de' Joni in Samo, e Chio - Samotracia - Dedalo - Origine di Chio, e suoi abitatori.
1. Le citt de' Joni nelle isole sono Samo di l da Micale, e Chio che  rimpetto al Mimante.
2. Asio di Anfittolemo Samio cant ne' versi suoi, che di Perimeda figlia di Oeneo nacquero a Fenice Astipala, ed Europa: che di Nettuno, ed Astipala fu figliuolo Anco, il quale regn sui Lelegi: Anco, sposata la figlia del fiume Meandro, Samia, n'ebbe Perilao, Enudo, Samo, ed Aliterse, e dopo questo una figlia Partenope. Di Partenope figlia di Anco, e di Apollo, nacque Licomede. Fin qu Asio ne' versi.
3. Allora quelli, che occupavano l'isola, pi per necessit, che per benevolenza riceverono per concittadini i Joni. Era condottiere de' Joni Procle di Pitireo, Epidaurio egli, ed Epidaurj per la maggior parte coloro, che menava, i quali erano stati da Deifonte, e dagli Argivi cacciati dalla Epidauria; questo Procle discendeva da Jone di Xuto. Androclo poi, e gli Efesj andarono contro Leogoro di Procle, che dopo il padre regnava in Samo, ed avendolo vinto in battaglia, cacciarono i Samj dalla isola, allegando per ragione, che questi congiuravano insieme co' Cari contro gli Joni. De' Samj che andarono esuli, altri abitarono l'isola, che  sulle coste della Tracia; e da questo l'isola in luogo di Dardania, Samotrace addimandano: altri poi insiememente con Leogoro cinta di mura Ana nel continente che  di l, dieci anni dopo passarono in Samo, cacciarono gli Efesj, e ricuperarono l'isola.
4. V'ha chi crede, che il tempio di Giunone in Samo fosse eretto dagli Argonauti, e che ivi da Argo la statua sua vi conducessero. I Samj istessi per credono, esser la Dea stata partorita nella isola presso il fiume Imbraso, e sotto il vinchio, che nel suo tempio ancora germoglia; dicono adunque essere questo tempio sommamente antico, il che potrebbe congetturarsi dalla statua ancora: imperciocch  questa opera di Smilide di Euclide, Eginese. Questo Smilide fu coetaneo di Dedalo, ma non sal alla stessa gloria,
5. Imperciocch Dedalo fu della stirpe reale di Atene de' cos detti Metionidi, e insieme coll'arte per cagione del suo errare, e per le sventure sue divent pi celebre presso tutti gli uomini. Ed avendo spento il figlio di una sorella sua, e conoscendo quali fossero per ci le leggi della sua patria, spontaneamente n'and in esilio presso Minosse in Creta, e a Minosse istesso e alle figlie di lui fece delle statue, secondo che Omero ancora nella Iliade dimostr. Condannato per da Minosse di colpa, e posto in carcere insiememente col figlio suo fugg di Creta ed in Inico citt de' Siculi presso Cocalo pervenne, e di ai Siculi occasione di fare contro i Cretesi la guerra, perch chiedendolo Minosse, non era stato da Cocalo nelle sue mani rimesso. E tanta cura n'ebbero le figlie di Cocalo per la sua arte; che esse tramarono ancora a Minosse la morte in grazia di Dedalo.  manifesto pertanto, che il nome di Dedalo per tutta la Sicilia, e per la pi gran parte d'Italia ancora pervenisse. Smilide poi fuori de' Samj, e della Ela non  illustre presso altri, per esservi passato: and adunque presso di questi, e egli  l'autore della statua di Giunone in Samo.
6. Jone, autore della tragedia, ha nella storia detto ancora questo: pervenne Nettuno nella isola mentre era diserta, ed ivi con una ninfa si giacque, e per i dolori del parto della Ninfa cadde dal cielo sulla terra la neve, e perci Nettuno pose al suo figliuolo il nome di Chio: si giacque poi con un'altra Ninfa ancora, e n'ebbe per figli Angelo, e Melane: col tempo poi Oenopione ancora di Creta approd con una flotta in Chio, e insieme con lui vi pervennero i figli suoi Talo, Euante, Melane, Salago, ed Atamante. I Cari e gli Abanti dalla Euba vennero nella isola sotto il regno di Oenopione. Dopo Oenopione, ed i suoi figli, Anficlo ottenne il trono: Anficlo vi era giunto da Istia di Euba, secondo l'oracolo di Delfo. Ettore poi discendente in quarta generazione da Anficlo (imperciocch anche questi tenne il principato) fece la guerra agli Abanti, e ai Cari, che abitavano nella isola: ed altri ne uccise in battaglia, altri forz ad andarsene a patti. Liberati dalla guerra i Chii, dicono, che ad Ettore torn in mente che ancora essi coi Joni dovessero sacrificare nel Panionio: ed affermano che egli dal comune de' Joni in premio della bravura sua avesse un tripode. Questo,  ci che io ritrovai avere detto Jone sui Chii; ma non disse per qual cagione i Chii facciano parte de' Joni.
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CAPO QUINTO
Smirne riedificata - Clima del paese de' Joni - Tempj famosi in Eritre - Cose memorabili nella Jonia - Antro di Omero.
1. Smirne, sendo una delle dodici citt degli Eoli, ed essendo il suo territorio abitato come oggid, approdativi i Joni da Colofone, la tolsero agli Eoli, ed occuparono quella che l'antica citt addimandasi. Dopo i Joni concessero agli Smirni ancora di aver parte nell'adunanza del Panionio. Alessandro di Filippo poi fu, per una visione avuta, il fondatore della odierna citt. Imperciocch mentre cacciava nel monte Pago, come ebbe la caccia finito, dicono, che al tempio delle Nemesi giungesse, ed ivi s'imbattesse in una sorgente, ed in un Platano innanzi al tempio, nato presso l'acqua. E mentre dormiva sotto il platano, affermano, che apparsegli le Nemesi, gl'ingiungessero di fabbricare ivi una citt, e di menare in essa gli Smirni rimovendoli dalla prima. Mandarono adunque gli Smirni ambasciadori in Claro ad interrogare il Nume circa gli affari presenti, ed il Nume loro rispose:
Tre volte, e quattro avventurati quelli
Che Pago abiteran di l dal sacro
Melete.
Laonde spontaneamente mutarono citt, e non una ma pi credono le Nemesi, e dicono, essere loro madre la Notte: nella stessa guisa che gli Ateniesi del Dio Ramnunte, affermano, che ebbe per padre l'Oceano.
2. Ottimo  il paese de' Joni per la mescolanza delle stagioni, e racchiude tempj, che non si veggono altrove; primieramente quello della Dea Efesia per la grandezza, e le altre ricchezze; due non terminati di Apollo; uno in Branchide del territorio Milesio; e l'altro in Claro de' Colofonj. Due altri tempj nella Jonia furono arsi dai Persiani, in Samo, quello di Giunone, e quello di Minerva Foceese. Erano una meraviglia ancora guasti, come erano, dal fuoco.
3. Ti compiaceresti ancora del tempio di Ercole in Eritre, e di quello di Minerva in Priene; questo per la statua, quello di Ercole in Eritre per l'antichit sua. La statua non  affatto simile n alle cos dette Egine, n alle antichissime Attiche; ma quanto qualunque altra,  perfettamente Egizia. Imperciocch  un battello di legna, e su di esso il Dio quale da Tiro di Fenicia navigando and via; per qual cagione non lo dicono neppure gl'istessi Eritri. Quando il battello fu al mar de' Joni pervenuto, dicono, che prendesse porto presso il capo Mesate: si trova questo alla met del continente per coloro che dal porto degli Eritri navigano all'isola di Chio. Come il battello fu presso il promontorio, ivi molta fatica sostennero gli Eritri, n minore i Chii ne durarono, mettendo ambedue i popoli ogni studio di menare presso di loro la statua. Finalmente un Eritro, che il vitto traeva dal mare, e dalla pesca de' pesci, e che per una malattia avea perduto gli occhi, e di nome Formione addimandavasi ebbe un sogno da cui seppe essere d'uopo, che le mogli degli Eritri si radessero le chiome, e cos gli uomini facendo de' capelli una fune avrebbero presso di loro potuto condurre il battello. Le donne di citt non vollero affatto obbedire al sogno: ma tutte le Tracie che vi servivano, e quelle che libere vi dimoravano, volentieri si presentarono onde farsi recidere la chioma: e cos gli Eritri trassero la barca. Le sole Tracie fralle donne hanno l'ingresso nel tempio di Ercole, ed i nazionali conservano la fune fatta de' capelli, e questi stessi dicono, che il pescatore riacquist la vista, e per tutto il rimanente de' giorni suoi continu a vedere.
4. In Eritre havvi ancora il tempio di Minerva Poliade, e la statua in esso di legno, grande assai, assisa sopra di un trono e che tiene in ciascuna mano una rocca ed un polo sul capo. Essere questa opera di Endo celo figuriamo per altre cose, e specialmente guardando il lavoro che  dentro la statua: non altrimente pensiamo delle Grazie, e delle Ore, d marmo bianco che prima di entrare veggonsi allo scoperto.  stato a' miei tempi ancora edificato dagli Smirni un tempio di Esculapio, fra il monte Corife, ed il mare non misto di altra acqua.
5. Oltre i tempj, e la temperatura del clima contiene la Jonia altre cose ancora da essere descritte: la regione Efesia contiene il fiume Cencrio la natura del monte Pione, e la fonte Alita. Nella Milesia poi osservasi il fonte Biblide, e tutto quello che dell'amore di Biblide vanno cantando: nel territorio de Colofonj il bosco sacro di Apollo, ed i frassini, e non lontano dal bosco, il fiume Alete il pi freddo di quanti n'ha la Jonia. I Lebedj hanno i bagni nel loro territorio, che arrecano agli uomini stupore e vantaggio. I Tei ancora hanno bagni nel promontorio Macria ed altri ne hanno sul torrente Clidone, fra i sassi, ed altri edificati per pompa di ricchezze. I Clazomenj hanno essi pure de' bagni, ed ivi Agamennone riscuote onori; e l'antro della madre detta di Pirro, e una storia raccontano di Pirro pastore. Gli Eritri hanno la regione Calcitide, dalla quale ancora ebbe il nome la terza trib loro. Un promontorio della Calcitide si estende dentro mare, ed in esso sono bagni marini, pi di tutti i bagni di Jonia utili all'uomo.
6. Gli Smirni hanno il fiume Melete dolcissimo per le sue acque: e una spelonca vedesi presso le sorgenti di questo, dove dicono avere Omero i suoi versi composto. Ne' Chii merita di esser veduto il sepolcro di Oenopione e porge questo alcune storie sui fatti di Oenopione istesso. I Samj, sulla strada al tempio di Giunone, hanno il monumento sepolcrale di Radine, e di Leontico, e quelli che sono addolorati dall'amore hanno il rito di andarvi a pregare. Le meraviglie pertanto che si osservano nella Jonia sono molte, e di poco cedono a quelle, che nella Grecia si veggono,
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CAPO SESTO
Gli Achi occupano il paese de' Joni dopo la loro transmigrazione - Abitano dodici citt - Principi degli Achi - Loro guerre - Chilone, ed Adrasto - Stato della Grecia dopo l'arrivo de' Galli nell'Asia.
1. Partiti li Joni, gli Achi si divisero a sorte il loro paese, ed andarono ad abitarne le citt. Dodici erano queste, che erano cognite presso tutta la nazione Greca, Dime la prima presso Elide; Oleno, Fare, Trita, Ripe, Easio, Cecirina, e Bura. Dopo queste Elice, Ege, Egira, e Pellene l'ultima presso la Sicionia. In queste gli Achi, ed i Re loro andarono ad abitare, che prima ancora erano popolate dai Joni.
2. Quelli che il supremo potere presso gli Achi ritenevano, erano i figli di Tisameno, Daimene, Spartone, Telle, e Leontomene. Quanto a Cometa, il pi anziano de' figli di Tisameno, era gi dapprima passato con una flotta in Asia. Questi adunque erano quelli, che allora il potere esercitavano, sopra gli Achi insiememente con Damasia di Pentilo, di Oreste, cugino per parte di padre dei figli di Tisameno. Egualmente che gli enumerati, aveano potere degli Achi da Lacedemone Prengene, ed il figlio, Patreo di nome. E fu loro dagli Achi data a possedere una citt nel paese, la quale ebbe il nome da Patreo.
3, Circa le guerre cos andarono le cose agli Achi. Nella spedizione di Agamennone contro Ilio abitando ancora Lacedemone, ed Argo, erano la porzione pi grande della nazione Greca: nella invasione della Grecia di Serse, e dei Persiani, non si mostrano gli Achi aver fatto parte della uscita di Leonida alle Termopili, n di aver combattuto intieramente con Temistocle presso la Euba, e Salamine: n per alleati si trovano scritti nel catalogo Laconico od Attico. Mancarono poi alla battaglia ancora di Plata: e ci  chiaro perch sul donativo de' Greci in Olimpia, non vi furono scritti gli Achi. Mi pare poi che ciascuno di essi lasciati nelle loro patrie, quelle salvarono; ed insieme per la impresa di Troja non vollero in niun conto essere dai Lacedemonj Dorj comandati. Il che fu da loro dimostrato anche ne' tempi posteriori: imperciocch avendo dopo i Lacedemoni attaccata cogli Ateniesi la guerra, erano gli Achi pronti nell'alleanza de' Patresi, e nulla di meno per gli Ateniesi propendevano. Delle guerre fatte appresso dal commune de' Greci ebbero parte gli Achi nella pugna di Cherona contro Filippo, e i Macedoni. Dicono poi di non essere iti in Tessaglia nella guerra detta di Lamia; imperciocch nol permettevano i loro affari dopo la rotta avuta in Beozia.
4. L'antiquario nazionale de' Patresi mi disse, che degli Achi nell'azione presso Lamia, trovossi solo il lottatore Chilone. Ed io stesso so, che un tal Adrasto Lido di sua volont, e non dal comune de' Lidi, spedito, difese i Greci. La immagine di Adrasto in bronzo fu dai Lidi dedicata innanzi al tempio di Liana Persica, ed una inscrizione vi posero, che Adrasto era morto combattendo pe' Greci contro Leonnato. La uscita alle Termopili contro la spedizione de' Galli, fu da tutti i Peloponnesj egualmente negletta. Imperciocch siccome i Barbari non aveano navigli, non temevano perci di soffrirne gran male, se l'istmo de' Corintj avessero murato dal mare di Lecho, a quello di Cencre: questa adunque fu allora la risoluzione di tutti i Peloponnesj.
5. Poich per i Galli in Asia con navi furono passati, allora le cose de' Greci erano in questo stato. Niun popolo di quella nazione superava l'altro in forze; imperciocch era ai Lacedemonj impedito di ricuperare la pristina felicit, per la rotta avuta in Leuttri, ed insiememente per gli Arcadi raccolti in Megalopoli, e per i Messenj che presso loro abitavano. Ai Tebani avea in guisa tale Alessandro diserta la loro citt, che non molti anni dopo da Cassandro ricondotti, non poterono neppure salvare le cose loro. Gli Ateniesi poi specialmente per le loro azioni posteriori godevano la benevolenza della nazione Greca, ma non aveano giammai potuto riposarsi dalla guerra de' Macedoni.
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CAPO SETTIMO
Potenza degli Achi - Consiglio Acaico - Guerra coi Lacedemonj - Scelleraggini di Filippo di Demetrio - Guerra di Filippo cogli Ateniesi, e co' Romani.
1. Non formando pi allora i Greci una comune nazione, ma sendo ciascun popolo intento agli affari suoi particolari, gli Achi erano i pi potenti. Imperciocch le loro citt da Pellene in fuori, non aveano mai alcun tiranno sofferto: e le disgrazie, o delle guerre, o della malattia contagiosa non aveano tanto gli Achi quanto il rimanente de' Greci afflitto. Aveano adunque gli Achi il Consiglio nomato Acaico, e le risoluzioni loro, ed i fatti erano di commune parere. Risolsero di adunarsi in Egio; imperciocch questa dopo il sommergimento di Elice superava in gloria fin dagli antichi tempi le altre citt di Acaja, ed allora era potente. Del Consiglio degli Achi di tutti gli altri Greci, i Sicionj furono i primi ad entrarvi. Dopo i Sicionj vi entrarono gli altri Peloponnesj, altri subito, altri dopo essere qualche tempo restati indecisi: quelli poi che fuori dell'istmo abitavano si persuasero di unirsi agli Achi, perch vedevano il popolo Acaico sorpassare gli altri in forza.
2. I Lacedemonj di tutti i Greci erano i soli, e i pi fieri nemici degli Achi, e mossero loro apertamente la guerra. Agide di Eudamida Re d Sparta prese Pellene citt degli Achi; ma subito di l venne da Arato, e dai Sicionj scacciato. Cleomene di Leonida di Cleonimo Re dell'altra famiglia, mentre Arato, e gli Achi stavano assediando Dime, venuti seco lui alle mani li vinse, e dopo conchiuse la pace cogli Achi, e con Antigono. Costui avea allora il Regno de' Macedoni, come tutore di Filippo di Demetrio che era ancora ragazzo: era poi cugino di Filippo, ed avea in moglie la madre di lui. Con questo Antigono adunque, e cogli Achi avendo Cleomene fatto la pace, e subito quello che giurato avea trasgredito mise in ischiavit Megalopoli degli Arcadi: i Lacedemonj soffrirono la rotta di Sellasia, vinti dagli Achi, e da Antigono, per cagione di Cleomene, e del suo spergiuro. Di Cleomene faremo menzione ancora un'altra volta ne' ragionamenti Arcadici.
3. Filippo di Demetrio tostoch pervenne alla virilit, ottenuto il regno de' Macedoni da Antigono spontaneamente, mise in timore tutti i Greci imitando intieramente Filippo figlio di Aminta, non gi suo antenato, ma a dire il vero suo signore; e specialmente imitollo nell'accarezzare tutti coloro a' quali piaceva pe' proprj guadagni tradire la patria. Il far tracannare ne' conviti con destrezza, ed amicizia, non gi bicchieri di vino, ma veleni per dar morte alle persone (il che quello di Aminta neppure io credo immaginollo) per Filippo di Demetrio era un delitto leggerissimo. Ritenne con guarnigioni tre citt ancora, onde potere invadere la Grecia a suo agio: e chiavi della Grecia chiamava queste citt, per contumelia, e dispregio de' Greci medesimi. Pel Peloponneso avea fortificato Corinto, e la cittadella de' Corintj; per la Euba, i Beoti, e i Focesi, Calcide sull'Euripo: contro i Tessali istessi, e la nazione degli Etoli, Filippo riteneva Magnesia sotto il Pelio.
4. E specialmente con continue spedizioni, e scorrerie di ladroni gli Ateniesi, e gli Etoli opprimeva. Ricord di gi il mio discorso nella storia Attica, quanti de' Greci, e de' Barbari ajutarono gli Ateniesi contro Filippo, e come per la debolezza degli alleati ricorsero ai Romani, ed al loro soccorso. Aveano i Romani non molto prima mandato truppe, sotto il pretesto di porgere ajuto agli Etoli contro Filippo; ma in realt per osservare gli affari di Macedonia. Allora per spedirono un esercito ed un Generale agli Ateniesi Attilio; era questo il nome suo pi noto, dappoich i Romani si chiamano non gi col nome del padre siccome fanno i Greci, ma si impongono a ciascuno tr nomi almeno, e pi ancora. Era stato dai Romani ad Attilio ordinato di allontanare la guerra di Filippo dagli Ateniesi, e dagli Etoli. Attilio fece il resto delle cose, secondo ci che gli era stato ingiunto: ma non fece questo secondo il volere de' Romani. Conciossiach avendo preso Estia citt degli Eubi, ed Anticira nella Focide, che per forza erano suddite di Filippo, le disfece. E per questo (io credo) dopoche fu dal Senato udito, gli mandarono per successore nel comando, Flaminio.
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CAPO OTTAVO
Flaminio prende Corinto insieme cogli Achi - Gli Achi alleati de' Romani - Disfanno le mura di Sparta - I Lacedemonj ricorrono ai Romani - I Romani abbattono la Macedonia.
1. Giunto Flaminio saccheggi Eretria, avendo vinto in battaglia i Macedoni che vi erano di guarnigione; ed ito di nuovo ad oste contro Corinto occupata con guarnigione da Filippo, egli stesso l'assedi; di poi avendo spedito ambasciadori agli Achi, ordin loro di venire con un esercito contro Corinto, dovendo stimarsi onorati del nome di alleati de' Romani, ed insieme dovendolo fare per amore de' Greci. Gli Achi grandemente accusavano Flaminio istesso, e prima ancora Attilio, come quelli che malgrado ci aveano assalito cos delle citt Greche, ed antiche, le quali niuna colpa aveano commesso verso i Romani, ed erano contro il proprio volere dai Macedoni governate: prevedevano poi che invece di Filippo, e de' Macedoni sarebbero venuti i Romani, come padroni a comandare ai Greci. Sendosi dibattuto molto nel consiglio un tale affare, finalmente la vinsero quelli, che propendevano verso i Romani; e gli Achi insieme con Flaminio assediarono Corinto. I Corintj liberati dai Macedoni entrarono subito nel Consiglio degli Achi, avendone fatto parte ancora prima quando Arato, ed i Sicionj cacciarono dall'Acrocorinto tutta la guarnigione, ed uccisero Perseo postovi da Antigono per Capitano.
2. Dopo quella epoca gli Achi nomavansi alleati de' Romani, ed erano pronti a tutto: e li seguirono in Macedonia, e contro Filippo, e fecero parte della spedizione contro gli Etoli. Per la terza volta poi insieme co' Romani combatterono contro Antioco, ed i Siri: e quando gli Achi contro i Macedoni, e l'esercito de' Siri schieraronsi, sempre lo fecero per l'amicizia verso i Romani.
3. Contro i Lacedemonj per aveano essi delle accuse proprie fin da' tempi antichi. E poich la tirannide di Nabide (uomo che ad una crudelt eccessiva pervenne) fu spenta, subito piomb sopra i Lacedemonj il loro odio, e nello stesso tempo gli Achi li citarono innanzi la Lega Acaica, li condannarono a pene soverchie, e distrussero fino al suolo le mura di Sparta, fabbricate in verit confusamente dapprincipio a' tempi della spedizione di Demetrio, e quindi di Pirro, e degli Epiroti; ma sotto la tiranna di Naboide fortificate fin all'ultima sicurezza. Disfecero adunque gli Achi le mura di Sparta, ed abolendo quello, che dalle leggi di Licurgo era stato per esercizio de' giovani puberi istituito, ordinarono che questi fossero esercitati siccome quelli degli Achi. Questo sar pi a lungo un'altra volta trattato nelle cose Arcadiche.
4. I Lacedemonj, come coloro che sommamente erano afflitti per le cose imposte loro dagli Achi ricorsero a Metello, ed a tutti quelli, che ambasciadori insiememente con Metello erano giunti da Roma. Erano questi venuti, non per muovere guerra alcuna a Filippo, e ai Macedoni, siccome era stata di gi giurata la pace fra quello, e i Romani, ma per giudicare tutte le accuse, che dai Tessali, o da alcuni Epiroti contro Filippo movevansi. Infatti Filippo stesso, ed il fiore de' Macedoni era stato dai Romani distrutto. Imperciocch combattendo Filippo contro Flaminio, e i Romani ne' cos detti Cinocefali, avea in una scaramuccia ricevuto una rotta; ma poi questo Filippo istesso avendo con tutte le forze sue combattuto, riport tal disfatta nella pugna, che perd la maggior parte dell'armata, che conduceva, e secondo l'accordo coi Romani conchiuso dov far ritirare le sue guarnigioni da tutte le citt, che nella Grecia avea colla guerra occupato.
5. Secondo la convenienza del discorso ottenne dai Romani la pace; ma per con ogni sorta di preghiere, e collo sborso di molto danaro. Ci, che risguarda i Macedoni, ed il potere, che ebbero sotto Filippo di Aminta, e come furono i loro affari abbattuti sotto l'ultimo Filippo, dalla Sibilla fu non senza il Nume predetto: cos dice l'oracolo:
O Macedonia che tua gloria poni
Ne' Regi argivi; mentre regna arreca
E male, e bene a te Filippo. Il primo
Dar regi a nazioni, ed a cittadi;
Il pi giovin per tutto l'onore
Perder appresso, domato da' forti
D'Occidente venuti, e d'Oriente.
I Romani adunque, che abitano le parti Occidentali di Europa distrussero il regno de' Macedoni; ed insieme, degli alleati con loro schierati Attalo, ed anche un esercito dalla Misia:  la Misia rivolta pi verso Oriente.
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CAPO NONO
Querele fra gli Achi, ed i Lacedemonj portate avanti i Romani - Si riedificano le mura di Sparta - I Romani si mostrano favorevoli ai Lacedemonj.
1. A Metello, e agli altri ambasciadori piacque di non dispregiare i Lacedemonj, e domandarono ai magistrati Achi di chiamare al Consiglio gli Achi, affinch in comune li ammaestrassero di trattare le cose di Lacedemone in modo pi mite. Questi risposero loro, che non avrebbero chiamato a parlamento gli Achi, n a loro riguardo, n di alcun altro, senza che per l'affare in questione non avesse un decreto del Senato Romano. Metello, e quelli, che erano seco lui, credendo di essere dagli Achi insultati, poich in Roma pervennero, di molte cose, e non tutte vere gli Achi in Senato accusarono.
2. Maggiori accuse contro gli Achi, che questi dissero Areo, ed Alcibiade Lacedemonj, persone veramente probe in Isparta; ma non giusti in queste cose risguardanti gli Achi. Imperciocch, sendo da Nabide esiliati, furono dagli Achi accolti; e morto quello, contro il decreto del popolo de' Lacedemonj, furono da questi ricondotti a Sparta: allora adunque costoro ancora in Senato saliti, con tutto l'impegno accusarono gli Achi, i quali al loro ritorno nel Consiglio li condannarono a morte.
3. Il Senato Romano mand altri personaggi, e fra questi Appio per istabilire il giusto fra i Lacedemonj, e gli Achi. Appio poi, e quelli, che andarono con lui, non erano per essere neppure veduti con piacere dagli Achi, come quelli, che seco loro menavano Areo, ed Alcibiade, allora agli Achi nemicissimi. Ma molto pi addolorarono gli Achi quando venuti nel loro Consiglio parlarono pi con ira, che con persuasione. Licorta Megalopolita poi nulla per la sua dignit ad alcun Arcade inferiore, e che avea qualche orgoglio per l'amicizia che con Filopemene teneva, mostr con una orazione essere giusto ci, che gli Achi aveano operato, e nel discorso fece qualche rimprovero ai Romani. Appio per, e quelli i quali con lui erano venuti, si fecero beffa de' detti di Licorta, e decretarono, che Areo, ed Alcibiade non aveano dal canto loro commesso alcun delitto verso gli Achi, e lasciarono che i Lacedemonj inviassero ambasciadori a Roma permettendo in tal guisa cose contrarie ai trattati, che esistevano fra i Romani, e gli Achi. Imperciocch era stato decretato che dal comune degli Achi andassero degli ambasciadori presso il Senato Romano; ma era stato proibito, che in particolare niuna delle citt avesse potuto mandare ambasciadori, la quale avesse fatto parte del Consiglio Acho. Mandando per gli Achi ambasciadori contro i Lacedemonj, e sendo stato da ambo i popoli nel Senato parlato, di nuovo furono mandati dai Romani per essere giudici delle differenze fra i Lacedemonj, e gli Achi, Appio, e tutti gli altri, che prima insieme con lui si erano nella Grecia portati. Questi adunque ricondussero in Isparta quelli, che dagli Achi erano stati cacciati e la multa a coloro perdonarono, i quali per esser prima del giudizio partiti erano stati dagli Achi come rei condannati. N disciolsero i Lacedemonj dai far parte della Lega Acaica; ma concessero loro, che esteri tribunali giudicassero della vita, e che di tutti gli altri delitti si dessero, e ricevessero le accuse nell'Acaico Consiglio.
4. Fu di nuovo agli Spartani, e come dapprincipio edificato il recinto della citt. Quei de' Lacedemonj, che erano tornati tramando tutto contro gli Achi, speravano di recare loro dispiacere specialmente in questo: i Messenj, che erano stati creduti complici della morte di Filopemene, e che perci erano stati dagli Achi cacciati, questi, e gli esuli Achi stessi furono da loro persuasi ad andarsene a Roma: insieme con questi unitisi anche essi vi andarono, e si adoperarono che gli csuli ritornassero.
5. E siccome Appio era tutto impegnato pe' Lacedemonj, ed in ogni cosa agli Achi si opponeva, non doveano durare fatica, gli esuli Messenj, ed Achi di ottenere il loro intento. Pertanto furono subito dal Senato spedite lettere in Atene, ed in Etolia di ricondurre i Messenj, e gli Achi alle case loro. Ci dispiacque sommamente agli Achi, che in niuna guisa dai Romani fosse fatta loro giustizia, e che inutile fosse stato ci che in favore di quelli aveano operato, essi che iti prima contro Filippo, e gli Etoli, e quindi contro di Antioco in grazia dei Romani, erano ora posposti ad esuli, che aveano le mani non pure. Tuttavia parve loro di cedere: in tal guisa allora passarono queste cose.
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CAPO DECIMO
Esempj di tradimenti - Tradimento di Callicrate verso gli Achi.
1. Ai mali degli Achi dovea dare principio il pi empio de' misfatti, quello cio di tradire la patria, e gli uomini per poco guadagno, delitto, che mai non era mancato nella Grecia. Infatti mentre regnava sopra i Persiani Dario di Istaspe, gli affari de' Joni rovinarono, per tradimento de' Capitani delle galee, che ad eccezione di undici Samj, tutta la marina Jonica consegnarono. Dopo di avere assoggettato li Joni, i Persiani misero in ischiavit Eretria ancora, e ne furono i traditori i pi illustri cittadini di quella, Filabro di Cineo, ed Euforbo di Alcimaco. Allorch Serse and contro la Grecia, la Tessaglia gli fu a tradimento consegnata dagli Alevadi. Attaglio, e Timagenida, che riscuotevano in Tebe i primi onori, tradirono quella citt nella guerra fra i Peloponnesj, e gli Ateniesi, Senia Elo imprese di consegnare Elide ad Agide, ed ai Lacedemonj. I cos detti ospiti di Lisandro non cessarono mai di dar nelle mani di Lisandro le loro patrie. Nel regno di Filippo di Aminta, Lacedemone  la sola citt di Grecia che potrebbesi trovare non essere stata tradita: le altre citt della Grecia pi per tradimento, che per l'antecedente pestilenza perirono. Ad Alessandro di Filippo la fortuna concesse di avere poco bisogno di traditori, e questi indegni di essere rammentati. Poich per i Greci ebbero riportato la rotta a Lamia, Antipatro, come colui, che poneva ogni cura in passare alla guerra di Asia, volle prestamente conchiudere la pace, e nulla premevagli di lasciare libera Atene, e tutta la Grecia. Demade poi, e gli altri traditori, che in Atene trovavansi persuasero Antipatro a non essere umano verso de' Greci: ma coll'incutere timore circa il popolo di Atene, furono cagione, che in Atene, ed in molte altre citt s'introducessero guarnigioni Macedoni: e questo ancora conferma il mio discorso: imperciocch gli Ateniesi dopo la sciagura sofferta in Beozia non furono sudditi di Filippo, quantunque in quella azione, come furono superati, avessero perduto due mila prigioni, e mille spenti. Sendone per caduti circa cento, e nulla pi in Lamia, servi de' Macedoni diventarono. In tal guisa chiaramente si vede, che nella Grecia non mancarono mai persone da tradimento affetti.
2. Gli Achi allora furono totalmente fatti sudditi de' Romani da un tal Callicrate Acho. Il principio de' mali loro fu Perseo, e l'imperio de' Macedoni dai Romani distrutto. Imperciocch Perseo di Filippo mentre continuava a godere verso i Romani la pace secondo i patti, che Filippo suo padre avea stabilito, trasgred i giuramenti, e menando un'armata contro Abrupoli Re de' Sapi, quantunque alleati de' Romani li discacci dal loro paese; di questi Sapi Archiloco ancora fece in un giambo menzione. Sendo stati per i Macedoni, e Perseo domati in guerra, e assoggettati, per la ingiuria commessa verso i Sapi, furono spediti dieci personaggi del Sanato Romano per stabilire nel miglior modo gli affari di Macedonia per i Romani. Giunti in Grecia, Callicrate non omise azione, o discorso per adularli. Ed uno di loro, uomo non dedito affatto alla giustizia fu tanto da Callicrate accarezzato, che il persuase ad entrare ancora nel Consiglio degli Achi. Questi adunque come nell'adunanza fu entrato disse, che i principali degli Achi aveano dato danari, ed ajutato Perseo in altre cose, mentre faceva contro i Romani la guerra: comand adunque, che gli Achi fossero condannati a morte; che se li avessero condannati soggiunse, che anche egli avrebbe detto i nomi delle persone. Parve a tutti, che costui inique cose dicesse; onde quelli, che gi in consiglio erano venuti, il richiesero, che se alcuni degli Achi aveano tali cose operato verso di Perseo, avesse indicato a nome ciascuno di loro, poich non era conveniente, che essi prima li condannassero. Allora adunque, come il Romano fu rimproverato, os affermare, che quelli i quali erano stati Capitani degli Achi, erano tutti rei di tale delitto: imperciocch tutti erano del partito di Perseo, o de' Macedoni. Costui adunque simili cose asser, sendo stato da Callicrate ammaestrato. Alzandosi dopo di lui Senone (persona di non infimo conto presso gli Achi) in tal guisa parl: "Circa questa accusa, io ancora fui Capitano degli Achi, n di alcun delitto verso i Romani, n di alcuna, benevolenza per Perseo son reo: e per questa ragione voglio nel Consiglio degli Achi, e voglio ancora presso i Romani stessi sostenere il giudizio." Questi per la sua buona coscienza liberamente parlava; ma il Romano si serv subito del pretesto, e tutti coloro, che Callicrate accus di essere stati del partito di Perseo, furono da lui mandati, per sostenere in un tribunale il giudizio de' Romani, il che non era mai ai Greci avvenuto. Imperciocch de' Macedoni quelli che ebbero maggior forza, Filippo di Aminta, ed Alessandro, non forzarono ad andare in Macedonia i Greci che aveano loro resistito; ma lasciarono, che nel consiglio degli Anfzioni rendessero conto delle loro azioni. Allora per dalla nazione degli Achi, chiunque bench innocente, avesse Callicrate voluto accusare, era decretato, che fosse a Roma condotto; e sopra mille furono quelli, che vi furono menati. Credendo i Romani, che costoro fossero stati prima dagli Achi condannati, li distribuirono per la Tirrenia, e per le citt di quella provincia; ed avendo gli Achi spedito pi volte ambascerie, e suppliche, non ne facevano i Romani conto alcuno. Dopo diciassette anni ne rilasciarono trecento, o anche meno, che erano i soli degli Achi, i quali per la Italia rimanevano ancora, riputando di averli giustamente puniti. Quelli poi, che fuggirono, o nel principio quando furono condotti in Roma, o dopo dalle citt, in cui erano stati dai Romani spediti, se venivano presi non v'era pretesto alcuno perch non pagassero la pena.
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CAPO UNDECIMO
Operazioni di Gallo in Grecia - Contese degli Ateniesi, e degli Oropj - Gli Achi si dichiarano per gli Oropj.
1. I Romani di nuovo mandarono un personaggio dal Senato nella Grecia, Gallo di nome, il quale fu spedito ai Lacedemonj, ed agli Argivi, onde essere giudice di un certo territorio fra loro in contesa. Costui molte cose disse, molte fece, piene di orgoglio contro i Greci, e totalmente si fece beffa dei Lacedemonj, e degli Argivi. Imperciocch Gallo sdegn essere giudice di queste due citt, le quali erano a s alta dignit salite, e ne' tempi pi antichi per i confini del territorio si erano portate con tanto ardore ad una guerra, e ad azioni non oscure; e che dopo da Filippo di Aminta erano state come commune giudice giudicate. Gallo adunque ne commise il giudizio a Callicrate rovina di tutta la Grecia. Vennero a Gallo, quelli ancora degli Etoli, che abitavano Pleurone volendo ottenere di essere disciolti dalla Lega cogli Achi. Fu a questi da Gallo dato il permesso di mandare un'ambasceria in particolare ai Romani, e da questi fu loro concesso di separarsi dall'Acaico Consiglio. A Gallo fu poi dal Senato mandato l'ordine di staccare dalla Lega degli Achi il maggior numero di comuni, che avesse potuto: e questi alle cose a lui ordinate diede esattamente esecuzione.
2. Il popolo di Atene pi per forza che per volont saccheggi Oropo citt a lui soggetta: imperciocch gli Ateniesi erano allora venuti ad una estrema povert, come quelli che dalla guerra de' Macedoni pi degli altri Greci erano stati oppressi. Ricorsero adunque gli Oropj al Senato Romano, al quale sembrando che fossero stati ingiustamente trattati, sped perci ordini ai Sicionj d'imporre agli Ateniesi una multa giusta da pagarsi agli Oropj secondo il nocumento, che essi aveano loro arrecato. I Sicionj adunque, venuti gli Ateniesi al tempo del giudizio, imposero loro 500. talenti di ammenda; che ad eccezione di cento il Senato alle preghiere degli Ateniesi rimise. Neppur questa per fu da loro pagata, ma con promesse e donativi accarezzando gli Oropii, li portarono ad un accordo, mediante il quale venne introdotta in Oropo una guarnigione Ateniese, e dagli Oropj si diedero loro gli ostaggi. Non fu lungo l'intervallo, ed alcuni della guarnigione commisero insolenze verso gli Oropj. Questi mandarono in Atene a richiedere gli ostaggi, e domandarono che secondo i patti il presidio dalla loro citt richiamassero. Gli Ateniesi per risposero di non volere fare n l'una, n l'altra cosa, sendo che la colpa era di alcuni soldati della guarnigione, e non del popolo Ateniese; ma annunziarono loro che coloro che del delitto erano rei verrebbero subito sottoposti al gastigo,
3. Gli Oropj ricorrendo agli Achi, li pregarono, che li avessero difesi. Ma non piacque agli Achi di far questo per amicizia, e rispetto degli Ateniesi. Allora gli Oropj promisero dieci talenti a Menalcida, Lacedemonio di nascita; ma capitano allora degli Achi, se poteva far risolvere gli Achi ad ajutarli. Costui promise di dare la met del denaro a Callicrate, che allora per l'amicizia de' Romani, assai presso gli Achi poteva. Sendo adunque Callicrate entrato nel sentimento di Menalcida fu decretato di difendere contro gli Ateniesi gli Oropj: il che fu agli Ateniesi annunziato. Questi con quanta celerit ciascuno pot, in Oropo venuti, e di nuovo mettendo il rastrello a quello che da loro ne' primi saccheggi era stato omesso, portarono via la guarnigione. Venuti gli Achi tardi al soccorso, da Menalcida, e Callicrate erano disposti ad entrare con impeto nell'Attica. Ma opponendosi a questo altri, e specialmente quelli da Lacedemone, ritorn l'esercito indietro.
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CAPO DUODECIMO
Menalcida supera Callicrate in perfidia - Guerra fra i Lacedemonj, e gli Achi.
1. Gli Oropj bench niun giovamento avessero ritratto dagli Achi, ci non ostante doverono sborsare il danaro a Menalcida. Questi, come si vide nelle mani il dono della corruzione, credette essere una disgrazia doverlo dividere con Callicrate. Laonde us dapprincipio dilazione ed inganni; e poco dopo ard privarnelo apertamente. Ci confermano i versi:
Ed un fuoco vi fu di un altro fuoco 
Pi ardente assai; e pi feroce ancora 
Vi fu de' lupi un lupo, e un avvoltojo 
Pi leggiero dell'altro nel volare;
Se Callicrte che in nequizia tutti 
Que' del suo tempo super, fu vinto 
Dall'iniquo Menalcida in perfidia. 
Callicrate adunque senza lucro di sorta alcuna credendosi divenuto nemico della citt di Atene senza alcun proprio guadagno, accus Menalcida che avea deposto il comando, di delitto capitale presso gli Achi. Imperciocch diceva, che ito colui in Roma come ambasciatore, avea esercitato la sua carica a danno degli Achi, ed avea mostrato tutto l'impegno onde staccare Sparta dal Consiglio degli Achi. Allora come Menalcida si vide esposto all'ultimo pericolo diede tr di quei talenti, che avea ricevuto da Oropo a Dio Megalopolita. Era Dio suo successore nel comando degli Achi ed allora tutto intento al guadagno porse a Menalcida salvezza, anche contro il volere degli Achi. Gli Achi poi s in particolare, che in comune accusavano Dio della liberazione di Menalcida.
2. Dio per dalle accuse che contro di lui facevano, li trasport ad una speranza di cose maggiori prevalendosi per ingannarli della seguente occasione. I Lacedemonj ricorsero al Senato Romano per una regione in contesa. Il Senato Romano decise sul loro ricorso, che fuori della vita, nelle altre cose dal Consiglio degli Achi fossero giudicati. Tale fu la risposta del Senato. Dio per non disse agli Achi la cosa siccome era, ma lusingandoli afferm, che dal Senato di Roma era stato loro permesso di condannare ancora alla morte uno Spartano. Questi adunque domandarono di giudicare i Lacedemonj anche sulla vita di ciascheduno. Ma i Lacedemonj, non concedevano che Dio dicesse il vero, e volevano appellare al Senato Romano. Gli Achi presero un altro motivo, cio, che di tutte le citt le quali facevano parte della Lega Acha, niuna era libera da mandare privatamente ambasciatori ai Romani, senza il comune degli Achi. Da queste contese nacque fra gli Achi, ed i Lacedemonj la guerra, e questi ultimi comprendendo bene di non essere in forze da combattere cogli Achi, si rivolsero a spedire ambascerie alle loro citt, e privatamente poi a Dio con proposizioni. Le citt fecero tutte una risposta, che non era lecito loro di dissobbedire al Capitano quando ordinava di uscire in campo. Conciossiach Dio comandasse gli Achi, e dicesse di andare a fare la guerra non a Sparta, ma a coloro, che la turbavano. Interrogato dai Geronti, quanti fossero quelli che stimava rei, mand loro la nota di ventiquattro de' principali di Sparta. Allora vinse il sentimento di Agasistene, personaggio di gi approvato, e che per questa esortazione, sal vie maggiormente in gloria: costui esort que' tali ad andare di Lacedemone volontariamente in esilio affinch col rimanere ivi non avessero attirato sopra Sparta la guerra; e se in esilio a Roma fossero iti, non anderebbe guari, diceva, che sarebbero stati dai Romani in patria ricondotti. Partiti costoro, furono specialmente, al tribunale dagli Spartani citati, e condannati a morire. Dagli Achi, ancora furono spediti a Roma Callicrate e Dio per perorare in Senato contro gli esuli di Sparta. Di questi, Callicrate mor di malattia in Rodi: n so se pervenuto a Roma avrebbe potuto recare qualche giovamento agli Achi, o sarebbe stato il principio ad essi di mali maggiori. Dio poi stando in Senato, molto alterc con Menalcida, e molte cose senza urbanit ascoltonne. E rispose ad essi il Senato, che avrebbe mandato ambasciadori, i quali giudicarebbero di tutte le differenze, che fra i Lacedemonj e gli Achi vicendevolmente esistevano. Gli ambasciadori Romani ebbero un viaggio pi lento cosicch dapprincipio Dio pot ingannare gli Achi e Menalcida i Lacedemonj. Ai primi espose Dio che i Lacedemonj aveano avuto ordine dal Senato Romano di seguire in tutto gli Achi: Menalcida poi ingann i Lacedemonj, dicendo loro, che erano stati dai Romani affatto liberati dal far parte del Consiglio Acaico.
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CAPO DECIMOTERZO
Gli Achi levano un esercito contro Sparta - I Lacedemonj combattono cogli Achi, e sono fugati - Damocrito accusato da tradimento fugge - Astuzia di Dio - Morte di Menalcida.
1. Di nuovo adunque per le altercazioni gli Achi si mossero a far la guerra ai Lacedemonj, e fu contro Sparta un esercito raccolto da Damocrito, il quale allora era stato eletto per generale degli Achi. Circa questo stesso tempo, pervenne in Macedonia l'esercito Romano, e Metello che ne era il condottiero, onde far la guerra ad Andrisco di Perseo di Filippo, il quale si era dai Romani ribellato. E la guerra di Macedonia dovea assai facilmente e nel modo pi favorevole pe' Romani decidersi. Metello comand ai messi spediti dal Senato Romano per gli affari di Asia, che prima di passare in quelle contrade fossero venuti a parlamento co' Capitani degli Achi per proibire loro di portare contro di Sparta le armi ed ingiungere loro che aspettassero la venuta di coloro, che per tal motivo erano stati spediti come Giudici fra i Lacedemonj, e gli Achi. Questi adunque annunziarono ci che era stato loro comandato, a Damocrito, ed agli Achi mentre erano di gi usciti contro Lacedemone; e poich vedevano quello che contro la esortazione operavano gli Achi, in Asia n'andarono.
2. I Lacedemonj pi per coraggio che per essere forti presero le armi, ed uscirono per difendere la patria; ma non molto dopo forzati, ne caddero in battaglia mille di quei che in et ed in ardire pi degli altri fiorivano, e il rimanente delle truppe con quella celerit, che ciascuno pot alla citt fuggironsi. Che se Damocrito avesse mostrato impegno, gli Achi sarebbero potuti entrare nelle mura di Sparta insieme con quelli che dal combattimento erano fuggiti. Ma subito richiam dallo inseguirli gli Achi, e dopo, piuttosto fece scorrere e saccheggi nel paese, di quello che un bene inteso assedio.
3. A Damocrito, il quale avea ricondotto l'esercito indietro, fu dgli Achi imposta come traditore l'ammenda di cinquanta talenti: e (perciocch non potea pagarli) fuggendo n'and esule dal Peloponneso.
4. Dio creato dopo Damocrito Capitano degli Achi, avendo ricevuto da Metello nuovi ambasciadori, conchiuse seco lui che non avrebbe portato alcuna guerra contro i Lacedemonj, e finch non fossero pervenuti i Commissarj di Roma sarebbe durata la tregua. Ma contro i Lacedemonj questa altra astuzia invent. Le piccole citt, che intorno a Sparta trovavansi, furono da lui rese benevole verso gli Achi: ed in quelle introdusse ancora presidj, onde servire agli Achi di luoghi di attacco contro di Sparta.
5. Menalcida era stato creato dai Lacedemonj Capitano contro Dio. Ora essendo i Lacedemonj deboli in ogni preparativo di guerra e particolarmente in danari, ed inoltre sendo rimasa loro la terra senza essere seminata, Menalcida ci non ostante persuase loro di infrangere i patti, e presa con una scorrera Jaso piccola citt ne' confini del territorio Laconico suddita allora degli Achi, guastolla. Avendo adunque accesa di nuovo la guerra fra i Lacedemonj e gli Achi, ed essendo accusato dai cittadini, siccome non vedeva scampo per i Lacedemonj nell'imminente periglio, lasci spontaneamente la vita prendendo il veleno. Tale fu il fine di Menalcida, il quale comand di suo capriccio allora i Lacedemonj come il pi ignorante de' Capitani, e prima ancora gli Achi, come l'uomo il pi ingiusto.
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CAPO DECIMOQUARTO
Ambascera de' Romani presso gli Achi - Questi attaccano gli Spartani in Corinto - Critolao delude i Romani - Muove gli Achi a far loro la guerra - I Romani spediscono Mummio contro di loro.
1. Arrivarono finalmente in Grecia quelli ancora, che erano stati da Roma spediti per essere giudici fra i Lacedemonj, e gli Achi, ed Oreste fra questi. Costui chiam a se tutti i magnati di ciascuna citt degli Achi, e Dio. Pervenuti costoro l dove egli abitava, pales loro il tutto, che il Romano Senato cio avea creduto giusto che n i Lacedemonj n Corinto stesso facessero pi parte del Consiglio Acaico, e che fossero sciolti dalla Lega degli Achi, Argo, Eracla presso l'Oeta e gli Arcadi Orcomenj. Imperciocch in origine queste citt nulla aveano di comune cogli Achi, ma erano dopo passate nel Consiglio Acaico.
2. Appena Oreste ebbe proferito simili cose che i magnati degli Achi non sopportando neppure di finire di ascoltare il discorso, corsero fuori della casa, e chiamarono gli Achi ad adunanza. Questi come ebbero sentito ci che era stato dai Romani decretato, subito contro gli Spartani si rivolsero, che Corinto allora abitavano; saccheggiarono qualunque persona, che essi di certo sapevano essere Lacedemonio, ovvero lo sospettavano tale per il modo con cui portava i capelli o i calzari o il vestimento, od il nome; quelli di costoro che pervennero a rifuggiarsi l dove Oreste abitava, erano tuttavia da loro per trarli fuora sforzati. Oreste, e quelli che erano seco lui tentarono di trattenere gli Achi dalla audacia, e li esortavano a ricordarsi che cominciavano a fare delitti, e contumelie contro i Romani. Non molti giorni dopo gli Achi misero in carcere tutti i Lacedemonj che aveano preso e rilasciarono i forestieri separandoli da loro. Mandarono poi a Roma ancora de' principali di loro con Terida; come questi furono partiti s'incontrarono nella strada cogli ambasciadori spediti da' Romani dopo di Oreste per gli affari de' Lacedemoni, e degli Achi, ed anche essi indietro tornarono. A Dio, sendo finito il tempo della sua carica, fu dagli Achi creato Crilolao per successore.
3. Questo Critolao era portato da un umore aspro e senza riflessione a far contro i Romani la guerra, e poich di gi erano arrivati quelli che i Romani aveano spedito a giudicare gli affari de' Lacedemonj e degli Achi in Tegea degli Arcadi, Critolao parl loro; ma non volle in conto alcuno raccogliere gli Achi ad un consiglio generale: e per mostrarsi condiscendente a' Romani mand de' messi, comandando di chiamare i colleghi al consiglio Acaico: in particolare per mand a tutti i colleghi lettere nelle citt di mancare al Consiglio. Come adunque quelli che sedevano in Consiglio non vennero, Critolao allora chiaramente us l'inganno verso i Romani, come colui che comand agli Achi di aspettare un'altra adunanza da cadere nel mese sesto, e quanto a lui, disse di non volere privatamente, senza il comune degli Achi venire con loro a discussione. Costoro, come si videro ingannati tornarono a Roma: Critolao per adunati in Corinto gli Achi, li persuase a portare le armi contro Sparta, e li persuase ancora di muovere subito la guerra ai Romani. Che un Re, o una citt avendo impreso una guerra sia infelice, ci avviene pi per malignit della fortuna, che per colpa de' combattenti; ma l'audacia unita alla debolezza, una mania, piuttosto che mala fortuna deve appellarsi. Il che nacque a Critolao, ed agli Achi. Instig ancora gli Achi Pitea allora Capo de' Beoti in Tebe, e i Tebani fecero loro annunziare, che con ogni impegno in questa guerra ajutati li avrebbero. Erano stati i Tebani da Metello condannati a pagare la prima ammenda ai Focesi, per essere entrati colle armi nella Focide, la seconda agli Euboesi, perciocch aveano dato il guasto al paese degli Euboesi; la terza finalmente agli Anfissesi, sendo stata da loro saccheggiato il territorio di questi nel tempo della messe.
4. I Romani istruiti da coloro, che in Grecia aveano mandato, e dalle lettere che Metello mand loro, dichiararono gli Achi essere rei: e poich aveano eletto allora per loro Console Mummio, a lui comandarono di condurre una flotta, ed un esercito terrestre contro gli Achi.
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CAPO DECIMOQUINTO
Proposizioni di Metello agli Achi - Gli Achei le ricusano - Sono vinti - Morte di Critolao, e continuazione della guerra sotto Dio - Metello prende Tebe, e Megara.
1. Metello subito intese, che veniva contro gli Achi Mummio, ed il suo esercito, onde tutto lo studio pose per sembrare di aver posto fine alla guerra prima, che Mummio fosse nella Grecia pervenuto. Mand adunque de' messi agli Achi comandando loro di sciorre dalla loro Lega i Lacedemonj, e tutte quelle citt che aveano abbracciato il partito de' Romani; e nel tempo stesso promise che i Romani non avrebbero dimostrato contro di essi alcuno sdegno per la dissobbedienza anteriore. Mentre queste cose faceva per gli araldi annunziare, spingeva verso la Macedonia il suo esercito, per la Tessaglia facendosi strada presso il seno Lamiaco.
2. Critolao, e gli Achi niun conto fecero di colui che recava loro gli ordini, ed assediarono Eracla, che non voleva far parte della lega. Ma Critolao come seppe dalle spie, che Metello, e i Romani aveano valicato lo Sperchio, si rifuggi in Scarfa de' Locri, n schierando gli Achi nelle gole fra Eraclea, e le Termopili, os di aspettare Metello; ma venne in tanto timore, che non riput dargli maggiore speranza quel luogo stesso, dove aveano mostrato azioni valorose i Lacedemonj contro i Medi per la Grecia, e non meno chiare di questi gli Ateniesi contro i Galli.
3. Mentre Critolao, e gli Achi s'involavano furono poco prima di pervenire a Scarfa dalle truppe di Metello colti, che avendone moltissimi uccisi, presero mille prigioni. Critolao non fu veduto vivo dopo la battaglia, n fra i morti fu ritrovato; che se ard di gittarsi nel fango del mare, che  presso l'Oeta, dovea onninamente senza essere conosciuto, o udito da alcuno perire nel fondo. Sulla morte adunque di Critolao varie cose congetturare si possono. Mille scelti soldati Arcadi, i quali con Critolao aveano avuto parte nell'azione, si avanzarono fino ad Elata de' Focesi, dove da que' cittadini per un'antica parentela vennero accolti. Come fu ai Focesi annunziata la disgrazia di Critolao, e degli Achi, comandarono agli Arcadi di partire da Elata. Ritornati costoro indietro nel Peloponneso, si presentarono loro dinanzi Metello, e i Romani sotto Cherona, ed ivi furono colpiti dalla giustizia degl'Iddii della Grecia gli Arcadi, che avendo abbandonato i Greci, i quali in Cherona contro Filippo, e i Macedoni combattevano, allora nello stesso luogo furono dai Romani trucidati.
4. Dio avea di nuovo ottenuto il comando dell'esercito presso gli Achi: allora mise in libert i servi, imitando lo spediente preso da Milziade, e dagli Ateniesi, prima dell'azione di Maratona, e raccolse dalle citt degli Achi, e degli Arcadi quelli che erano in et di portare le armi. Questa gente raccolta, contandovi ancora i servi mont a 600. cavalli, ed a 14000. fanti gravemente armati. Allora Dio usc totalmente di senno, il quale sapendo bene quanto male avea combattuto Critolao, e la oste tutta degli Achi contro Metello, scelse 4000. soldati, e pose al comando di quelli Alcamene. Furono questi mandati a Megara per servire ai Megaresi di presidio della citt, e per impedire il passo a Metello, e ai Romani; se mai fossero contro loro venuti.
5. Ma Metello, come ebbe abbattuto gli scelti soldati Arcadi, mosse l'esercito, e si spinse verso Tebe; conciossiach i Tebani insieme cogli Achi aveano assediato Eracla. Allora essi, e le donne di ogni et abbandonando la citt, andarono per la Beozia vagando, e nelle cime de' monti si rifuggiarono. Metello non permise di ardere i tempj degl'Iddii, e disfare gli edificj, e proib di uccidere alcuno de' Tebani rimasti, e di prendere i fuggitivi: ma comand loro, che a lui menassero Pitea se lo prendevano. Pitea venne subito scoperto, e condotto innanzi a lui ebbe il meritato gastigo. Come l'esercito giunse presso di Megara non fu da Alcamene aspettato; ma fuggendo n'andarono subito egli, ed i suoi al campo degli Achi in Corinto: e i Megaresi consegnarono senza combattere la citt ai Romani. Metello per come presso l'istmo fu pervenuto, mand ancora allora un araldo agli Achi invitandoli alla concordia, e alla pace. Imperciocch avea egli un forte desiderio, che insieme fossero finiti gli affari di Macedonia, e degli Achi. Ma Dio per stoltezza fu contrario a costui, il quale era tutto di queste cose studioso.
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CAPO DECIMOSESTO
Mummio arriva con Oreste sull'Istmo - Gli Achi sono posti in fuga - Morte di Dio - Distruzione di Corinto - Vicende della Grecia dopo la guerra Acaica.
1. Mummio menando seco lui Oreste, che prima era andato a Roma per le differenze fra i Lacedemonj, e gli Achi, giunse sul fare del giorno all'esercito Romano, ed avendo in Macedonia spedito Metello con l'oste, che lo seguiva, si ferm egli nell'istmo aspettando che tutto l'esercito si fosse raccolto. Montava la cavalleria a 3500. uomini, ed il numero de' fanti era di 23000. vi si aggiugnevano gli arcieri Cretesi ancora, e Filopemene co' soldati di Attalo spediti da Pergamo, che  di l dal Caico. Mummio adunque schier dodici stadj pi lungi alcune truppe Itale, ed alleate, onde servire di guardia avanzata a tutto l'esercito.
2. Gli Achi, stando i Romani per loro orgoglio poco in guardia, assalirono quelli di loro, che alla prima guardia erano ordinati, ed altri ne uccisero, e pi ancora nel campo ne chiusero, e presero cinquecento scudi. Per questa azione s'insuperbirono ancora gli Achi di far i primi una sortita, innanzi che i Romani la pugna incominciassero. Come Mummio ancora men fuori le truppe contro di loro, quelli degli Achi, che erano nella cavalleria schierati, subito fuggirono, non avendo neppure il primo assalto della cavalleria Romana sostenuto: l'infanteria poi scoraggiata dalla fuga della cavalleria, ed avendo ricevuto l'urto de' legionarj Romani, forzati dalla moltitudine, e tuttavia non cedendo alle schiere, resistevano a quel furore, fnch assaliti ne' fianchi da mille scelti Romani si diedero ad una fuga completa. Se dopo la battaglia Dio avesse osato di entrare in Corinto, e ricevere entro le mura quelli che dalla fuga scampavano, forse gli Achi col farsi assediare, e mandare in lungo la guerra avrebbero potuto trovare qualche umanit presso Mummio. Ma cominciando gli Achi a rendersi, direttamente Dio fugg a Megalopoli senza mostrarsi in guisa alcuna verso gli Achi come Callistrato di Empedo verso gli Ateniesi avea fatto. Imperciocch sendo costui Capitano della cavalleria in Sicilia, erano gli Ateniesi, e tutti gli altri che di quella spedizione facevano parte, periti presso il fiume Asinaro: allora Callistrato ebbe l'audacia di passare in mezzo ai nemici menando la cavalleria. E come la pi parte di essa salvossi in Catania, ritorn indietro per la stessa via verso Siracusa, tentando di assalire quelli, che il campo degli Ateniesi assediavano, e cinque di loro ne uccise; ed avendo egli, ed il cavallo suo ricevuto mortali ferite, spir. Costui adunque avendo acquistato agli Ateniesi, e a se stesso una gloria immortale, salv quelli che comandava, ed egli incontr volontariamente la morte.
3. Dio per dopo di aver perduto gli Achi and come messo de' mali attuali ai Megalopolitani: ed avendo colle proprie mani la moglie sua svenato affinch non divenisse schiava, preso il veleno mor, mostrandosi simile nell'avidit del danaro, simile nella vilt della morte a Menalcida. Quelli degli Achi, che dopo la pugna si erano in Corinto salvati, nella notte subito di l fuggirono, e insieme con loro la maggior parte de' Corintj istessi.
4. Mummio adunque, sendo state le porte di Corinto aperte, indugi di entrare subito nella citt, sospettando che non si celasse qualche imboscata entro le mura; il terzo d per dopo la pugna, prese di assalto Corinto, e lo arse. Di quelli che vi furono presi dentro, la maggior parte vennero dai Romani uccisi, e Mummio vend i ragazzi, e le donne; vend ancora tutti i servi, che erano stati messi in libert, e che avendo combattuto fragli Achi non erano nella battaglia caduti. De' donativi, e degli altri ornamenti, quelli che erano pi meravigliosi furono trasportati: quelli poi, che non erano dello stesso pregio li di Mummio a Filopemene Capitano spedito da Attalo: ed a' miei giorni ancora possedevano i Pergameni delle spoglie Corintie. A tutti coloro che aveano portato le armi contro i Romani, Mummio distrusse le mura, e tolse le armi, prima che dai Romani fossero spediti de' Senatori.
5. Come adunque pervennero quelli, che con lui doveano deliberare, Mummio spense le democrazie, e stabil le magistrature secondo la possidenza; alla Grecia poi fu imposto un tributo, ed a quelli che aveano ricchezze fu vietato di possedere oltre i limiti: de' Consigli, quello generale degli Achi, e quello, o de' Focesi, o de' Beoti, o di qualunque altro luogo di Grecia furono tutti similmente disciolti.
6. Non molti anni dopo i Romani si mossero a compassione della Grecia, e resero a ciascun popolo gli antichi Consigli per nazione, ed il potere possedere terre fuori de' confini: rimisero ancora la multa a tutti quelli, ai quali Mummio l'avea imposta: imperciocch avea comandato ai Beoti, ed agli Euboesi di pagare cento talenti agli Eracleot, e duecento n'imposero agli Achi da pagarsi ai Lacedemonj. La remissione adunque di questi fu da' Greci ne' Romani trovata: un Pretore per anche a' miei giorni era spedito nella Grecia, e non Pretore di Grecia ma dell'Acaia i Romani l'appellano, perch assoggettarono i Greci per gli Achi, i quali allora erano i primi della nazione Greca. Questa guerra adunque ebbe tal fine, sendo in Atene Arconte Antiteo nella Olimpiade CLX. nella quale vinse Diodoro Sicionio.
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CAPO DECIMOSETTIMO
Stato infelice della Grecia - Sua condizione sotto Nerone, e Vespasiano - Descrizione dell'Acaja - Dime, e suoi monumenti.
1. Allora cadde la Grecia in una debolezza estrema, avendola il Nume afflitta in ogni parte, e devastata fino al fondo. Argo citt, che a' tempi de' cos detti Eroi era giunta al colmo della potenza, perd il favore della fortuna nel cangiamento de' Dorj. Il popolo Attico oppresso dalla guerra de' Peloponnesj, e dalla pestilenza, e riavutosi non molti anni dopo, dovea essere dalla felicit de' Macedoni distrutto; dalla Macedonia ancora sui Beoti, e Tebe l'ira di Alessandro cadde; ed i Lacedemonj doveano dal Tebano Epaminonda essere abbattuti. Quindi si accese la guerra degli Achi, quando appena, come da un albero danneggiato, subito in molte parti germogli per la Grecia il popolo Acaico: e la malvagit dei capitani gl'imped di crescere pi oltre.
2. Venne dopo l'imperio dei Romani in Nerone, e Nerone libera la sciolse da tutti i pesi, avendola col popolo Romano cangiata. Imperciocch diede al popolo in cambio della Grecia la Sardegna, isola sommamente fertile. Ora considerando questa azione di Nerone, sembrommi Platone di Aristone aver rettamente parlato, che tutti i delitti che superano gli altri in gravezza, ed ardire, non sono degli uomini ordinarj, ma sibbene di un'anima generosa da una sconvenevole educazione corrotta. Ma non poterono i Greci godersi il dono. Imperciocch avendo dopo Nerone ottenuto Vespasiano il comando, furono essi ad una guerra civile portati, e di nuovo Vespasiano li assoggett ai tributi, e comand, che obbedissero al Pretore, dicendo che i Greci non conoscevano pi la libert. Questo  ci, che essere in tal guisa avvenuto io ritrovai.
3. Gli Achi, e gli Eli hanno per confine della loro regione il fiume Lariso, e sul fiume  il tempio di Minerva Larissa. Trecento stadj, e non pi oltre dal Lariso  posta Dime citt degli Achi. Questa, quando Filippo di Demetrio fece la guerra, fu la sola delle citt Acaiche, che assoggettasse; e per questa cagione Sulpicio Pretore Romano anche esso, permise ai soldati il saccheggio di Dime. Augusto poi la aggiunse ai Patresi. Chiamavasi ne' pi antichi tempi Pala; mentre per ancora la occupavano i Joni cangi il nome in quello di oggi, senza che io sappia chiaramente se da una tal Dime donna del paese, o da Dimante di Egimio il traesse. Dai versi elegiaci per, che in Olimpia sul ritratto di Oebota si leggono non si pu rimanere in dubbio. Imperciocch circa Oebota cittadino Dimo, che vinse allo stadio nella Olimpiade sesta, e che fu fatto degno del ritratto in Olimpia secondo l'oracolo di Delfo nella Olimpiade LXXX., leggesi l'epigrafe:
D'Oenia il figlio Oebota, che allo stadio
Vinse, e rese agli Achi pi famosa
La patria sua Pala.
Questo adunque non pu porre alcuno in dubbio, poich l'inscrizione, chiama la citt Pala, e non Dime; imperciocch i Greci hanno l'uso d'introdurre nella poesia invece de' pi moderni i nomi pi antichi; e ad Anfiarao, ed Adrasto, di Foroneidi, ed a Teseo, di Eretteide danno il soprannome.
4. Poco prima di entrare nella citt de Dimi, a destra della via  il sepolcro di Sostrato: fu costui un garzone del paese, il quale dicono essere stato amato da Ercole, e poich egli mor mentre Ercole era ancora fra gli uomini, affermano, che questi gli edific allora il sepolcro, e gli di le primizie de' capelli del capo suo. Il coperchio del sepolcro a' miei giorni ancora era una colonna sul tumulo con Ercole sopra; mi dissero, che i nazionali celebrano a Sostrato i funerali.
5. Hanno i Dimi il tempio di Minerva, ed una statua sommamente antica: hanno ancora un altro tempio edificato alla Madre Dindimene, e ad Atte. Chi fosse costui non mi venne fatto scoprire alcun arcano sopra di esso. Ma Ermesianatte, che scrisse elegie ha cantato, che egli fosse figliuolo di Calao Frigio, e che sendo stato dalla madre partorito inabile alla generazione, poich fu cresciuto pass ad abitare secondo Ermesianatte in Lidia, ed ivi ai misteri della Gran Madre inizi i Lidi; e venne presso la Dea in tanto onore, che Giove adiratosi contro di lei mand un cinghiale a devastare i lavori de' Lidi. Ivi altri Lidi, ed Atte istesso furono dal cinghiale morti; quindi i Galli, che abitano in Pessinunte, non toccano i porci. Circa Atte per non credono lo stesso; ma ritengono sopra di lui un'altra tradizione nazionale, che Giove dormendo lasci sulla terra cadere il seme, il quale col tempo produsse un Genio, che avea i due sessi dell'uomo, e della donna; danno a costui il nome di Agdisti. Gli Dei temendo questo Agdisti, gli recisero il sesso virile: tostoch per il mandorlo nato da questo port il frutto maturo, dicono, che la figlia del fiume Sangario prendesse i frutti, ed avendoseli posti in seno, quel frutto subito disparve, ma essa fu gravida: avendo partorito, il suo figlio esposto fu da un irco assistito. Come poi cresciuto era pi bello, di quello, che la forma dell'uomo lo permette, allora Agdisti innamorossi del figlio. I congiunti quando videro Atte adulto, in Pessinunte lo mandarono per unirsi in matrimonio colla figlia del Re. Si cantava l'imeno allorch Agdisti si presenta, ed Atte divenuto furibondo le parti genitali si recide: ci fece ancora colui, che la figlia gli dava in isposa. Agdisti da pentimento fu preso per quello, che ad Atte avea fatto, ed ottenne da Giove, che niuna parte del corpo di Atte divenisse putrida, o guasta. Queste sono le cose pi note circa Atte.
6. Nella regione de' Dimi havvi ancora la vittoria di Oebota corridore. Questi, che il primo degli Achi riport l'onore in Olimpia, nulla di particolare ebbe presso di loro: e perci Oebota fece le imprecazioni, che niun Acho riportasse mai pi la corona Olimpica. E poich vi fu qualche Dio, che non sdegn di esaudire le imprecazioni di Oebota, gli Achi finalmente seppero per qual cagione non riportavano la corona Olimpica; e lo appresero dopo avere spedito a Delfo. Laonde, dopo avere fragli altri onori decretati ad Oebota, dedicata la sua immagine in Olimpia, Sostrato Pellenese, ottenne la vittoria dello stadio ne' garzoni. Ed era in uso ancora a' miei giorni, che quegli Achi, che erano per combattere ne' giuochi Olimpici, celebrassero i funerali ad Oebota, e se in Olimpia vincevano, la immagine d'Oebota coronassero.
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CAPO DECIMOTTAVO
Fiume Piro - Oleno - Patre - Monumenti di Patre, e festa di Diana Lafria.
1. Avanzandosi da Dime, quaranta stadj,  la foce del Piro; e presso di questo era un d la citt di Oleno. Per tutti coloro, che hanno cantato Ercole, e le sue gesta, sono non piccoli argomenti de' loro poemi, chi fosse Dessameno Re di Oleno, e quali doni ospitali presso lui Ercole sortisse. Che Oleno fosse una piccola citt in origine, ne fa al mio discorso testimonianza la elega ancora cantata da Ermesianatte sopra Eurizione Centauro. Dicono poi, che ne' tempi posteriori gli abitanti lasciato per la debolezza Oleno, si ricoverarono in Pire ed Eurizie.
2. Circa ottanta stadj distante dal fiume Piro  la citt di Patre: non lungi da essa sbocca nel mare il fiume Glauco. Quelli de' Patresi, che le pi antiche cose rammentano, dicono, che Eumelo indigena abitasse il primo nel paese, regnando sopra poche famiglie. Venuto dall'Attica Trittolemo ricevette le biade, ed ammaestrato ad edificare una citt, la nomin Aroe dalla lavorazione della terra. Allorch si fu rivolto al sonno Trittolemo, affermano, che Anta figlio di Eumelo avendo attaccati al cocchio di Trittolemo i dragoni, volle anche egli seminare. Ma caduto dal carro perd la vita. Trittolemo, ed Eumelo poi fabbricarono in comune la citt di Anta dal nome del figlio di Eumelo. Fu edificata ancora una terza citt fra Anta, ed Aroe, Mesati di nome.
3. Tutte quelle cose, che i Patresi raccontano sopra Bacco, cio che egli fosse educato in Mesati, ed ivi tramategli insidie dai Pani venisse in un pericolo estremo, non opponendomi ai Patresi circa il nome di Mesati lascio a loro stessi il contarlo. Avendo dopo gli Achi cacciato i Joni, Patreo di Preugene di Agenore proib agli Achi di popolare Anta, e Mesati: ma tirando un recint di mura presso ad Aroe, pi grande, affinch ancora questa fosse stata dentro il recinto, pose alla citt dal suo il nome di Patre.
4. Agenore padre di Preugene era figlio di Areo di Ampice; Ampice poi di Pelio, di Egineta, di Dereta, di Arpalo, di Amicla, di Lacedemone. Ci  quanto a Patreo circa gli antenati risguarda.
5. Di loro autorit privata passarono poi i Patresi in Etolia, i soli fragli Achi, per l'amicizia degli Etoli, onde ajutarli a sostenere la guerra contro i Galli. Vinti nelle battaglie oltre il dire, ed oppressi nella maggior parte dalla povert, ad eccezione di alcuni pochi, abbandonarono Patre; gli altri si sparsero pel paese per amore di lavorare, e tutte queste altre piccole citt oltre Patre istessa popolarono, Mesati, Anta, Boline, Argira, ed Arba. Augusto per, vedendo, che Patre era per i naviganti ottimamente posta, o per altri motivi, rimen di bel nuovo dalle altre piccole citt in Patre gli abitanti, e. insieme aggiunse loro per popolarle gli Achi da Ripe, avendo distrutto quella citt. E di tutti gli Achi ai Patresi soli concesse di essere liberi, e compart loro tutti quegli onori, che i Romani hanno l'uso concedere alle colonie.
6. Hanno i Patresi nella cittadella il tempio di Diana Lafria; il nome della Dea non  Greco, ed il simulacro ancora  stato d'altrove introdotto. Imperciocch sendo stata da Augusto disfatta Calidone, e tutte le altre citt della Etolia per trasportare il popolo Etolico in Nicopoli sopra l'Azio, in tale occasione ebbero i Patresi la statua di Lafria, e similmente Augusto ordin, che tutte le altre statue della Etolia, e degli Acarnani fossero per la maggior parte condotte a Nicopoli; ai Patresi poi diede altre spoglie di Calidone, e fra queste la statua ancora di Lafria, la quale anche a' miei giorni riscuoteva gli onori nella cittadella de' Patresi. Dicono, che la Dea avesse il soprannome di Lafria da un tal Focese; imperciocch secondo essi, Lafrio di Castalio di Delfo erse in origine la statua di Diana ai Calidonj; altri poi sostengono, che lo sdegno di Diana divent col tempo pi mite pe' Calidonj, e vogliono, che da questo derivasse alla Dea il soprannome. La statua  in atto di cacciatrice, ed  fatta di avorio, e di oro; la lavorarono Menecmo, e Soida da Naupatto; si crede che essi non fossero di et molto posteriori a Canaco Sicionio, ed a Callone Eginese.
7. I Patresi celebrano ad onore di Lafria ogni anno una festa, in cui hanno un costume nazionale di sacrificio. Mettono in cerchio intorno all'ara legna ancor verdi, ogni pezzo delle quali ha dodici cubiti: dentro l'ara poi mettono le pi secche. Formano circa il tempo della festa una salita all'ara, portando della terra leggerissima sui gradini dell'ara; primieramente menano una splendidissima pompa a Diana, e la vergine sacerdotessa viene in ultimo della pompa portata da cervi attaccati al cocchio. L'indomane, hanno il rito di fare le cose che il sagrificio risguardano, ed il comune a publiche spese non  verso la festa meno splendido de' privati. Imperciocch vivi nell'ara gittano gli uccelli buoni a mangiarsi, e tutte le vittime similmente, ed inoltre i cinghiali, i cervi, le damme, ed altri vi sono che vi gittano i lupicini, e gli orsacchi, ed altri fiere nel loro vigore: depongono sull'ara i frutti ancora degli alberi da coltivarsi. Dopo ci mettono fuoco alle legna. Allora io vidi un orso, e le altre bestie, delle quali altre pel primo impeto del fuoco erano forzate ad uscire, ed altre, che per la forza loro naturale fuggivano: queste da coloro, che le hanno gittate, vengono di nuovo menate al rogo, e non ricordano tempo, in cui alcuno sia stato dalle fiere morso.
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CAPO DECIMONONO
Monumento di Euripilo - Diana Triclaria - Cometo, e Melanippo - Arca di Euripilo.
1. Havvi fra il tempio di Lafria, e l'ara, il monumento di Euripilo. Chi egli fosse, e per quale motivo in questa terra pervenisse, queste cose ancora saranno da me esposte dopo di avere narrato quale fosse lo stato degli uomini di questa contrada al tempo dell'arrivo di Euripilo. I Joni, che Aroe, Anta, e Mesati abitavano, aveano in comune il recinto sacro, ed il tempio di Diana soprannomata Triclaria, e i Joni in onore suo per tutta una notte celebravano ogni anno una festa. Una vergine avea il sacerdozio della Dea, finch non era per portarsi presso ad un uomo.
2. Dicono adunque, che avvenne un giorno, che esercitava il sacerdozio della Dea una Cometo, vergine di bellissima forma, che costei avea per amante Melanippo, il quale nelle altre cose superava i coetanei suoi, e specialmente nella bellezza del volto. Come Melanippo ebbe portato ad un amore reciproco la vergine, la richiese al padre.  come unito alla vecchiezza l'opporsi quanto pi pu ai giovani in altre cose, e specialmente l'essere crudele verso gli amanti: siccome avvenne a Melanippo, che allora voleva forse in isposa Cometo che lo stesso bramava, il quale n da' suoi genitori n da quelli di Cometo ottenne nulla di benigno. E fu chiaro in molte, ed altre cose, e ne' patimenti specialmente di Melanippo, che all'amore appartiene il confondere le cose giuste degli uomini, e rovesciare l'onore degli Iddii. Cos accadde questa volta, che Cometo, e Melanippo nel tempio di Diana soddisfecero l'impeto del loro amore. Ed anche per l'avvenire usarono del tempio come di un talamo. Il popolo fu subito dallo sdegno di Diana afflitto, non producendo la terra frutto veruno, e nascendo fra loro malattie fuori dell'ordinario con morti pi frequenti che prima. Essendo ricorsi all'oracolo di Delfo, la Pizia accus Melanippo, e Cometo; e quanto a loro stessi, l'oracolo ordin di sagrificare a Diana, ed in ciascun anno svenare alla Dea, la donzella, ed il garzone, che pi belli nel volto fossero stati. Per questo sagrificio il fiume, che presso il tempio di Triclaria scorre, Amilico fu detto; fin allora niun nome avea portato. Giovani, e donzelle pertanto, che senza avere nulla contro la Dea commesso, per Melanippo, e Cometo perivano, soffrivano essi, ed i loro congiunti cose sommamente luttuose. Melanippo, e Cometo poi io li credo fuori di disgrazia, imperciocch all'uomo solo  di egual pregio della vita, l'essere felice con un'oggetto amato.
3. In questa guisa poi dicono aver cessato di sacrificar uomini a Diana. Era stato di gi prima data loro da Delfo la risposta, che quando un Re straniero fosse venuto nel loro paese menando seco lui un Genio straniero, avrebbe fatto cessare il sagrificio di Triclaria. Presa Ilio, ed essendosi i Greci divise fra loro le spoglie, Euripilo di Eumone tolse un'arca; vi era nell'arca la statua di Bacco, opera (come dicono) di Vulcano, che da Giove era stata data in dono a Dardano. Si fanno due altri racconti sopra di essa; altri affermano, che quando faggi Enea lasci quest'arca: altri dicono, che da Cassandra fosse gittata per essere una disgrazia a quel Greco, che ritrovata l'avesse. Apr adunque Euripilo l'arca, e vide la statua, e subito dopo averla guardata divent pazzo; egli era pi spesso furioso, e poche volte stava in senno. Sendo costui in questo stato, non diresse in Tessaglia la sua navigazione, ma verso Cirra, ed il seno che  ivi: salito a Delfo consult l'oracolo sulla sua malattia. E dicono, che ricevesse per risposta, che dove si fosse imbattuto con popoli, i quali facevano uno strano sagrificio, ivi erigesse l'arca, ed egli stesso abitasse. Il vento trasport le navi di Euripilo verso il mare vicino ad Aroe, dove smontato a terra trov un garzone, ed una donzella, che all'ara di Triclaria erano condotti: questi era per comprendere facilmente ci, che il sagrificio risguardava. Si rivolsero in mente i nazionali ancora l'oracolo, avendo un Re veduto, che prima non aveano visto mai, ed all'arca pensarono, che vi fosse in essa qualche Dio. E cos cess la malattia di Euripilo, e per quelli uomini il sagrifizio, e al fiume fu posto il nome, che ancora conserva di Milico. Scrissero gi alcuni, che le cose accennate non avvennero al Tessalo Euripilo; ma vogliono, che Euripilo figlio di Dessameno Re di Oleno, sendo insieme con Ercole ito ad Ilio ricevesse da costui l'arca: il resto  da loro riferito nel modo istesso. Io poi non mi posso persuadere, che Ercole le cose che l'arca risguardano, se tali erano, ignorasse; e sapendo questo, mi pare, che non l'avrebbe data in dono ad un uomo, che in suo favore avea combattuto; n i Patresi alcun altro Euripilo ricordano, che quello di Evemone, al quale fanno i funerali ogni anno dopo di aver celebrato la festa di Bacco.
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CAPO VENTESIMO
Dio Aesimneta, e suo culto - Minerva Panacaide - Odo di Patre, ed Atene - Tempio di Diana Limnatide - Altri tempj, e statue.
1. Il Dio, che  dentro l'arca, si appella per soprannome Aesimneta. Quelli, che specialmente lo servono sono nove uomini, i quali sono scelti dal popolo fra tutti per la dignit, ed un numero eguale di donne. Nella sola notte della festa il sacerdote porta l'arca dentro; la notte istessa questo onore ha ricevuto. Scendono poi tutti i figli de' nazionali al Milico col capo coronato di spighe: cos si ornavano ancora in origine quelli, che andavano ad essere al tempio di Diana sacrificati. A' tempi nostri depongono le corone di spighe presso il Dio, e lavatisi nel fiume, di nuovo sendosi posti sul capo corone di edera, vanno al tempio di Aesimneta. Questo  quanto hanno instituito di fare.
2. Entro il recinto di Diana Lafria havvi ancora una edicola di Minerva soprannomata Panacaide;  la statua di oro, e di avorio. Andando alla citt bassa  il tempio della Madre Dindimene, ed in esso Atte ancora gli onori riscuote. Di costui non mostrano alcuna statua, quella della Madre  di marmo. Nel foro  il tempio di Giove Olimpio: egli sta sopra di un trono, ed al trono dappresso  Minerva. La statua di Giunone  di l dal tempio di Olimpio: ed havvi un tempio di Apollo dove  Apollo di bronzo di ogni veste spogliato: egli porta ai suoi piedi i calzari, e con un piede poggia sul cranio di un bue. Conciossiach essersi Apollo dilettato specialmente de' buoi, il dimostrasse Alco nell'inno a Mercurio, avendo scritto, che Mercurio involasse i buoi di Apollo: e prima ancora, che Alco esistesse avea Omero cantato, che Apollo pasceva i buoi di Laomedonte con mercede, e a Nettuno mise in bocca que' versi nella Iliade:
Aff, che de' Trojani intorno un muro 
Fabricai alla citt largo, e assai bello
Onde essa inespugnabil fosse, mentre 
Febo, pascevi i buoi che il pi trascinano.
Si potrebbe perci supporre che il cranio di bue fosse per questo motivo fatto. Nel foro allo scoperto  una statua di Minerva, e a quella dinanzi la tomba di Patreo.
3. Contiguo al foro  l'Odo, dove  posto un Apollo degno di essere veduto. Questo fu fatto colle spoglie, quando i Patresi, soli fragli Achi difesero gli Etoli contro l'esercito de' Galli.  l'Odo adornato con pi magnificenza di tutti quelli che sono nella Grecia, se si vuole eccettuare quello di Atene: imperciocch questo, e per grandezza, e per la sua costruzione lo supera: edificollo un cittadino Ateniese, Erode, in memoria della estinta sua moglie. Io poi nella descrizione Attica ho omesso parlare di questo Odo, perch avea finito ci che gli Ateniesi risguarda prima che Erode intraprendesse di fabbricarlo. In Patre andando dal foro l dove  il tempio di Apollo, si trova verso quella uscita una porta, e sopra di essa statue dorate, Patreo cio, Preugene, ed Aterione, i quali di Patreo garzone hanno la et, sendo anche essi garzoni.
4. Rimpetto al Foro verso questa uscita  il sacro recinto di Diaria, e il tempio di Limnatide. Mentre di gi i Dorj occupavano Lacedemone, ed Argo, dicono, che Preugene per un sogno avuto da Sparta il simulacro di Limnatide involasse, e che con lui avesse parte nella intrapresa il pi giudizioso de' servi suoi. La statua da Lacedemone tolta nell'altro tempio  tenuta in Mesoa, perch anche in origine da Preugene fu in questo luogo portata: quando celebrano la festa di Limnatide, uno de' domestici della Dea viene di Mesoa, portando l'antico simulacro nel sacro recinto, che  nella citt.
5. In questo recinto i Patresi hanno altri tempj, e questi non sono stati edificati allo scoperto; ma in essi si entra per i portici. La statua di Esculapio fuori che nella veste, nel resto  di marmo: Minerva  fatta di oro, ed avorio. Innanzi al tempio di questa  il sepolcro di Preugene. E fanno a Preugene ancora delle essequie ogni anno, e similmente a Patreo le fanno allorch celebrano la festa in onore di Limnatide. Non lungi dal teatro  il tempio di Nemesi, ed un'altro di Venere. Le statue di ambedue sono assai grandi, di marmo bianco.
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CAPO VENTESIMOPRIMO
Bacco Calidonio - Cognomi di Nettuno - Tempj, e statue in Patre - Oracoli di Patre - Donne Patresi.
1. In questa parte della citt  il tempio di Bacco detto Calidonio: imperciocch fu qu da Calidone anco la statua di Bacco trasportata. Quando Calidone era ancora abitata, fra i sacerdoti Calidonj, che ebbe questo Dio, annoverar si debbe Coreso ancora, il quale sovra ogni altro dov soffrire cose ingiuste per l'amore. Amava la vergine Callirroe, e quanto era l'amore di Coreso per Calliroe, altrettanto questa l'odiava. Per quante preghiere, e per quante promesse di doni facesse Coreso, la volont della donzella non si rimosse, onde egli n'and a supplicare la statua di Bacco. Ascolt il Dio la preghiera del sacerdote, e i Calidonj subito, quasi per ubbriachezza, uscivano di senno, e morivano pazzi. Ricorsero adunque all'oracolo di Dodona: imperciocch per coloro che questa parte di continente abitavano, e per gli Etoli, e pe' loro vicini gli Acarnani, e gli Epiroti, sembravano esser pi particolarmente veridiche le colombe, e gli oracoli dalla quercia pronunciati. Allora adunque le risposte da Dodona dissero esser questo lo sdegno di Bacco, e che prima non ne sarebbero stati disciolti, che Coreso non avesse a Bacco sagrificato la stessa Calliroe ovvero altri che avesse osato morire per lei. Come la vergine nulla trovar pot per scampare, si rifuggi presso quelli, che educata l'aveano; ma anche da questi respinta, nulla pi che essere uccisa mancava. Ora premesse tutte quelle altre cose, che da Dodona erano state coll'oracolo pronunciate pel sacrificio, costei venne condotta all'ara come una vittima: Coreso presiedeva al sacrificio, e cedendo all'amore pi, che allo sdegno, sven se stesso in sua vece. Costui pi crudelmente di ogni altro, che conosciamo disposto all'amore di un grande esempio. E Calliroe come vide Coreso morto mut pensiere, e poich era entrata in lei la compassione di Coreso, e il rossore per tutto ci che egli avea fatto per lei, si uccise nella fonte che  poco distante dal porto di Calidone: e da lei i posteri col nome di Calliroe chiamano il fonte.
2. Vicino al teatro hanno i Patresi edificato un sacro recinto ad una donna loro concittadina. Ivi sono statue di Bacco di numero, e nome eguali alle piccole citt degli Achi: imperciocch hanno i nomi di Mesadeo, Anteo, ed Areo. Queste statue sono portate nella festa di Bacco al tempio di Aesimneta;  questo tempio nella parte marittima della citt, andando dal foro a destra della via. Da quello di Aesimneta, andando pi in basso havvi un altro tempio, colla statua di marmo: si chiama questo di Soteria, e lo dicono in origine eretto da Euripilo scampato dal furore.
3. Presso il porto  il tempio di Nettuno colla statua di marmo dritta in piedi. Oltre tutti i nomi, che i poeti hanno dato per ornamento de' versi loro a Nettuno, ciascuno glie ne d altri propri del paese privatamente. Questi sono i soprannomi, che presso tutti riceve: Pelago, Asfalio, ed Ippio. Circa il cognome d'Ippio altri potr credere averlo per altri motivi ottenuto; io per mel figuro dall'essere stato inventore dell'arte equestre. Omero infatti ne' giuochi de' cavalli fa giurare Menelao invocando questo Iddio:
E toccando i destrieri per Nettuno
Scuotitor della terra omai tu giura,
Che il carro mio di volont per dolo
Tu passar non vorrai.
E Panfo, che cant agli Ateniesi gl'inni pi antichi, dice di Nettuno:
De' corsieri datore, e delle navi
Che dritte ergon le vele.
4. In Patre, non molto pi lungi da quello di Nettuno,  il tempio di Venere: una delle statue la presero i pescatori colle reti, una et prima di me. Assai vicine al porto sono due statue di bronzo, una di Marte, l'altra di Apollo. Presso il porto  il sacro recinto di Venere, la cui statua ha le estremit delle mani, e de' piedi di marmo, nel resto  di legno. Hanno i Patresi un bosco ancora sul mare in cui sono corsi attissimi, e fralle altre cose un soave trattenimento nella stagione estiva. In questo sono tempj degli Iddii; uno di Apollo, e l'altro di Venere; anche essi hanno le statue di marmo. Contiguo al bosco  il tempio di Cerere: essa, e la figlia sua stanno in piedi, la statua della Terra per  assisa.
5. Innanzi al tempio di Cerere  una sorgente. La parte di questa, che  avanti il tempio  chiusa con una maceria di pietre: nella parte esteriore poi  stata fatta una discesa ad essa. Ivi  un oracolo infallibile non gi per ogni cosa, ma per quelli che da malattie sono afflitti: calano gi uno specchio, legandolo ad una fune assai tenue, e misurando che non vada pi a fondo della sorgente, che quanto giunga con l'orlo a toccar l'acqua. Quindi pregando la Dea, e facendo evaporare odori guardano nello specchio, il quale mostra se l'infermo sar vivo, o morto. Tanta verit adunque ha questa acqua.
6. Vicinissimo a Ciane presso alla Licia havvi l'oracolo di Apollo Tirto, e lo porge l'acqua che  ivi, in cui chi nella fonte guarda, similmente vede tutte quelle cose, che vuole osservare. In Patre presso il bosco sono due tempj ancora di Serapide, nel secondo de' quali  stato edificato il monumento sepolcrale di Egitto di Belo. Dicono i Patresi essere egli in Aroa fuggito, sendo stato atterrito dai patimenti de' figli, e dal nome istesso di Argo, e molto pi per timore di Danao. I Patresi hanno ancora il tempio di Esculapio: questo tempio  vicino alle porte che sono di l dalla cittadella, le quali menano a Mesati.
7. Le donne in Patre sono di numero il doppio degli uomini, e libidinose quanto tutte le altre. La maggior parte di loro traggono il vivere dal bisso, che nasce nella Elide, perocch tessono di esso reti da testa, e tutte le altre vestimenta.
 CAPO VENTESIMOSECONDO
Fare, fiume Pierio, e platani di grandezza prodigiosa - Mercurio Agoro - Culto degli Ermi - Trita - Via di Egio - Fiume Caradro.
1. Fare citt degli Achi  soggetta a Patre per concessione di Augusto. Da Patre a Fare havvi una via di centocinquanta stadj, e dal mare andando verso il continente vi sono settanta stadj. Presso di Fare scorre il fiume Pierio, quello stesso, io credo, che bagna le ruine di Oleno, il quale dalla gente che abita presso il mare  detto Piro. Presso il fiume  un bosco di platani, i quali sono per la maggior parte vuoti nel tronco a cagione della loro antichit, e cos grossi, che dentro di essi quelli che il vogliono, vi mangiano ancora, e vi dormono.
2. Il recinto del foro in Fare secondo la maniera pi antica,  assai grande, ed in mezzo di esso  un Mercurio di marmo, il quale tiene anche la barba; e stando fisso in terra  di figura quadrangolare, e non molto alto. Una inscrizione vi si legge, la quale dice averlo dedicato Similo Messenio. Si chiama questo Agoro, e presso di esso vi  stabilito un oracolo. Avanti la statua havvi un focolare di marmo ancora esso; e a questo sono attaccate con piombo lucerne di bronzo. Quegli adunque che vuol consultare l'oracolo, venutovi verso sera arde dell'incenso sopra del focolare, ed empiute di olio, ed accese le lucerne, pone sull'ara della statua a destra, una moneta del paese (si chiama questa di bronzo) e fa alle orecchie del Dio quella interrogazione, che vuole. Dopo questo sen parte dal foro turandosi le orecchie. Uscito fuori toglie dalle sue orecchie le mani, e la voce che ode,  da lui creduta un oracolo. Tale  ancora l'altro oracolo, che nel tempio di Api gli Egizj hanno stabilito. In Fare  ancora l'acqua sacra di Mercurio: Nama chiamano il fonte, e non prendono da esso pesci, credendoli dedicati al Dio.
3. Molto dappresso alla statua sono pietre quadrangolari, in numero di trenta. Sono queste dai Faresi venerate, dando a ciascuna il nome di qualche Dio. Ne' tempi pi antichi presso tutti i Greci ancora le pietre rozze in luogo delle statue erano venerate come Numi. Non pi lontano di quindici stadj dalla loro citt, hanno i Faresi il bosco sacro de' Dioscuri. In esso sono nati molti lauri, ma non vi  tempio alcuno n statue: dicono i nazionali, che le statue furono trasportate a Roma. In Fare nel bosco  un'ara di pietre scelte. Non potei sentire se Fare di Filodamia di Danao, o altri dello stesso nome sia stato il fondatore di Fare.
4. Trita citt degli Achi  fabbricata nelle parti mediterranee, e i suoi abitanti sono soggetti ai Patresi per concessione dell'Imperadore. Da Fare a Trita vi sono centoventi stadj. Prima di entrare in citt si trova un sepolcro di marmo bianco degno di osservazione fralle altre cose per le pitture che sulla tomba si vedono, opera di Nicia. Vedesi un seggio di avorio, ed una donna giovane sopra di esso di belle forme, ed al suo lato st una serva, che porta un ombrello. Vi  poi un giovanetto in piedi senza barba, rivestito di una tunica, e sopra di questa di una clamide purpurea; presso di lui  un famiglio, che tiene dardi, e mena cani di quelli, che vanno alla caccia. Non potemmo gi udire i loro nomi; ma tutti congetturano, che insieme siano ivi un uomo, ed una donna sepolti.
5. Il fondatore di Trita, altri dicono essere stato Celbida qu venuto da Cuma degli Opici; altri poi che Marte con Trita figlia di Tritone, si giacesse; la quale sendo vergine era Sacerdotessa di Minerva: che Melanippo figlio di Marte e di Trita fabbric, ed accrebbe la citt, e a questa diede il nome della madre.
6. In Trita  il tempio delle cos dette Dee Massime; e le statue di queste sono di creta. Allorch celebrano in onore di queste la festa, ogni anno, non hanno altro rito, di quello, che i Greci osservano in onore di Bacco. Havvi il tempio di Minerva ancora; la statua di marmo  moderna, l'antica fu portata, come i Triteesi affermano, in Roma. Questo popolo ha il rito di sagrificare a Marte, e a Trita. Queste citt adunque sono pi distanti dal mare, e fermamente nel continente.
7. Navigando da Patre verso Egio s'incontra primieramente il capo nomato Rio cinquanta stadj distante da Patre: il porto Panormo  quindici stadj pi oltre. Altrettanto da Panormo  distante il castello cos detto di Minerva. Dal castello di Minerva al porto Erineo vi sono novanta stadj di navigazione: da Erineo ad Egio ve ne sono sessanta. La strada di terra  quaranta stadj pi breve della predetta. Non lungi dalla citt di Patre  il fiume Milico, ed il Tempio di Triclaria che non ha pi statua alcuna: questo  a destra.
8. Avanzandosi dal Milico si trova un'altro fiume, di nome Caradro. Nella stagione di primavera i bestiami, che ne beono devono partorire i maschi, come ordinariamente avviene: e per questo motivo i pastori li trasportano in altre parti del paese, fuori delle vacche. Queste sono da loro lasciate ivi sul fiume, perch i tori sono per loro s per i sagrifcj che per le lavorazioni pi atti, delle vacche: negli altri bestiami lanuti le femmine sono in maggior pregio.
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CAPO VENTESIMOTERZO.
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Argira - Bolina - Drepano - Ripe - Egio - Monumenti di questa citt.
1. Dopo il Caradro sono le vestigie non molto illustri di Argira, ed il fonte Argira a destra della via, ed il fiume Selmno, che sbocca nel mare.
2. La storia che i nazionali sopra questo narrano  la seguente: pasceva ivi i bestiami Selmno garzoncello assai bello per il quale Argira, che era una Ninfa marina accesasi di amore, dicono che per andarlo a trovare, sorse dal mare, e presso il fiume dorm. Non molto tempo dopo Selmno non sembrava pi bello, n era la Ninfa per portarsi pi a lui. Selmno rimaso privo di Argira, e morto di amore, fu da Venere cangiato in fiume. Dico quello, che i Patresi raccontano. Imperciocch am Selmno anche divenuto acqua Argira, siccome si narra dell'Alfo, che ancora ami Aretusa; ma Venere fece a Selmno il dono di far obliar Argira al fiume. Udii pure un altro racconto sopra di questo, che l'acqua del Selmno  buona per rimedio dell'amore agli uomini, ed alle donne, i quali lavandosi in esso dimenticano l'amore. Se il racconto  vero, l'acqua del Selmno per gli uomini  pi pregievole di molte ricchezze.
3. Pi oltre di Argira  il fiume detto Bolino e presso di esso una volta era la citt di Bolina. Affermano che Apollo am la vergine Bolina, e che essa fuggendo, gittossi in questo mare, e per grazia di Apollo, divenne immortale.
4. Quindi siegue un capo che si ricurva nel mare, e sopra di questo si narra, che Saturno gitt in quel mare la falce, colla quale rec danno al padre Urano: laonde anche il promontorio chiamano Drepano. Poco pi oltre della via principale sono le rovine di Ripe.
5. Circa trenta stadj lontano da Ripe,  Egio. Il paese di Egio  traversato dal fiume Fenice, e da un altro detto Meganita, che sbocca nel mare. Vicino alla citt fu edificato un portico a Stratone atleta che nel giorno stesso riport in Olimpia le corone del pancrazio e della lotta; questo portico fu fatto a costui per esercitarvisi. Gli Egiesi hanno un tempio antico di Lucina, la quale vedesi da capo a piedi da un finissimo velo coperta, ed  di legno, fuori, che nella faccia, e nelle estremit delle mani, e de' piedi, che sono di marmo pentelico; e delle mani una ne tiene dirittamente, e distesa, e coll'altra sostiene una face. Si potrebbe congetturare che Lucina abbia le faci perch i dolori del parto per le donne sono simili al fuoco. Abbiano anche questa ragione le faci cio perch Lucina porta alla luce i figliuoli. La statua  opera di Damofonte Messenio. Non lungi dal tempio di Lucina  il sacro recinto di Esculapio, e le statue di Esculapio e d'Igea. Il giambo che si legge sulla base dice aver queste statue lavorato Damofonte Messenio.
6. In questo tempio di Esculapio venne meco a controversia un Sidonio, che diceva conoscere i Fenicj le cose, che risguardano gli Dei, ed altre, meglio de' Greci; che questi celebrano essere Apollo padre di Esculapio, e non aver avuto madre mortale. Imperciocch Esculapio, diceva egli,  l'aria, che al genere umano, e a tutti gli altri animali  atta alla salute; Apollo poi il sole, e giustamente viene soprannomato il padre di Esculapio, perch ordinatamente facendo il sole il corso alle stagioni, d la salute all'aere. Io poi dissi che questa era la mia opinione ancora; ma che tal tradizione non era pi de' Fenicj, che de' Greci, poich in Titane ancora de' Sicionj era la stessa statua nomata Iga, e ad un garzone ancora era noto, che il corso solare era quello che sulla terra recava agli uomini la salute.
7. Gli Egiesi hanno il tempio di Minerva, e il bosco di Giunone. Le due statue di Minerva sono di marmo bianco, quella di Giunone poi non pu vedersi da altri; neppure dalle donne, fuori che da quella, che  sacerdotessa. Presso il teatro hanno essi edificato un tempio a Bacco, e la statua non ha la barba.  ancora nel foro il recinto sacro di Giove Sotere, e le statue a sinistra di chi entra sono ambo di bronzo; quello che non ha la barba mi parve pi antico. Nella cella incontro la strada, sono Nettuno ed Ercole, Giove e Minerva, di bronzo anche essi. Chiamano questi gli Iddii introdotti, perch, siccome gli Argivi raccontano, nella citt degli Argivi furono fatti: ma come dicono gli stessi Egiesi, le statue furono loro date in deposito, ed affermano che venne loro anche ingiunto di sagrificare ogni d alle statue; ma essi inventando un'astuzia, sagrificarono loro moltissime vittime, e facendone banchetto in comune niuna spesa per queste domandarono. Finalmente le statue furono dagli Argivi richieste, ed essi ancora ridomandarono le spese fatte pe' sacrifcj; quelli (non avendo come pagarle) lasciarono loro le statue. In Egio presso il foro  un tempio sacro ad Apollo, e a Diana in comune: nel foro poi havvi un tempio di Diana sola, in cui la statua della Dea  in atto di Cacciatrice; ed il sepolcro di Taltibio l'araldo;  stato alzato a costui un altro monumento ancora in Isparta, e a lui ambo le citt fanno essequie.
 CAPO VENTESIMOQUARTO
Continua la descrizione de' monumenti di Egio - Consiglio degli Achi in questa Citt - Elice, e sua sciagura - Terremoti - Distruzione nel Sipilo.
1. Presso il mare  in Egio il tempio di Venere: e dopo questo quello di Nettuno; il terzo  di Proserpina, ed il quarto di Giove Omagirio. Ivi sono le statue di Giove, Venere, e Minerva.
2. Ebbe Giove il soprannome di Omagirio, perch Agamennone in questo luogo raccolse i pi ragguardevoli di Grecia, per essere partecipi in comune del consiglio circa il modo con cui si dovea andare contro il Regno di Priamo. Agamennone fralle altre lodi ha quella di avere guastato Ilio, e le citt vicine con quelli soli, che dapprincipio il seguirono, senza che alcun altro esercito a lui dopo giungesse. Appresso il tempio di Giove Omagirio  quello di Cerere Panacha. La spiaggia, dove gli Egiesi hanno i sopraddetti tempj porge un'acqua abbondante assai bella a vedersi, e soave a bersi dalla sorgente. Hanno essi ancora il tempio di Soteria, la cui statua non pu da altri esser veduta che dai Sacerdoti; e fra le altre cose fanno ancor questo: avendo tolto presso la Dea focaccie del paese, le gittano nel mare, e dicono di mandarle ad Aretusa di Siracusa. Gli Egiesi hanno ancora altre statue fatte di bronzo, Giove fanciullo, ed Ercole, anche essi senza barba, opera di Agelada Argivo. Si scelgono ogni anno i sacerdoti di questi, e ciascuna delle statue rimansi nella casa del sacerdote. Ne' tempi pi antichi veniva prescelto per essere sacerdote di Giove, il garzone, che in bellezza superava gli altri, e quando incominciava a spuntargli la barba, l'onore della bellezza ad un altro garzone passava. Tale era adunque il rito.
3. In Egio si raguna il Consiglio degli Achi anche a' d nostri, siccome nelle Termopili, e in Delfo gli Anfizioni. Andando pi oltre  il fiume Selino, e quaranta stadj di l dal detto,  Elice.
4. Ivi era la citt di Elice, e il tempio pi venerato de' Jonj, cio di Nettuno Eliconio, Dicono che continu presso loro l'uso di venerare Nettuno Eliconio, anche quando dagli Achi vennero in Atene cacciati, e quando dopo da Atene nelle parti marittime dell'Asia pervennero. E i Milesj, andando verso il fonte Biblide, prima di entrare in citt hanno l'ara di Nettuno Eliconio; e similmente in Teo  degno da vedersi il recinto e l'ara di Eliconio. Omero ancora cant di Elice, e di Nettuno Eliconio.
5. Ne' tempi posteriori avendo gli Achi, che l'abitavano tolti dal tempio ed uccisi alcuni supplichevoli, non tard a farsi sentire lo sdegno di Nettuno, che avendo con un terremoto assalito il loro paese, tutti fece pei posteri sparire gli edificj, e insiememente con questi il suolo della citt.
6. Degli altri terremoti, quelli cio, che sono stati pi grandi, e che in lontanissime parti della terra pervengono a farsi sentire, fu solito il Nume di darne segni analoghi precedentemente dappertutto. Imperciocch le continue pioggie, o le siccit, prima de' terremoti per lungo tempo accadono, e l'aere sempre nella stagione dell'inverno  pi caldo, e nella state fuori dell'usato il disco del sole mostra un colore pi caliginoso, cio pi rosseggiante, o mediocremente tendente al nero: la maggior parte delle sorgenti dell'acqua si seccano, ed i venti dove con impeto in un paese infuriano, svellono gli alberi; e pel cielo ancora con molte fiamme scorrono fuochi; ed altre figure di astri non conosciuti per l'innanzi, si veggono, che arrecano gran stupore a quei, che li guardano. Inoltre di sotto terra un forte mugito di venti, e molti altri segni suol mostrare il Nume prima dei terremoti violenti. Il movimento ancora non si fa in un modo solo; ma chi ha queste cose avvertito in origine, e quelli, che da essi sono stati ammaestrati, tutte queste specie di terremoti apprender poterono. Il pi leggiero di loro  (seppure in un tanto male alleviamento credono trovarsi) quando insieme col movimento appena incominciato e con quella mossa che tende a prostrare gli edificj, un'altra ne viene opposta a quella: per rialzare le fabbriche, che vacillano, ed in questa specie di terremoti si vedranno le colonne restate in piedi, bench poco v'abbia mancato, che non siano state rovesciate, e tutti i muri, che erano stati staccati ritornare al loro posto primiero; e le travi, che la scossa avea scostate, ritornano di nuovo ai loro posti; similmente accade nella struttura de' canali, e in qualunque altra cosa per cui l'acqua corre, di cui si riuniscono le parti staccate meglio, che dai muratori. La seconda specie di terremoti fa rovinare quelli edificj, che di gi il minacciarono, e tutto quello, su cui porta l'urto, subito lo fa cedere, come fanno le macchine di assedio. La pi perniciosa di tutti la rassomigliano a questo, quando lo spirito che  dentro l'uomo sia da una continua febbre pi spessamente e con forza interna cacciato: questo lo mostra in altre parti del corpo, e nelle mani sotto il carpo di ciascuna: simile a questo adunque dicono essi, che il terremoto direttamente sotto gli edificj si caccia, e qu, e l ne agita le fondamenta, e siccome i lavori delle talpe, cos essi dai recessi della terra vengono su spinti. Questa scossa sola basta a non lasciare segni nella terra di non essere stata giammai abitata. Affermano pertanto, che allora questa specie di terremoto rovesci Elice fino al suolo, e da un'altra sciagura fu seguito nella stagione d'inverno. Imperciocch inond loro molto paese il mare, e tutta intera Elice fu sommersa: e il bosco di Nettuno fu cos dalle onde coperto, che solo le punte degli alberi si veggono. Avendo pertanto il Nume dato all'improvviso la scossa, ed insieme col terremoto avendo il mare inondato la citt, Elice fu insieme con tutti gli abitanti dal flutto sommersa.
7. Questa sciagura in altro modo fu ripetuta nel Sipilo in una citt, la quale disparve inghiottita da una voragine: e dove questa fu inghiottita, dal luogo istesso del monte sgorg acqua, e la voragine divent un lago, Saloa chiamato, e si vedevano gli avanzi della citt nel lago, prima, che non fossero questi dall'acqua del torrente coperti. Anche di Elice si veggono gli avanzi, non per in questa guisa; ma come quelli che sono stati danneggiati dal mare.
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CAPO VENTESIMOQUINTO.
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Esempj della piet verso i supplichevoli - Epoca della distruzione di Elice - Cerinea - Bura - Fiume Crati - Ege - Tempio della Terra.
1. La ira del Nume, che ai supplichevoli presiede si pu dai gastighi sopra Elice, e da molti altri apprendere, che  implacabile. Sembra ancora, che il Dio di Dodona abbia esortato a rispettare i supplichevoli. Imperciocch agli Ateniesi a' tempi di Afidante, questi versi dal Dio di Dodona pervennero:
All'Areopago pensa, e alle odorose
Delle Eumenidi are, poich  d'uopo
Che supplici dall'aste oppressi vengano
A te i Lacedemonj, che svenarli
Col ferro a te non lice, o in altra guisa
Al supplichevol tu recar dei noja:
Sacri pur essi sono, e sempre intatti.
Queste cose vennero in mente ai Greci, quando i Peloponnesj contro Atene n'andarono ai tempi, che Codro di Melanto regnava sugli Ateniesi. Le altre truppe de' Peloponnesj dall'Attica si ritirarono, dopo che ebbero udito la morte di Codro, ed in qual modo l'avea ricevuta: imperocch non isperavano pi di ottener la vittoria secondo l'oracolo di Delfo. Ma alcuni Lacedemonj stando dentro le mura nella notte stettero nascosti; insieme col giorno per sentendo, che i loro se ne erano andati, e che contro loro gli Ateniesi si radunavano, si rifuggiarono nell'Areopago, e alle are delle Iddie Venerande chiamate. Gli Ateniesi adunque diedero il permesso ai supplici di andarsene illesi. Ne' tempi susseguenti per i magistrati istessi uccisero i supplichevoli di Minerva, quelli che insieme con Cilone aveano occupato la cittadella: e coloro, che gli aveano spenti, e quelli che nacquero furono esecrandi per la Dea. I Lacedemonj poi avendo ucciso anche essi degli uomini rifuggiatisi nel tempio di Nettuno presso il Tenaro, non molto dopo fu scossa la loro citt da un terremoto continuo, e forte, cosicch niuna casa in Lacedemone pot resistervi.
2. La rovina di Elice avvenne, sendo ancora Arconte in Atene Asto, l'anno quarto della Olimpiade CI. in cui Damone Turio per la prima volta vinse. Non esistendo pi gli Elicei, que' da Egio coltivano il loro paese.
3. Dopo Elice volterai dal mare a destra, e giungerai alla piccola citt di Cerina:  questa edificata di l dalla strada grande, sopra di un monte, e gli diede il nome un signore del paese, ovvero il fiume Cerinite, il quale scorrendo dall'Arcadia, e dal monte di Cerina bagna gli Achi di questa contrada. Con questi vennero ad abitare insieme i Miceni dall'Argolide nella loro sciagura. Imperciocch gli Argivi non poterono prendere le mura della citt, per la fortezza loro (sendo che come quelle di Tirinto erano state dai cos detti Ciclopi edificate); ma di necessit i Miceni furono forzati ad abbandonare la citt per mancanza di viveri: ed alcuni di loro in Cleone si ritirarono; ma la maggior parte del popolo, o almeno la met, rifuggiossi in Macedonia presso Alessandro, a cui Mardonio di Gobria fidossi di fare annunziare agli Ateniesi l'avviso. Gli altri vennero in Cerina. Era Cerina assai potente per la sua popolazione numerosa; ma dopo divenne pi illustre per la unione de' Miceni.
4. In Cerina  un tempio delle Eumenidi, che dicono edificato da Oreste. Colui, che  reo o di sangue, o di altro delitto, ovvero  empio, ed ivi entrasse per vedere, si dice, che subito per i terrori esce fuori di mente: laonde non tutti n temerariamente vi possono entrare. Oltre alle statue fatte di legno nell'ingresso del tempio, si veggono de' ritratti di donne non molto grandi, di marmo, e bene lavorati; si disse dai nazionali esser quelle le sacerdotesse delle Eumenidi.
5. Da Cerina tornando alla strada principale, dopo non molto viaggio si volta di nuovo per andare a Bura: a destra del mare  posta Bura ancora sul monte. Dicono, che alla citt sia stato posto tal nome da una donna Bura, figlia di Jone di Xuto, e di Elice. Quando il Nume fece sparire Elice dagli uomini, anche Bura sent una forte scossa di terremoto, cosicch neppure rimasero in piedi le statue antiche ne' tempj. Tutti quelli, che allora si trovavano fuori, o per la milizia, o per qualche altro motivo, qualunque egli si fosse, furono i soli, che de' Buri rimasero, e furono i riedificatori di essa. Ivi  un tempio di Cerere; uno di Venere, e Bacco, ed un altro di Lucina. Le statue sono di marmo pentelico, ed opere di Euclide Ateniese: Cerere ha una veste. Anche ad Iside  stato edificato un tempio.
6. Scendendo da Bura al mare  il fiume detto Buraico, ed un Ercole non grande in una spelonca: anche esso di soprannome Buraico. Si ricevono gli oracoli sopra una tavoletta, cogli astragali. Imperciocch quello, che interroga il Nume prega avanti la statua, e nella orazione presi gli astragali, che in gran quantit sono presso di Ercole, ne gitta quattro sulla mensa; le figure segnate sopra ogni astragalo hanno a bello studio nella tavoletta la spiegazione. Da Elice al tempio di Ercole vi sono trenta stadj di via retta.
7. Andando pi oltre del tempio di Ercole, ivi sbocca nel mare un fiume perenne, che scende da un monte di Arcadia, il quale siccome il fiume ha ancora il nome di Crati, ed ivi sono le sorgenti di esso: da questo Crati ebbe il nome anche il fiume, che  presso Crotone. Presso il Crati di Acaja era un d la citt degli Achi, Ege, che dicono essere stata abbandonata nel progresso dei secoli per la sua debolezza. Di questa Ege fece menzione Omero ancora ne' discorsi di Giunone:
E que' che recan doni in Ege, e ad Elice
 chiaro, che Nettuno avea i doni egualmente in Elice, ed in Ege. Non molto pi oltre si vede a destra della via il sepolcro di Cratide, e sopra questo monumento troverai un uomo, che st presso un cavallo, pittura quasi cancellata.
8. Dal sepolcro al cos detto Go havvi una strada di trenta stadj:  il Go un tempio della Terra, di soprannome Euristerna. Il simulacro di legno  antico assai simile agli altri. Urta donna, che riceve sempre il sacerdozio, dal tempo in cui entra in officio conserva la castit, n prima pu avere conosciuto altro, che un marito. Sono provate le donne col far loro bere il sangue di toro: quella di loro, che non dicesse il vero subito da queste riceve la pena. Se poi pi donne vengono a contendere il sacerdozio, quella, che a sorte lo riceve,  prescelta.
 CAPO VENTESIMOSESTO
Egira, e suo arsenale - Felloe - Pellene - Donusa, o Gonusa - Aristonaute arsenale di Pellene.
1. All'Arsenale degli Egirati (hanno la citt, e l'arsenale lo stesso nome) vi sono settantadue stadj per arrivarvi, partendo dal tempio di Ercole, che per la via Buraica si trova. Sul mare non hanno gli Egirati alcuna cosa, che meriti menzione: dall'arsenale alla citt di sopra vi sono dodici stadj di strada.
2.  da Omero ne' versi nominata Iperesia: il nome odierno lo ebbe abitandola i Joni, per la seguente cagione. Era per venire sul loro territorio un esercito nemico de' Sicionj; questi (perocch non si stimavano tali da cimentarsi coi Sicionj) raccolsero le capre, che aveano sparse per la contrada, ed adunatele, legarono alle loro corna delle faci, e quando si fu avanzata la notte, le accesero. I Sicionj (perciocch temevano, che non venissero degli alleati a que' d'Iperesia, e che la fiamma non nascesse dal fuoco de' loro alleati) se ne tornarono indietro, e alla citt fu cangiato il nome di Iperesia in quello di oggi, per le capre: e siccome la pi bella di esse, e quella, che alle altre era di guida si mise a sedere, fecero un tempio a Diana Agrotera, riputando, che non era loro in mente venuta l'astuzia contro i Sicionj senza l'ajuto di Diana. Non prevalse per subito di chiamar la citt Egira in luogo d'Iperesia; dappoich a' miei tempi vi erano di quelli, che anche Oreo in Eubea col nome antico di Estia addimandavano.
3. In Egira meritano di essere descritti il tempio di Giove, ed in esso la statua assisa di marmo pentelico, opera di Euclide Ateniese. In questo tempio havvi ancora la statua di Minerva; la faccia, e l'estremit delle mani, e de' piedi sono di avorio, il resto della statua  di oro, e nella maggior parte  ancora fregiata di colori. Havvi pure il tempio di Diana colla statua moderna, e n' sacerdotessa una vergine, fino che non sia venuta in ora di maritarsi. Vi  inoltre una statua antica, che rappresenta Ifigenia di Agamennone, come dicono gli Egirati; se questi dicono il vero,  chiaro, che il tempio in origine ad Ifigenia fu eretto.  in Egira il tempio ancora di Apollo assai antico, s il tempio, che tutto quello, che vedesi ne' frontespizj.  antico il simulacro di legno del Dio, nudo, e grande; chi ne sia l'autore niuno de' nazionali seppe dirmelo: chiunque per avr veduto l'Ercole in Sicione, creder l'Apollo di Egira sia opera dello stesso Fliasio Lafae. Le statue di Esculapio ritte in piedi stanno nel tempio, e quella di Serapide ed Iside, di marmo pentelico anche esse, in altra parte. Sommamente poi venerano Urania, nel cui tempio non  lecito agli uomini entrare. Nel tempio della Dea, che Siria addimandano, entrano in giorni stabiliti, dopo di aver premesso fragli altri il rito di purgarsi, e di essere moderati nel vitto. Ho veduto esistere in Egira una camera, in cui era la statua della Fortuna, che porta il corno di Amalta; presso di lei  l'Amore colle ali; questo significa, che circa l'amore vincono gli uomini pi per fortuna, che per bellezza. Io adunque fralle altre cose in cui seguo nella ode Pindaro, v'ha quella, che la Fortuna sia una delle Parche, e che pu qualche cosa pi delle sorelle. In Egira in questa camera vedesi un uomo di gi vecchio nell'atto di piangere, e tre donne che si tolgono i braccialetti, ed altrettanti garzoni, uno de' quali  rivestito di corazza. Su di esso narrano gli Achi, che in una guerra combattendo pi fortemente di tutti gli Egirati per, e la sua morte fu dagli altri fratelli a casa annunziata; e per questo le sorelle a cagione del lutto si tolgono per lui gli ornamenti, ed i nazionali chiamano il padre Simpate, come colui che fa compassione anche nel ritratto.
4. Da Egira la via diritta dal tempio di Giove per i monti,  ardua: la lunghezza della strada  di quaranta stadj, e mena a Felloe piccola citt oscura; non fu sempre abitata, neppure quando i Joni occupavano la contrada. I contorni di Felloe sono atti alla piantagione delle viti; e per tutte le parti sassose del paese vi sono quercie, e fiere; cervi cio, e cinghiali. Se delle piccole citt fra i Greci alcuna ve n'abbia che da acqua abbondantemente sia inaffiata, fra queste annoverar si dee Felloe ancora. Vi sono poi i tempj degli Dei Bacco, e Diana; questa  di bronzo nell'atto di prendere uno strale dalla faretra: la statua di Bacco  fregiata d cinabro. Da Egira scendendo all'arsenale, e di nuovo avanzandosi a destra della via,  il tempio di Diana Agrotera, dove dicono essersi la capra inginocchiata.
5. Col territorio degli Egirati confinano i Pellenes; questi sono gli ultimi degli Achi, che abitano presso Sicione, ed una parte dell'Argolide. La citt ebbe tal nome al dire de' Pellenesi da Pallante, che dicono essere stato uno de' Titani; secondo poi il parere degli Argivi, da un tal Pellene Argivo, il quale affermano fosse figlio di Forbante di Triopa.
6. Fra Egira, e Pellene  una piccola citt suddita de' Sicionj, detta Donasa, che fu dai Sicionj disfatta; dicono, che Omero ancora nel catalogo di coloro, che andarono insieme con Agamennone ne facesse menzione nel verso:
E que' che l'alta Donoessa e insieme
Iperesia ritengono.
Soggiungono, che Pisistrato quando i versi di Omero sparsi, ed altrove ricordati raccolse, o lui, o qualcuno de' suoi compagni, per non conoscerlo il nome mutasse.
7. Hanno i Pellenesi Aristonaute per arsenale. Da Egira a questo sul lido, havvi una strada di cento venti stadj; la met di questa vi vuole per andare dall'arsenale a Pellene. Dicono, che l'arsenale avesse il nome di Aristonaute, perch in questo porto ancora approdarono coloro, che sulla nave Argo navigavano. La citt de' Pellenesi  posta sopra ima collina che termina in punta. Questa  scoscesa, e perci non abitata; nella parte pi piana hanno la citt non continuata, ma in due parti divisa dalla rupe che s'erge in mezzo.
 CAPO VENTESIMOTTAVO
Monumenti per la strada a Pellene - Ginnasio de' Pellenesi, ed altri edifizj.
1. Andando a Pellene si trova una statua di Mercurio per la via; Dolio  il suo soprannome, ed  pronto ad esaudire le preghiere degli uomini: quadrangolare  la sua figura, ha la barba, e sulla testa un pileo. Nella strada che mena alla stessa citt  il tempio di Minerva, costrutto di pietre del paese, e la sua statua di oro, e di avorio; dicono che l'autore ne sia stato Fidia prima ancora, che facesse la statua di Minerva nella cittadella di Atene, ed in Plata. Dicono i Pellenesi, che l'adito del tempio di Minerva scenda al fondo della terra, e che sia questo sotto la base della statua, e perci proprio all'avorio. Di l dal tempio di Minerva  un bosco sacro cinto da mura, di Diana di soprannome Sotera, e giurano per essa nelle cose pi rilevanti; niuno fuori, che i sacerdoti vi hanno l'ingresso. I Sacerdoti sono personaggi del paese scelti per la gloria specialmente della loro stirpe. Rimpetto al bosco di Diana Sotera  il tempio di Bacco soprannomato Lamptere. In onore di questo ancora celebrano le feste Lampterie, e portano nella notte le faci nel tempio, ed alzano per tutta la citt crateri di vino. Hanno i Pellenesi il tempio ancora di Apollo Teoxenio; la sua statua  di bronzo; e celebrano in onore di Apollo i giuochi Teoxenj, ponendo per premio della vittoria argento; e vi combattono persone del paese. Vicino a quello di Apollo  il tempio di Diana: e la Dea in atto di saettare. Nel foro  una conserva di acqua sorgente, ma i bagni sono di acqua piovana, dappoich non hanno nella citt molte sorgenti per bere; il luogo dove esse sono chiamasi Glice.
2. Un antico Ginnasio  stato fatto specialmente per esercizio de' giovani gi nella pubert, e v'ha la legge, che niuno possa essere posto nel numero de' cittadini prima di essere pervenuto alla pubert. Ivi  un cittadino Pellenese, Promaco di Drione, che riport nel pancrazio una vittoria in Olimpia, tre negl'Istmj, e due in Nema; ed avendo i Pellenesi fatto la sua immagine, una in Olimpia, e l'altra di marmo, e non di bronzo la dedicarono nel ginnasio. Si narra ancora, che sendosi accesa la guerra Corintia contro i Pellenesi, uccidesse Promaco un numero grande di nemici. Narrasi inoltre, che super in Olimpia Polidamante da Scotussa, il quale dicono, che allora per la seconda volta and ai giuochi Olimpici, sendo stato in patria dal Re di Persia ristabilito. I Tessali, non accordando, che Polidamante sia stato vinto, ne danno altre prove, fra queste la elegia sopra Polidamante:
Di Polidama invitto, tu nutrice,
Scotussa.
I Pellenesi adunque assai onorano Promaco. Cherone poi, che riport due vittorie alla lotta, ed in Olimpia quattro, non vogliono affatto nominarlo, perch, io credo, distrusse il governo di Pellene, avendo ricevuto da Alessandro di Filippo uno splendidissimo dono, onde divenire tiranno della patria sua. Hanno i Pellenesi ancora il tempio di Lucina; e questo  eretto nella parte pi piccola della citt.
3. Il cos nomato Posidio era ne' tempi pi antichi un borgo; ma a' nostri d  diserto. Questo Posidio  sotto il Ginnasio, e fino ad ora gli  restato di essere un tempio sacro a Nettuno. Sessanta stadj lungi da Pellene  il Miso, tempio di Cerere Misia: dicono che l'abbia eretto Misio cittadino Argivo, il quale, secondo la tradizione degli Argivi, ricev Cerere in casa. Nel Miso  un bosco sacro ripieno di alberi tutti simili, ed un'acqua abbondante sgorga da sorgenti: celebrano qu a Cerere anche una festa di sette giorni: nel terzo giorno escono gli uomini dal tempio, e le donne lasciate fanno nella notte quello, che  loro dal rito prescritto: sono rimossi non solo gli uomini, ma i cani maschi ancora. L'indomane venuti nel tempio gli uomini, le donne verso di loro, e gli uomini per la parte loro verso di quelle usano vicendevolmente di ridere, e burlare.
4. Poco pi oltre del Miso  il tempio di Esculapio chiamato Ciro, e gli uomini ricevono dal Nume de' rimedj. Anche qui  dell'acqua sorgente, e sulla bolla pi copiosa si erge la statua di Esculapio. Scendono di l da Pellene fiumi dai monti, e quello verso Egira si chiama Crio, che dicono aver questo nome dal Titano Crio: cos si chiama anche un fiume, che nascendo sul monte Sipilo sbocca nell'Ermo. Dove i Pellenesi colla Sicionia confinano, ivi un fiume, che  l'ultimo degli Acaici sbocca nel mare Sicionio.
DESCRIZIONE DELLA GRECIA DI PAUSANIA.
 LIBRO OTTAVO.
DELLE COSE ARCADICHE.
 CAPO PRIMO
Situazione dell'Arcadia - Pelasgo.
1. Il territorio Arcade verso l'Argivo  tenuto dai Tegeati, e dai Mantineesi. Questi, e gli altri Arcadi abitano la parte mediterranea del Peloponneso. Imperciocch i Corintj sono i primi sull'Istmo; ai Corintj nella marina sono vicini gli Epidaurj. Verso Epidauro, Trezene, ed Ermione sono il seno Argolico, e le coste dell'Argiva. Vicino a questo paese abitano i circonvicini de' Lacedemonj. Con costoro confina la Messenia: imperciocch discende fino al mare a Metone, Pilo, e Ciparissie. Il paese verso Lecho coi Corintj vicini i Sicionj lo tengono, che in questa parte sono gli ultimi della porzione Argolide. Dopo Sicione gli Achi di qu abitano sulla spiaggia. L'altro limite del Peloponneso quello rimpetto alle Echinadi  occupato dagli Eli. I confini del territorio Elo verso la Messenia sono presso Olimpia, e le foci dell'Alfo. Stendendosi questi accennati al mare, l'interno  tenuto dagli Arcadi, separati da ogni parte dal mare; quindi Omero dice che andarono a Troja avendo da Agamennone ricevuto le navi; ma non gi con vascelli loro proprii.
2. Affermano gli Arcadi, che Pelasgo fu il primo in questa terra. La verosimiglianza della tradizione richiede, che insieme con Pelasgo altri vi fossero, e non egli solo; imperciocch sopra quali uomini avrebbe comandato? Per la statura, per la forza, e la bellezza Pelasgo superava gli altri; siccome li vinceva in senno; e per queste ragioni io credo, che da loro fu scelto per Re. Asio ancora ha di lui poetato queste cose:
Il divino Pelasgo, onde esistesse
L'umana razza, in luce di la Terra
Ne' monti coronati da foreste.
Pelasgo regnando, invent di costruire capanne, perch gli uomini non avessero freddo, si coprissero dalle poggie, e dal caldo non venissero afflitti, e ritrov il far le vesti di pelli de' cinghiali, delle quali ancora oggi fanno uso per la Euba, e nella Focide quelli, che di vitto scarseggiano. Ed inoltre Pelasgo fece abbandonare agli uomini il nudrirsi di foglie ancora verdi, e di erbe, e radici non solo da non mangiarsi; ma alcune anco perniciose. Egli pure mostr loro che si nudrissero non de' frutti di tutte le quercie, ma delle ghiande del faggio. E tanto tempo dur in alcuni il modo di vivere da Pelasgo introdotto, che la Pizia ancora allorch proib ai Lacedemonj di toccare il territorio Arcadico, pronunci questi versi: 
Molti in Arcadia mangiator di ghiande
Ti cacceran; n a loro sdegno i' porto.
Regnando Pelasgo dicono, che la contrada avesse nome Pelasgia.
 CAPO SECONDO
Licaone - Giove Lico, e sue feste - Mortali ospiti di Numi - Uomini innalzati alla Divinit.
1. Licaone figliuolo di Pelasgo queste cose trov pi saggie ancora del padre. Egli edific sul monte Lico la citt di Licosura, a Giove di il nome di Lico; ed institu i giuochi Lici. Ed io credo, che non furono prima presso gli Ateniesi le feste Panatene stabilite: imperciocch quelle feste Atene chiamavansi, e Panatene, dicono, che furono dette a' tempi di Teseo, perch furono celebrate dagli Ateniesi raccolti tutti in una stessa citt. I giuochi Olimpici, poich rimontar li fanno pi oltre della umana generazione, dicendo avervi lottato Saturno, e Giove, ed avervi i Cureti corso per i primi, per queste ragioni si pongano fuori della mia questione. Ed io penso, che siano della stessa et Cecrope Re degli Ateniesi, e Licaone, e che non abbiano essi egual sapienza usato nelle cose risguardanti la divinit. Imperciocch Cecrope il primo chiam Giove col nome di Supremo, e di tutto quello che ha spirito non volle che nulla fosse sagrificato; ma offr sull'ara focacce del paese, che anche in oggi pelani sono dagli Ateniesi chiamate. Licaone per sull'ara di Giove Lico port un suo bambino, lo sagrific, e col suo sangue fece le libazioni; e dicono, che egli subito sul sagrificio di uomo Lupo divenne; di questo racconto sono persuaso, e si fa dagli Arcadi fino da' tempi antichi, ed ha tutta la verosimiglianza.
2. Imperciocch gli uomini di que' tempi ospiti, e convitati erano degli Idii, per la giustizia, e piet loro: e sendo buoni fortemente l'onore incontravano dagli Dei, e commettendo delitti, similmente lo sdegno di essi sopra loro piombava. E poich uomini ancora salirono alla Divinit, cio quelli, che pur oggi un tal onore ritengono, come Aristo, e Britomarti la Cretese, ed Ercole di Alcmena, ed Anfiarao di Oicle, e dopo questi Polluce ancora, e Castore; cos possiamo credere, che Licaone ancora una belva, e Niobe di Tantalo un sasso divenisse. A' miei tempi per (imperciocch la malizia sommamente crebbe, e tutta la terra, e le citt tutte invase) niuno degli uomini pi divent Dio, se non a parole, e per l'adulazione eccessiva; e gl'iniqui sono aspettati tardi dall'ira divina, cio partendo da questo mondo.
3. In ogni secolo, molte cose anticamente avvenute, e che accadono ancora, incredibili le fecero presso i pi, coloro, che menzogne sopra la verit fabbricarono. Imperciocch raccontano, che dopo Licaone uno di uomo divent lupo nel sagrificare a Giove Lico; ma che non lo fu per tutta la vita: cio che quando era lupo, se dalle carni umane si fosse astenuto, dicono, che dopo il decimo anno di nuovo sarebbe diventato uomo; ma se gustate le avesse, per sempre sarebbe rimaso belva. Similmente raccontano, che Niobe nel Sipilo nella stagione estiva piangeva: ascoltai inoltre altre cose, quali segni avevano i grifi, ed i pardi, e come i Tritoni colla voce umana parlavano, altri dicono perfino che con una conchiglia forata soffiavano. Tutti coloro, che si compiacciono nell'udir racconti favolosi, sono anche essi nati per inventarne: e in questa guisa danneggiarono la verit quelli, che di falsi racconti la mescolarono.
 CAPO TERZO
Nictimo, ed altri figli di Licaone, e citt da loro edificate - Oenotro passa in Italia - Callisto.
1. Nella terza generazione dopo Pelasgo, crebbe il paese e per le citt, e per la moltitudine degli uomini. Imperocch Nictimo era il pi vecchio, ed ebbe tutto il governo; gli altri figli di Licaone poi fabbricarono citt dove a ciascuno pi piacque. Pallante, Oresteo, e Figalo, edificarono, il primo Pallanzio, Oresteo Orestasio, e Figalo Figalia. Di Pallanzio f menzione anche Stesicoro Imero nella Gerionide. Figalia poi, ed Orestasio cangiarono col tempo i loro nomi, la prima Oresto fu chiamata da Oreste figlio di Agamennone, e Figalia cangi il suo nome da Fialio figliuolo di Bucolione. Trapezeo poi, Daseata, Macareo, Elissonte, Acaco, e Tnoco, Tnocia costui, ed Acacesio Acaco fabbric. Da questo Acaco al dire degli Arcadi, Omero di a Mercurio il soprannome. Da Elissonte il nome ebbero la citt, ed il fiume Elissonte, similmente Macaria, Dasea, e Trapezunte, esse pure furono dagli altri figli di Licaone nomate. Orcomeno fu fondatore della cos detta Metidrio, e degli Orcomenj, che da Omero ne' versi sono chiamati di molte pecore. Da Melaneo, ed Ipsunte furono edificate Melenee, ed Ipsunte; ed inoltre Tiro, ed Emonie, e secondo il parere degli Arcadi, Tira ancora, che  nella Argolide, ed il golfo Tireate detto, da Tiro, ed Emone ebbero i nomi. Mantineo poi, Tegeate, e Menalo, fondarono, quest'ultimo Menalo citt anticamente la pi rinomata negli Arcadi; Tegeate poi, e Mantineo; Tegea, e Mantina edificarono. Da Cromo fu nomata Cromi; e Carisia ebbe per fondatore Carisio; Tricoloni furono detti da Tricolone, e da Pereto i Peretesi; gli Aseati da Asea, e da Lico, i Licati, e Sumazia il nome ebbe da Sumateo. Aliftoro poi, ed Ereo, anche questi diedero ambedue la denominazione ad altrettante citt.
2. Oenotro per il pi giovane de' maschi di Licaone, chiesto al fratello Nictimo danaro, ed uomini, fu dalle navi tragettato in Italia, ed il paese da Oenotro che vi regnava Oenotria appellossi. Questa fu la prima flotta, che dalla Grecia venne mandata a fondare colonie; che se si fa diligentemente il calcolo, neppure alcuno de' barbari prima di Oenotro in paese straniero pervenne.
3. Oltre la prole maschile nacque a Licaone una figlia Callisto, colla quale (dico quello che i Greci raccontano) Giove, amandola, si giacque. Giunone come l'ebbe saputo, mut Callisto in orsa, e Diana per fare cosa grata a Giunone la saett. Giove mand Mercurio ordinandogli di salvare il figlio, che Callisto avea nel ventre, e cangi Callisto nella costellazione chiamata la grande Orsa, di cui Omero ancora fece menzione nella navigazione di Ulisse dopo la sua partenza da Calipso:
E vedendo le Pleiadi, e Boote
Che pur tardo tramonta, e l'Orsa ancora
Che in soprannome Carro si addimanda.
D'altronde la costellazione avr il nome ad onore solo di Callisto; dappoich gli Arcadi ne mostrano il sepolcro.
 CAPO QUARTO
Arcade - Suoi posteri - Epito - Aleo - Auge - Licurgo. 
1. Morto Nictimo ebbe il regno Arcade di Callisto, ed introdusse questi avendolo appreso da Trittolemo, il frumento, ed insegn a fare il pane, e a tessere vesti, e tutto quello, che il lavorare la lana risguarda, avendolo da Adrista imparato. Da costui che regnava, Arcadia invece di Pelasgia la contrada fu detta, ed Arcadi in luogo di Pelasgi furono gli uomini addimandati.
2. Dissero, che egli non si congiunse con moglie mortale, ma con una Ninfa Driade: perocch Driadi, ed Epimeliadi chiamano le loro Naiadi; ed Omero nei versi fa specialmente menzione delle Ninfe Naiadi. Chiamano questa Ninfa Erato, e di essa dicono, che ad Arcade nacquero Azane, Afidante, ed Elato: avea egli prima avuto un figlio naturale, Autolao. Arcade, come i figli furono cresciuti, divise loro in tre parti il paese, e da Azane il suo distretto Azania nomossi. Vogliono, che da questi fossero mandati a fondar colonie quelli che abitano presso l'antro di Frigia detto Steuno, ed il fiume Pencala. Afidante poi sort Tegea, e il territorio, che le  vicino: perci i poeti ancora appellano Tegea l'eredit Afidantea. Elato ebbe il monte Cillene, che fino allora non avea nome alcuno; dopo pass Elato ad abitare in quella che oggi Focide si addimanda, difese i Focesi, che erano colla guerra dai Flegii oppressi, e fu il fondatore della citt di Elata.
3. Dicono che Azane ebbe un figliuolo Clitore; Afidante Aleo; e cinque Elato, cio Epito, Perea, Cillene, Ischi, e Stinfelo. Su di Azane figlio di Arcade, morto, furono la prima volta celebrati i giuochi; non so se altri; il certo  che furono fatte le corse de' cavalli. Clitore di Azane abitava in Licosora, ed era il pi potente de' Re, e fabric Clitore dal suo nome. Aleo ebbe la porzione assegnatagli dal padre. Dei figli di Elato, chiamano Cillene, il monte da Cillene, e da Stinfelo si noma il fonte, e la citt di Stinfelo. Circa la morte d'Ischio di Elato l'ho di gi prima dimostrato nella descrizione Argolide. Narrano, che Pereo non ebbe prole maschile, ma sibbene una figlia Neera; la quale fu moglie di Autolico, che abitava sul Parnasso, e si diceva che fosse figlio di Mercurio, ma infatti lo era di Dedalione.
4. Non avendo Clitore di Azane avuto figliuoli pass il regno degli Arcadi ad Epito di Elato. Epito uscito alla caccia fu ucciso non da alcuna delle bestie pi forti; ma senza avvedersene da un Sepe. Io stesso vidi una volta questo serpente; ed  come una vipera piccolissima, di colore cinereo, variato con macchie non continuate; ma ha la testa larga, stretto il collo, piccolo il ventre, e corta la coda; questo ed un altro serpente detto Ceraste camminano di fianco siccome i granchj.
5. Dopo Epito ebbe il regno Aleo. Imperciocch Agamede, e Gortine di Stinfelo discendevano in quarta generazione da Arcade, ed Aleo in terza da Afidante. Aleo edific in Tegea il tempio antico a Minerva Alea, ed ivi fece la sua Reggia. Gortine di Stinfelo poi edific Gortine sul fiume; e chiamasi Gortinio ancora il fiume.
6. Aleo ebbe tre figliuoli, Licurgo, Anfidamante, e Cefeo, ed una figlia Auge. Con questa al dir di Ecato Ercole tutte le volte che andava a Tegea giacevasi: finalmente fu sorpresa di avere da Ercole partorito, ed Aleo mettendola insieme col figlio entro di una cassa la gitt nel mare. Pervenne per presso Teutrante uomo potente nella pianura del Caico, e con lui, che l'amava si giacque: ed ora vedesi il monumento di Auge in Pergamo di l dal Caico, cio un tumulo di terra da una sponda di marmo circondata; e nel monumento per coperchio una donna nuda di bronzo.
7. Morto Aleo Licurgo suo figlio ebbe per l'et il regno; lasci di lui questo solo degno di memoria, di avere ucciso con inganno, e senza giustizia Areto suo nemico. A lui nati Anco, ed Epoco, il secondo di questi infermatosi mor; Anco poi fece parte della navigazione a Colco con Giasone, e di poi insieme con Meleagro, cercando di uccidere la fiera di Calidone, da quella fu morto. Licurgo dopo aver veduto ambedue i figli estinti, pervenne ad un'estrema vecchiezza; e morto lui ebbe il regno degli Arcadi Echemo di Aeropo, di Cefeo, di Aleo.
 CAPO QUINTO
Spedizione infausta de' Dorj nel Peloponneso - Agapenore mena gli Arcadi contro Troja, ed edifica Pafo - Ippotoo, ed Epito Re di Arcadia - Cipselo - Avvenimenti sotto questo Re, ed i suoi successori Polimestore, Aecmide, ed Aristocrate.
1. Regnando questo Echemo, gli Achi vinsero in battaglia i Dorj che erano scesi nel Peloponneso presso l'istmo di Corinto sotto la condotta di Illo di Ercole; ed Echemo uccise Illo, che con lui a singolar tenzone era secondo la disfida venuto. Questo sembrommi pi vero di quello che il primo racconto, in cui scrissero, che allora sugli Achi regnava Oreste, e che Illo, regnando costui, tent il ritorno nel Peloponneso. Sembrerebbe per secondo l'ultimo racconto Timandra ancora di Tindareo essersi con Echemo, uccisore d'Illo maritata.
2. Agapenore di Anco di Licurgo salito dopo Echemo sul trono, fu Capitano degli Arcadi contro Troja. Preso Ilio, la tempesta, che colse i Greci nel ritorno alla loro patria port Agapenore, e la flotta degli Arcadi in Cipro; ed egli fu il fondatore di Pafo, e fabbric il tempio d Venere nella citt di Pafo: allora riscuoteva la Dea da' Ciprj gli onori nel luogo chiamato Golgi. Ne' tempi seguenti Laodice nata di Agapenore, mand un peplo a Tegea a Minerva Alea, la inscrizione, che sul donativo si leggeva, mostrava insieme donde traeva origine Laodice stessa:
 di Laodice questo peplo, e il dona
Ella a Pallade sua; dall'alma Cipro
Alla spaziosa patria sua l'invia.
3. Non essendo Agapenore ritornato da Ilio prese il commando Ippotoo di Cercione di Agamede di Stinfelo. Niuna cosa d'illustre narrano essergli nella vita accaduta, se eccettuare si voglia l'avere egli stabilito la sua reggia non in Tegea, ma in Trapezunte. Epito d'Ippotoo ebbe dopo il padre il regno; ed Oreste di Agamennone per l'oracolo d Apollo in Delfo pass ad abitare di Micene in Arcadia. Epito d'Ippotoo avendo osato di entrare nel tempio di Nettuno in Mantina (non era per gli uomini allora permesso l'ingresso in quel tempio, siccome neppure a' giorni nostri) appena entrato in esso divenne cieco, e non molto dopo questa disgrazia mor.
4. Regnando dopo Epito Cipselo suo figliuolo, lo stuolo de' Dorj non per l'istmo de' Corintj, siccome nelle tre precedenti generazioni avea fatto, ma colle navi presso il cos detto Rio nel Peloponneso discese: Cipselo interrogato uno di essi, trov, che de' figli di Aristomaco uno non avea ancora moglie; a costui data in moglie la figlia, e resosi benigno Cresfonte, egli, e gli Arcadi furono fuori di ogni timore.
5. Era figliuolo di Cipselo Ola, il quale insieme cogli Eraclidi da Lacedemone, ed Argo rimen in Messene il figlio di sua sorella Epito. Di Ola nacque Bucolione, di questo Fialo, il quale togliendo a Figalo di Licaone, che l'avea fondata, l'onore, il nome della citt cangi in Fialia dal suo: ma non prevalse totalmente. Regnando Simo di Fialo disparve ai Figalesi pel fuoco l'antico simulacro di legno di Cerere Melena: ci avvert infatti, che non molto dopo Simo sarebbe morto. Sendo succeduto a Simo nel regno Pompo, gli Eginesi per negoziare vennero colle navi verso Cillene, di dove coi giumenti portavano presso gli Arcadi le merci. Per questo Pompo f loro grandi onori, e al figlio suo il nome di Egineta pose per l'amicizia degli Eginesi.
6. Dopo Egineta Polimestore suo figliuolo fu Re degli Arcadi. I Lacedemonj allora per la prima volta invasero con Carillo il territorio de' Tegeati con un'esercito; ed i Tegeati, e le donne ancora di armi rivestite li vinsero in battaglia, e tutti gli altri, e Carillo insiememente con essi presero vivo. Di Carillo, e dell'esercito, che con lui venne, faremo pi a lungo menzione nelle cose Tegeatiche. Non essendo nati a Polimestore figliuoli, prese le redini del governo Ecmide di Briaca, nipote di Polimestore: imperciocch era anche Briaca figlio di Egineta, ma pi giovane di Polimestore.
7. Regnando Ecmide, ebbero i Lacedemonj la guerra contro i Messenj. Gli Arcadi aveano in origine avuto sempre una benevolenza per i Messenj; ma allora apertamente contro i Lacedemonj combatterono insieme con Aristodemo Re di Messene.
8. Aristocrate per di Ecmide varie contumelie fece subito agli Arcadi; e le azioni pi empie che io conosco aver egli verso gli Dei commesse, saranno dal mio discorso narrate. Havvi un tempio di Diana, Immia cognominata, il quale  posto ne' confini degli Orcomenj, presso il territorio di Mantina. Fino dai pi antichi tempi, tutti gli Arcadi venerano Diana Immia, di cui allora avea ricevuto il sacerdozio una vergine ancora fanciulla. Aristocrate siccome nel tentare la vergine sempre per parte di essa trov resistenza, finalmente rifuggiatasi essa nel tempio presso Diana, viololla. Appena si fu una tale scelleratezza presso tutti divulgata, Aristocrate dagli Arcadi fu lapidato, e da quel punto la legge venne cangiata, poich invece di una vergine danno a Diana per sacerdotessa, una donna, che abbia cogli uomini avuto molto commercio. Di questo Aristocrate nacque Iceta, e d'Iceta Aristocrate II., che ebbe lo stesso nome dell'avo, e lo stesso genere di morte. Imperciocch gli Arcadi lapidarono anche lui, avendolo sorpreso, che ricevea da Lacedemone doni, e che la rotta dai Messenj a Fossa Grande, era stato un tradimento di Aristocrate. Questo delitto fu causa, che tutta la stirpe di Cipselo fosse dal regno rimossa. Ricercando con diligenza quello, che i Re risguardava, gli Arcadi queste genealoge mi esposero.
 CAPO SESTO
Guerre degli Arcadi - Varie parti per le quali si entra in Arcadia.
1. Circa quello, che gli Arcadi hanno operato in commune, e che a nostra memoria sia giunto, antichissimamente  la guerra contro Troja, quindi i loro combattimenti nel difendere i Messenj contro i Lacedemonj: ebbero parte anche essi nell'azione di Plata contro i Persiani. Andarono insieme coi Lacedemonj a campo contro gli Ateniesi, e in Asia con Agesilao passarono pi per forza, che per benevolenza; e li seguirono ancora a Leuttri di Beozia. Il loro attaccamento sospetto per i Lacedemonj varie volte fu da loro mostrato, e dopo la disgrazia di quelli subito con maggior calore degli altri nel partito de' Tebani passarono. Non combatterono insiememente co' Greci contro Filippo, e i Macedoni in Cherona, e dopo in Tessaglia contro Antipatro, n si schierarono contro de' Greci. Dicono poi di non aver avuto parte alle Termopili nel pericolo contro i Galli, per cagione de' Lacedemonj, acciocch questi non dessero il guasto al loro paese mentre quelli in et delle armi erano assenti. Del Consiglio degli Achi fecero gli Arcadi parte con pi impegno di tutti gli altri Greci. Tutto quello poi, che ho trovato essere loro avvenuto, non in commune, ma privatamente secondo ciascuna citt, tutto a suo luogo sar da me esposto.
2. Gl'ingressi in Arcadia verso l'Argiva sono ad Isie, e pel monte Partenio nel territorio Tegeatico; due altri ne sono verso Mantina per la cos detta Prino, e per la Scala. Questa  pi larga, e la discesa stessa avea un d de' gradini scavati nel masso. Superata la Scala, havvi un villaggio chiamato Melanga; e di l scende ai Mantineesi in citt l'acqua da bere. Da Melanga andando innanzi, sette stadj distante dalla citt  il fonte de' Meliasti. Costoro celebrano i misteri di Bacco: havvi presso del fonte la casa di Bacco, e il tempio di Venere Melanide. La Dea ebbe questo soprannome non per altra ragione che perch gli uomini non si congiungono ordinariamente di giorno, siccome i bestiami; ma per lo pi di notte. La strada che rimane  pi angusta della prima, e mena per l'Artemisio. Di questo monte feci anche prima menzione, che contiene il tempio, e la statua di Diana, e le sorgenti dell'Inaco. Questo fiume finch scorre presso la strada, che passa pel monte serve di confine agli Argivi, ed ai Mantineesi; ma allorch l'acqua dalla strada si scosta, da allora in poi scorre per il territorio Argivo, perci tra gli altri Eschilo chiama l'Inaco col nome di fiume Argivo.
 CAPO SETTIMO
Campo Argo - Dine - Filippo Re di Macedonia - Crudelt di Olimpia.
1. Sboccando nel territorio Mantineese per l'Artemisio, si entra nella pianura detta Argo (Oziosa) siccome lo ; conciossiach l'acqua piovana scendendo dai monti sopra di essa la fa essere oziosa, n altro vi mancherebbe perch questa pianura divenisse palude, se non che l'acqua non fosse assorbita in una voragine: di qu sparita sorge di nuovo a Dine.
2.  Dine presso il cos detto Genetlio dell'Argolide, un'acqua dolce, che sorge dal mare. Ne' tempi antichi gli Argivi gittavano in Dine de' cavalli in onor di Nettuno, ornati di freni. S vede sorgere dal mare l'acqua dolce in questo luogo di Argolide, ed in Tesprozia presso il cos detto Chimerio.
3. Pi meravigliosa ancora nel Meandro  l'acqua bollente: altra ne sgorga da un sasso circondato dalle onde del fiume, ed altra dalla mota istessa di quello. Innanzi Dicearcha de' Tirreni vedesi nel mare un'acqua bollente, ed ivi una isola artefatta, perch non resti questa acqua inutile, ma serva a' bagni caldi.
4. A sinistra della pianura Argo hanno i Mantineesi un monte, che contiene gli avanzi del padiglione di Filippo di Aminta, e del Castello Nestane. Imperciocch raccontano, che Filippo contro questa Nestane andasse ad oste, e Filippia dal nome di lui  ancora addimandata una sorgente, che ivi si trova. Venne in Arcadia Filippo per accattivarsi gli Arcadi, e distaccarli dagli altri Greci.  d'uopo, che ciascuno sia persuaso avere Filippo operato azioni pi grandi de' Re che lo precedettero, e di quei che sui Macedoni lo seguirono: buon Capitano per non lo chiamer chiunque abbia buon senno; come colui invero, che sempre i giuramenti fatti agl'Iddii calpest, e non mantenne mai i patti, e dileggi la fede degli uomini; e per non incontr tardi l'ira della Divinit. Di tutti quelli che conosciamo, il primo Filippo, non avendo vivuto pi di quarantasei anni, fece sopra di s avverare l'oracolo di Delfo, il quale da lui consultato circa il Persiano, narrano, che fosse questo:
 coronato il toro, ed  finito;
V'ha chi sagrificar dovrallo un giorno.
Questo non molto dopo mostr, che non avea di mira il Persiano, ma Filippo istesso.
5. Poscia che Filippo fa morto, un figlio bambino natogli da Cleopatra nipote di Attalo, insieme colla madre sua, fu spento da Olimpia tirandolo in un vaso di bronzo, sotto il quale era stato posto del fuoco: dopo uccise ancora Arido. Ma dovea il Nume mieter male la stirpe ancora di Cassandro. Nacquero a Cassandro i figli da Tessalonica di Filippo: Tessalonica, ed Arido ebbero per madri donne Tessale. A tutti  noto ci che risguarda Alessandro, e la morte sua. Che se Filippo avesse stimato quel detto sopra Glauco Spartano, e si fosse rammentato in ciascuna delle sue azioni di quel verso:
Di un uom che serba i giuramenti integri,
Miglior sar la prole, che ne viene.
Non avrebbe cos, io credo, un qualche Dio la vita di Alessandro, e il fiore de' Macedoni senza ragione spento. Abbiamo fatto questo episodio al nostro discorso.
 CAPO OTTAVO
Maere - Arne sorgente - Mantina - Gesta de' Mantineesi - Sorte di Mantina fino ai tempi di Adriano.
1. Dopo gli avanzi di Nestane havvi il santo tempio di Cerere, alla quale i Mantinesi ogni anno celebrano una festa. Verso Nestane giace una porzione anche essa della pianura Argo, e il luogo chiamasi Maere; si traversa in dieci stadj il campo Argo. Dopo avere salito non molto, scenderai in un altro piano: in esso presso la strada principale  il fonte che Arne addimandano. E queste cose ancora si raccontano dagli Arcadi: allorch Rea partor Nettuno, depose questo in un gregge per passare ivi i suoi giorni insieme cogli agnelli, e da ci la fonte ancora fu nominata Arne, perch intorno a quella gli agnelli pascevano; quindi soggiungono, che disse a Saturno di aver partorito un cavallo, e diedegli a divorare un polledro in luogo del figlio, siccome dopo ancora invece di Giove gli di a mangiare un sasso invelto entro le fascie. Quando io cominciai la mia opera metteva pi in ridicolo queste tradizioni de' Greci, ma venuto alle cose Arcadiche entrai in questo pensiero: che quelli de' Greci creduti saggi, anticamente per enimmi, e non direttamente parlavano, onde mi figurai, che le cose dette circa Saturno fossero un'arguzia de' Greci. Per la qual cosa circa gl'Iddii, faremo uso di ci che si dice.
3. La citt de' Mantinesi  circa due stadj pi oltre di questa terra. Mantineo adunque figlio di Licaone sembra, che altrove abbia edificato la citt che col suo nome fino a' d nostri  dagli Arcadi appellata: di l, Antinoe figlia di Cefeo di Aleo, avendo secondo l'oracolo gli uomini rimosso, in questo luogo menolli, seguendo per guida della strada un serpente (quale fosse nol nominano), e per questo il fiume, che presso la citt scorre, ebbe il nome di Ofi. Che se fa d'uopo congetturare dai versi di Omero, io credo, che questo serpente fosse un dragone. Imperciocch poetando nella enumerazione delle navi, di Filottete, che i Greci l'aveano lasciato in Lemno, afflitto dalla piaga, non diede all'idra il soprannome di serpente: ma bens serpente chiam il dragone che l'aquila lasci cadere sopra i Trojani. Laonde  verosimile che la guida di Antinoe ancora fosse un dragone.
4. I Mantinesi non combatterono nella battaglia ne' Dipeesi insieme cogli altri Arcadi contro i Lacedemonj: ma nella guerra de' Peloponnesj, e degli Ateniesi presero le armi contro i Lacedemonj insiememente cogli Eli, e giunto loro da Atene un soccorso di truppe, contro i Lacedemonj combatterono: fecero parte poi della flotta ancora mandata in Sicilia per l'amicizia verso gli Ateniesi.
5. Ne' tempi posteriori, un'esercito di Lacedemonj col Re Agesipoli di Pausania invase il territorio Mantineese. E come Agesipoli rimase superiore nella pugna, e chiuse nella mura i Mantineesi, prese non molto dopo la citt, non coll'assedio per forza, ma col deviare il corso dell'Ofi contro le loro mura fabbricate di mattoni crudi: Contro l'urto delle macchine resiste pi il mattone, di quello che le mura edificate di pietre: imperciocch le pietre si rompono, ed escono dall'ordine; il mattone per non soffre tanto dalle macchine, ma  dall'acqua distrutto, come dal sole la cera. Questo strattagemma contro il muro de' Mantineesi non fu invenzione di Agesipoli; ma prima ancora era stato da Cimone di Milziade ritrovato, allorquando assediava Boe Medo, e tutti i Persiani, che Eione sopra lo Strimone occupavano: Agesipoli imit adunque quello che era gi stabilito, e vantato dai Greci. Come ebbe preso Mantina poco ne lasci in piedi; ma avendo la massima parte di essa disfatto, distribu gli abitanti per le castella.
6. Doveano per i Tebani ricondurre nella loro patria dalle castella i Mantineesi, dopo il combattimento glorioso di Leuttri. Ritornati, non furono affatto giusti: ma sorpresi di avere spediti araldi ai Lacedemonj e fatta una pace con loro senza il commune degli Arcadi, non si rimossero dall'alleanza aperta co' Lacedemonj, ed accaduta la battaglia di Mantina dei Lacedemonj contro Epaminonda, e i Tebani, si schierarono i Mantineesi insieme coi Lacedemonj. Dopo queste cose nacque una dissensione fra i Mantineesi, ed i Lacedemonj, e dalla lega con questi passarono alla Lega Acha. E difendendo il loro paese vinsero Agide di Eudamida Re di Sparta; ma lo vinsero dopo avere ricevuto l'esercito Acho sotto il comando di Arato. Ebbero parte ancora insieme cogli Achi ne' fatti contro Cleomene, e insieme distrussero la forza de' Lacedemonj. Sendo Antigono in Macedonia tutore di Filippo, padre di Perseo, che allora era ancora giovinetto, ed avendo questi molto trasporto per gli Achi, fralle cose che fecero i Mantineesi in suo onore, vi fu quella di mutare il nome della loro citt in quello di Antigona. Ne' tempi susseguenti, sendo Augusto per dare la battaglia navale presso il promontorio di Apollo Azio, i Mantineesi insieme co' Romani combatterono, ma tutto il rimanente degli Arcadi fu per Antonio; non per altra ragione, io credo, se non perch i Lacedemonj il partito di Augusto seguivano. Dieci et dopo regn Adriano, ed avendo ai Mantineesi tolto il nome riportato dalla Macedonia, ordin che di nuovo la citt loro col nome di Mantina fosse chiamata.

 CAPO NONO
Tempj, e statue memorabili in Mantina - Sepolcro di Arcade - Tempio di Venere Simmachia - Minerva Alea - Culto di Antinoo - Eroo di Podare.
1. Hanno i Mantineesi un tempio doppio diviso in mezzo da un muro, in una parte del tempio havvi la statua di Esculapio, opera di Alcamene, l'altra  un tempio di Latona, e de' figli; e le statue furono fatte da Prassitele tre generazioni dopo Alcamene: sulla base di queste  una Musa, e Marsia, che suona le tibie. Ivi sopra una colonna  scolpito Polibio di Licorta, di cui appresso ancora faremo menzione. Hanno i Mantineesi altri tempj; quello di Giove Salvadore, e di Giove Epidota: imperciocch dicono, che egli accresca i beni agli uomini. In Mantina havvi il tempio de' Dioscuri, e quello di Cerere, e Proserpina: ivi fanno ardere il fuoco, avendo cura, che non si estingua senza avvedersene. E vidi presso il teatro il tempio di Giunone: Prassitele fece le statue; essa seduta sopra di un trono, e a lui dappresso Minerva, ed Ebe figlia di Giunone.
2. Presso l'ara di Giunone havvi il sepolcro di Arcade ancora, figlio di Callisto, le cui ossa qu portarono da Menalo per un oracolo avuto da Delfo:
Nella Menalia fredda Arcade giace
Arcade autor del nome a tutti, dove
Di andare a te prescrivo, e di buon cuore
Alla citt togliendolo portarlo
U' v'ha un trivio, un quadrivio, e cinque vie: 
Ivi gli ergi un delubro, e gli sacrifica.
Questo luogo dove  il sepolcro di Arcade viene detto le Are del Sole. Non lungi dal teatro vi sono monumenti assai illustri, uno detto Focolare Commune  di figura rotonda; si disse, che ivi giaceva Autonoe di Cefeo: sopra di un altro havvi una colonna, e su di essa una statua equestre, che rappresenta Grillo figlio di Senofonte.
3. Dietro il teatro restavano le rovine del tempio di Venere detto Simmachia, e la statua; l'iscrizione sull'ara diceva, che Nicippe di Paseo avea dedicato la statua. Questo tempio era stato edificato dai Mantineesi in memoria ai posteri della battaglia navale, che insieme coi Romani sostennero ad Azio. Venerano ancora Minerva Alea, ed hanno un tempio, ed una statua di questa Dea.
4. Fu da loro creduto Iddio Antinoo ancora; e di tutti i tempj di Mantina, il pi moderno  quello di Antinoo, di cui l'Imperadore Adriano ebbe una particolare premura nell'adornarlo. Io non vidi Antinoo, mentre era ancora fra gli uomini; ma bens nelle statue, e nelle pitture. Ha questo onori anche altrove, e sul Nilo gli Egizj hanno una citt del nome di Antinoo: in Mantina poi ricevette onori per quello, che sono per dire. Era Antinoo nato in Bitinia di l dal fiume Sangario: i Bitiniesi sono Arcadi, e da Mantina in origine. Perci l'Imperadore ordin che in Mantina ancora riscuotesse onori, e ogni anno le iniziazioni, ogni cinque anni i giuochi in onor suo si celebrano. Nel Ginnasio hanno i Mantineesi una camera, che le statue di Antinoo contiene, la quale merita di essere veduta, e pe' marmi onde viene adornata, e per le pitture: le immagini di Antinoo assomigliano generalmente a Bacco. Ed anche della pittura del Ceramico, che rappresenta il combattimento degli Ateniesi a Mantina, si vede ivi un monumento.
5. I Mantineesi hanno nel foro un ritratto di bronzo di una donna, che essi Deomena di Arcade addimandano: ed hanno l'Eroo di Podare ancora: Raccontano, che egli mor nella battaglia contro Epaminonda, e i Tebani. Tr generazioni prima di me, trasportarono la inscrizione del sepolcro ad un discendente da quel Podare, e dello stesso nome, il quale avea vivuto in quella et, da potere aver parte del governo de' Romani. A' miei giorni per onoravano i Mantineesi quell'antico Podare, dicendo, che il pi valoroso di loro, e degli alleati era stato Grillo di Senofonte, e dopo Grillo Cefisodoro da Maratone, che allora era capitano della cavallera Ateniese; e il terzo onore del valore, e della bravura lo assegnano a Podare.
 CAPO DECIMO
Monumenti sulle vie che partono da Mantina - Monte Alesio - Nettuno Equestre, e suo Tempio.
1. Da Mantina escono strade verso l'altra Arcadia: tutto quello, che sopra ciascuna di esse era specialmente degno da osservarsi, sar da me descritto. Andando a Tegea a sinistra della via principale presso le mura di Mantina  un luogo destinato al corso de' cavalli, e non lungi da questo uno stadio, dove celebrano in onore di Antinoo i giuochi.
2. Sopra lo stadio  il monte Alesio, cos detto, come essi raccontano, dall'errare di Rea, e nel monte havvi il bosco sacro di Cerere. Verso le radici del monte  il tempio di Nettuno Equestre, non pi di uno stadio lontano da Mantina. Circa questo tempio io scrivo ci, che ho inteso, siccome tutti gli altri ancora che di esso fanno menzione. Il tempio che a' nostri d esiste fu dall'Imperadore Adriano edificato, il quale mise agli artefici degli invigilatori perch non riguardasse alcuno dentro il tempio antico, n veruna cosa dagli avanzi di quello movesse: e comand loro, che rotondo edificassero il nuovo. Dicono che in origine a Nettuno fabbricassero questo tempio Agamede, e Trofonio, lavorando le legna di quercie, e l'una alle altre adattando: e mentre tennero lontani gli uomini dall'entrarvi, non misero alcun riparo davanti l'ingresso; ma distesero una piccola fune di lana, o credendo allora che per coloro, i quali le cose sagre onoravano sarebbe stato questo solo di orrore, o dentro alla fune era qualche forza. Epito ancora d'Ippotoo pare, che non saltasse la fune, o vi passasse sotto; ma tagliatala entr nel tempio, ed oper contro la religione; ne rimase perci cieco, sendo sugli occhi suoi caduta la cataratta, e subito mor.
3. V'ha un'antica tradizione, che dice sorgere in questo tempio l'acqua del mare: lo stesso gli Ateniesi narrano circa il flutto nell'Acropoli, e quei de' Carj, che abitano Milasa, circa il tempio che in lingua del paese Ogoa addimandano. Agli Ateniesi il mare presso Falero  distante venti stadj: cos i Milasesi hanno l'arsenale loro lontano ottanta stadj dalla citt; ma ai Mantineesi sorge il mare ad una grandissima distanza da esso, e manifestissimamente per volere del Nume.
4. Di l dal tempio di Nettuno  un trofeo di marmo, edificato colle spoglie riportate sopra i Lacedemonj, ed Agide. Si narra il modo della battaglia ancora: l'ala destra era dai Mantineesi stessi occupata, che aveano un esercito di ogni et, e per Capitano Podare, il quale in terza generazione veniva da quel Podare, che combatt contro i Tebani: con loro era anche l'indovino Elo Trasibulo di Eneo de' Jamidi: costui predisse ai Mantineesi la vittoria, ed ebbe con loro parte nella zuffa. Nell'ala sinistra erano schierati gli altri Arcadi. I capi erano secondo le citt, di cui erano le truppe; de' Megalopoliti erano capi, Lidiade, e Leocide: ad Arato coi Sicionj, e gli Achi era stato dato il centro. I Lacedemonj, ed Agide dilatarono la fila per eguagliare quella de' nemici: il centro di essa era dalle guardie del Re occupato. Arato di concerto cogli Arcadi si diede alla fuga con tutta l'oste, che era sotto i suoi ordini, quasi che fossero stati dai Lacedemonj incalzati: fuggendo, fecero insensibilmente col loro esercito un semicircolo. I Lacedemonj, ed Agide. speravano la vittoria, e in maggior folla assalirono Arato: lo seguivano quelli ancora delle ali stimando gran premio delle loro fatiche l'aver potuto mettere in fuga Arato, e i suoi soldati. Non si avvedevano per, che dietro le spalle aveano gli Arcadi, onde sendo stati i Lacedemonj circondati, perdettero la maggior parte de' loro, e Agide di Eudamida vi cadde. Dissero i Mantineesi, che era apparso Nettuno in loro difesa, ed ersero perci il trofo, dono a Nettuno. Tutti quelli, che ebbero cura delle fatiche degli Eroi ad Ilio finsero essere gli Iddii presenti alla guerra, ed alle uccisioni degli uomini; si decanta dagli Ateniesi che ebbero parte con loro ne' combattimenti di Maratone, e Salamine de' Numi:  assai chiaro, che l'esercito de' Galli per in Delfo per le mani del Nume, ed apertamente per quella de' Genj. Cos de' Mantineesi segue, che non senza Nettuno la vittoria riportarono. Dicono gli Arcadi, che Arcesilao discendente in nona generazione da Leocida, il quale insieme con Lidiade fu Capitano di que' da Megalopoli, vide la cerva sana della cos detta Despoena spossata dalla vecchiezza: che questa avea un monile intorno al collo, e sopra di esso le lettere:
Cerbiatta io presa fui quando Agapenore
And contro Ilio.
Questo racconto mostra, che il cervo  una bestia di vita assai pi lunga dell'Elefante.
 CAPO UNDECIMO
Pelago - Sepolcri delle figlie di Pelia - Foezi - Morte di Epaminonda - Sepolcro di Epaminonda - Esempj d'inganni prodotti dalla somiglianza de' nomi.
1. Dopo il tempio di Nettuno entrerai in un luogo pieno di quercie; Pelago  il suo nome. La strada, che da Mantina va a Tegea passa per le quercie. Il confine de' Mantineesi co' Tegeati  l'ara rotonda, che nella strada principale si trova.
2. Se tu dal tempio di Nettuno vorrai voltare a sinistra dopo cinque stadj perverrai alle tombe delle figlie di Pelia. Narrano i Mantineesi, che queste trasportarono la loro dimora presso di loro onde fuggire la infamia della morte del padre. Imperciocch, come Medea fu pervenuta in Jolco, subito tram insidie a Pelia col fatto per ajutare Giasone, ma a parole perch l'odiava. Promette adunque alle figlie di Pelia, che avrebbe sel volevano fatto divenire di nuovo il padre loro giovane, di cadente vecchio, che era. Ed avendo ucciso non so in qual modo un ariete, cosse le carni entro una caldaja insiememente con veleni, per mezzo de' quali dalla caldaja trasse fuori in agnello vivo il cotto ariete. Riceve adunque Pelia, perch tagliandolo a pezzi lo metta a cuocere; ma questo fu portato fuori, che non era neppure pi atto alla sepoltura. Questo forz le donne a passare ad abitare in Arcadia, e sendo morte, furono a loro eretti monumenti. Non diede ad esse i nomi, alcun poeta, che sia stato letto da noi, ma Micone pittore sulle loro immagini scrisse essere esse Asteropa, ed Antinoe.
3. Il luogo, che de' Foezi si appella  circa venti stadj pi oltre de' sepolcri; il monumento sepolcrale di questi Foezi  circondato da una sponda, e non molto dalla terra s'innalza. Qu la via diventa stretta, e il sepolcro, che vi si vede dicono essere di Areitoo Corineta, che trasse tal soprannome dall'armatura. Dopo la via, che da Mantina mena a Pallanzio, avanzandosi trenta stadj, si stende ivi sulla via principale la selva detta di Pelago: ivi la cavalleria degli Ateniesi, e de' Mantineesi contro quella de' Beoti azzuffossi.
4. Dicono i Mantineesi, che Epaminonda fu spento da Macherione Mantineese. Similmente i Lacedemonj affermano, che uno Spartano fu quegli che spense Epaminonda, ed anche essi danno a costui il nome di Macherione. Il racconto degli Ateniesi asserisce (e con questo i Tebani si accordano), che Epaminonda fu da Grillo ferito: ed analogo a questo  ci che  espresso nella pittura, la quale rappresenta il combattimento di Mantina. Apparisce ci anche dai Mantineesi, i quali seppellirono Grillo a spese publiche, e l dove cadde dedicarono una immagine ad onore del pi valoroso de' loro alleati. Macherione poi a parole  dai Lacedemonj istessi detto, ma nel fatto n in Sparta, n presso i Mantineesi havvi alcun Macherione, il quale abbia come prode sortito onori. Tosto che Epaminonda fu ferito, lo portarono ancora vivo fuori della mischia: allora tenendo la mano sulla ferita era addolorato da essa, e riguardava i combattenti; il luogo donde egli li vedeva fu dai posteri chiamato Vedetta; avendo il combattimento sortito un esito eguale, si trasse allora la mano dalla ferita, ed essendo spirato fu sepolto nel luogo istesso dove era la zuffa avvenuta.
5. Sul sepolcro fu posta una colonna, e sopra di essa uno scudo, sopra il quale era scolpito un dragone: il dragone significa, che Epaminonda era della stirpe de' Sparti. Sul sepolcro vi sono delle colonne, una antica colla inscrizione Beotica, l'altra fu dall'Imperadore Adriano dedicata pure con inscrizione. Epaminonda di tutti quelli, che presso i Greci furono illustri a cagione di avere comandato eserciti, si dee lodare, e stimare quanto ogni altro. Imperciocch i Capitani de' Lacedemonj, e degli Ateniesi avevano una patria gloriosa fino da' tempi rimoti, e i soldati eguale coraggio: Epaminonda per fece in poco tempo superare gli altri i Tebani, che erano scoraggiati, ed assuefatti ad obbedire altrui.
6. Avea da prima ancora Epaminonda ricevuto un oracolo da Delfo, che si fosse guardato dal Pelago: ed egli tem di salire sopra le galee, o navigare sopra navi da carico: ma il nume gli avea predetto il bosco Pelago, e non il mare. I luoghi dello stesso nome ingannarono dopo Annibale Cartaginese, e prima di gi gli Ateniesi. Imperciocch avea Annibale ricevuto un oracolo da Ammone che morto, sarebbe stato dalla terra Libissa coperto. Sperava pertanto, che avrebbe l'impero de' Romani distrutto, e ritornato in casa, nella Libia avrebbe per la vecchiaja finito i suoi giorni. Flaminio Romano per ponendo tutto l'impegno per prenderlo rivo, sendo egli ito supplice presso Prusia, e da quello cacciato, sal a cavallo, e snudata la spada si fer in un dito. Avendo fatto pochi stadj, fu per la ferita preso da una febbre, di cui nel terzo giorno mor, ed il luogo dove fin la sua vita  dai Nicomedesi chiamato Libissa. Gli Ateniesi ebbero da Dodona l'oracolo di abitare Sicilia:  questo un colle non molto grande poco distante dalla citt. Ma essi non comprendendo il detto, si mossero alle estere spedizioni ed alla guerra Siracusana. Basti per, potendo ormai altri trovare in pi numero cose simili alle esposte.
 CAPO DUODECIMO
Tempio di Giove Carmone - Metidrio - Alcimedonte - Petrosaca - Avanzi di Mantina vecchia, e di Mera - Strada di Orcomeno, e Monte Anchisia.
1. Uno stadio lontano dal sepolcro di Epaminonda  il tempio di Giove di soprannome Carmone. Gli Arcadi hanno nelle selve varie specie di quercie: ed altre addimandano di larghe foglie; altre faggi: la terza specie ha una corteccia cos tenue, e leggiera, che di essa fanno nel mare alle ancore, ed alle reti i segni. La corteccia di questa quercia dagli altri Joni, e da Ermesianatte autore delle elege viene nominata sughero. Una via porta da Mantina a Metidrio, ora non pi citt, ma castello unito ai Megalopoliti.
2. Avanzandosi trenta stadj, si trova il campo nomato Alcimedonte, e di l dal campo  il monte Ostracina, nel quale  una spelonca dove abit Alcimedonte, uno de' cos detti Eroi. La figlia di costui Fillo, dicono i Figalesi, che ebbe commercio con Ercole, e come Alcimedonte si avvide, che avea partorito, la espose sul monte a perire insieme col figlio da lei dato alla luce: questo figlio dagli Arcadi viene detto Ecmagora: come fu esposto, mentre piangeva, una pica ud il suo pianto, e ne imit i vagiti, ed essendo Ercole, a caso di l passato, ud la pica, e credendo essere il pianto di un fanciullo, e non di un uccello, si diresse verso la voce: riconosciuta la donna, la sciolse dai legami, e salv il figlio. Da quel tempo il fonte, che  vicino Cissa dall'augello si chiama.
3. Quaranta stadj lontano dalla fonte  il luogo detto Petrosaca:  Petrosaca il confine de' Megalopoliti, e de' Mantineesi. Oltre le strade accennate, due altre ve ne ha che vanno ad Orcomeno, ed in una si trova lo stadio chiamato di Lada, in cui Lada si esercitava al corso; presso di quello  il tempio di Diana, e a destra della via un alto tumulo di terra: dicono, che sia il sepolcro di Penelope, non essendo circa lei di accordo colla poesia detta Tesprotide. In quella poesa havvi, che Penelope partor ad Ulisse allorch fu di Troja tornato un figlio Ptoliporte. Ma la tradizione de' Mantineesi sopra di lei dice, che Penelope da Ulisse condannata per avere in casa invitato persone, e da lui rimandata, dapprima n'and in Lacedemone; ma dopo di Sparta pass ad abitare a Mantina, dove dicono che ella fin i suoi giorni.
4. Contigua a questo sepolcro  una piccola pianura, ed in essa un colle, sul quale sono ancora gli avanzi di Mantina vecchia: a' nostri tempi quel luogo si chiama Ptoli. Di l avanzandosi un poco verso settentrione, havvi la fontana di Alalcomenia, e trenta stadj distanti dalla citt, sono gli avanzi del castello Mera, seppur Mera fu qu, e non nel territorio de' Tegeati: imperocch  pi verosimile, che presso i Tegeati, di quello, che presso i Mantineesi, che Mera figlia di Atlante fosse sepolta: forse un'altra Mera, che di Mera di Atlante discendeva, sar nel territorio Mantineese pervenuta.
5. Delle strade ci resta quella ad Orcomeno, nella quale  il monte Anchisia, e a piedi di esso il sepolcro di Anchise. Imperciocch quando Enea andava in Sicilia approd colle navi nella Laconia, e fond le citt di Afrodisiade, e di Etide, ed in questo monte diede sepoltura al suo padre Anchise, il quale per non so qual motivo vi era venuto, e vi avea lasciato la vita: laonde da Anchise chiamano questo monte Anchisia. Concorrono a rendere vero questo discorso gli Eoli, che a' nostri giorni occupano Ilio, i quali non mostrano in alcun luogo della loro contrada il monumento di Anchise. Presso il sepolcro di Anchise sono gli avanzi del tempio di Venere, e i confini de' Mantineesi verso gli Orcomenj sono nell'Anchisia.
 CAPO DECIMOTERZO
Cose memorabili nel confine degli Orcomenj - Avanzi di Orcomeno vecchia - Monte Trachi - Cafia - Sorgenti Tene - Villaggio Amilo - Carie.
1. Nella regione degli Orcomenj, a sinistra della via dall'Anchisia, nel declivio del monte,  il tempio di Diana Imnia: partecipano di esso anche i Mantineesi: ed  stabilito dalla legge, che la Sacerdotessa, e il sacerdote non solo circa il commercio carnale, ma in tutte le altre cose ancora debbano serbare la castit, per tutto il tempo della vita loro: e non si bagnano, n vivono, secondo gli altri, e non entrano neppure nella casa di un privato. Io so che queste altre cose osservano presso gli Efesj per un anno, e non per tutta la vita coloro, i quali sono Estiatori di Diana Efesina, e che dai cittadini, Esseni sono chiamati. Celebrano in onore di Diana Imnia anche una festa annuale.
2. La citt vecchia degli Orcomenj era sulla cima di un monte, e rimangono le rovine del suo foro, e delle mura: abitano la citt moderna sotto il circuito del muro antico. Le cose degne da vedersi ivi, sono, la fonte donde prendono l'acqua, e i tempj di Nettuno, e Venere le cui statue sono di marmo. Presso la citt  un simulacro di Diana di legno; si erge questa in un gran cedro, e la Dea dal Cedro Cedreati addimandano. Sotto la citt vi sono avelli di pietre gli uni dagli altri disgiunti, questi furono fatti ad onore di coloro, che caddero in guerra. A chi de' Peloponnesj, o degli altri Arcadi istessi facessero la guerra non mel mostrarono le inscrizioni, che sono sopra i sepolcri, n gli Orcomenj li rammentano.
3. Rimpetto alla citt  il monte Trachi. L'acqua piovana scorrendo per un torrente fra la citt, e il monte Trachi scende in un altra pianura degli Orcomenj, la quale  di grande estensione, ma la pi parte di essa  palude. Uscendo da Orcomeno, dopo tre stadj appena, la via retta mena alla citt di Cafia, presso del torrente, dopo di esso, a sinistra presso l'acqua stagnante; l'altra via, traghettata l'acqua, che scorre per il torrente,  sotto il monte Trachi.
4. Per questa via s'incontra primieramente il sepolcro di Aristocrate, il quale viol la vergine, che era sacerdotessa della Dea Imnia. Dopo il sepolcro di Aristocrate sono le fonti chiamate Tene, e sette stadj distante dalle fonti Tene  il villaggio di Amilo: narrano, che Amilo fu un giorno citt.
5. In questo luogo la via si divide un'altra volta in due: una mena a Stinfelo, l'altra al loro Feneo. Verso Feneo si entra in un monte, nel quale si toccano insieme i confini del territorio degli Orcomenj, de' Feneati, e de' Cafiati. Si erge sopra de' confini un'alta rupe, che il sasso Cafiatico addimandano. Dopo i confini giace sotto le predette citt una valle, e per essa passa la via, che mena a Feneo. Verso la met della valle sgorga dalla terra un'acqua, e verso il fine della valle  il luogo detto Carie.
 CAPO DECIMOQUARTO
Avanzi dell'antica Feneo - Letto del fiume Olbio - Feneo, e sue cose degne di memoria - Mare Mirtoo.
1. La pianura de' Feneati giace sotto Carie: dicono, che sendosi sopra di essa alzata l'acqua, l'antica Feneo rimase disfatta, cosicch rimasero a' tempi nostri ancora sui monti de' segni, ai quali dicono essere ascesa l'acqua. Cinque stadj distante da Carie  la cos detta Orexi; e l'altro monte Sciati: sotto ciascuno de' monti  una voragine, che raccoglie le acque dalla pianura. Dicono i Feneati, che queste voragini sono artefatte, e che le fece Ercole, il quale allora abitava in Feneo presso Laonome, madre di Anfitrione: imperocch affermano, che Anfitrione nacque ad Alceo di Guneo da Laonome donna Feneatide, e non da Lisidice di Pelope. Che se Ercole pass veramente ad abitare presso i Feneati si potrebbe credere, che cacciato da Tirinto da Euristeo, non and subito a Tebe, ma prima in Feneo pervenne.
2. Scav Ercole in mezzo al campo de' Feneati l'alveo al fiume Olbio, che gli altri Arcadi Aroanio, e non Olbio addimandano. La lunghezza dello scavo  di cinquanta stadj: la profondit, dove non  caduta la ripa, giunge a trenta piedi. Non scorre pi per il fiume per questo; ma riprese di nuovo il corso antico, lasciando l'alveo, opera di Ercole.
3. Cinquanta stadj pi oltre delle voragini fatte ne' predetti monti  la citt: i Fenati dicono esserne stato fondatore Feneo indigena. Hanno essi la cittadella cinta all'intorno da ogni parte da precipizj; la maggior parte  rimasta cos, e pochi luoghi sono stati per sicurezza fortificati. Nell'Acropoli  un tempio di Minerva detta Tritonia: di questo non ne sono rimasi, che gli avanzi. Vi  ancora un Nettuno di bronzo di soprannome Equestre: dissero, che la statua di Nettuno sia stata dedicata da Ulisse; imperciocch, soggiungono, che gli si smarrirono le cavalle, e percorrendo tutta la Grecia per cercarle, eresse ivi un tempio di Diana, ed Eurippa chiam la Dea l nel territorio Feneatico, dove trov le cavalle, e dedic ancora la statua di bronzo di Nettuno Equestre. Raccontano poi, che trovate le cavalle piacque ad Ulisse di tenerle nel paese de' Feneati siccome faceva pascere le vacche ancora nel continente, che  rimpetto ad Itaca. Mi fecero vedere i Feneati delle lettere ancora, che erano scritte sulla base della statua, le quali contenevano gli ordini di Ulisse a coloro che pascevano le cavalle.
3. Nelle altre parti di questa tradizione de' Feneati, che noi seguiamo v'ha del verosimile; ma che Ulisse dedicasse la statua di bronzo non posso crederlo con loro. Imperciocch allora non sapevano ancora fare le statue intiere di bronzo, come una veste si tesse; ma il metodo, nel lavoro delle statua di bronzo, fu gi da me dimostrato nel ragionamento degli Spartani parlando della statua di Giove Ipato. I primi, che fusero il bronzo, e ne fecero statue furono Reco di Fio, e Teodoro di Telecle Samj. Opera di Teodoro era un sigillo sopra uno smeraldo, che Policrate tiranno di Samo quasi sempre portava, il quale n'andava oltre modo glorioso.
5. Scendendo dalla cittadella de' Feneati si trova uno stadio, e sopra una collina il sepolcro d'Ificle fratello di Ercole, e padre di Jolao: narrano i Greci, che Jolao sostenne insieme con Ercole la maggior parte delle sue fatiche. Ificle poi padre di Jolao, quando Ercole contro gli Eli, ed Auga diede la prima battaglia, fu allora ferito dai figli di Attore, che dal nome della madre Molione erano chiamati: e mentre era gi infermo venne dai suoi parenti portato a Feneo. Ivi Bufago Feneate, e Prome moglie di Bufago lo trattarono assai bene, e morto per la ferita gli diedero sepoltura. Ad Ificle fino ad oggi ancora fanno funerali come Eroe.
6. I Feneati onorano fragl'Iddii specialmente Mercurio, e celebrano le feste Erme: hanno un tempio di Mercurio, ed una statua di marmo: fu questa fatta da Euchire di Eubulide Ateniese. Dietro il tempio  il sepolcro di Mirtilo. Dicono i Greci, che costui fosse figlio di Mercurio, e che guidasse il cocchio ad Oenomao: ed ogni volta, che alcuno arrivava, il quale la figlia di Oenomao pretendeva, spingeva questo Mirtilo con arte le cavalle di Oenomao, e quello nel corso dardeggiava il proco, quando costui gli era dappresso. Amava Mirtilo stesso Ippodamia, ma non essendo ardito, ced a non entrare nel combattimento, e guid le cavalle ad Oenomao. Ma finalmente dicono, che si mostrasse traditore di Oenomao, portatovi dalla promessa, con cui Pelope si obblig, di lasciarlo giacere una notte con Ippodamia. Avendo costui ricordato a Pelope i patti, fu da lui dalla nave gittato in mare: i Feneati dicono, che raccolto il cadavere di Mirtilo gittato fuori dal flutto, gli diedero sepoltura, e di notte fanno a lui ogni anno funerali.
7.  chiaro per che Pelope non navig molto, ma solo lungo il tratto dalle foci dell'Alleo all'arsenale degli Eli; quindi non potr sembrare che da Mirtilo di Mercurio prendesse nome il mare Mirtoo, che comincia dalla Euba, e dalla deserta isola di Elene, e si stende al mare Ego. Sembra per che verosimilmente abbiano parlato quegli Euboesi, i quali le cose antiche rammentano, dicendo che da una donna Mirto ebbe nome il mare Mirtoo. I Feneati hanno ancora il tempio di Cerere soprannomata Eleusinia, e celebrano in onore della Dea la iniziazione, affermando che presso loro sono stabilite quelle cose stesse, che si osservano in Eleusi: imperciocch a loro, secondo l'oracolo di Delfo venne Nao, il quale in terza generazione discendeva da Eumolpo.
 CAPO DECIMOQUINTO
Petroma - Cose immorabili nella Via a Pellene, ed Egira - Confini de' Feneati, e degli Achi - Monte Crati, e tempio di Diana Peronia.

1. Presso il tempio della Eleusinia  edificato il cos detto Petroma, cio due pietre grandi unite insieme. Allorch celebrano nell'anno quello, che i misteri maggiori appellano, alzano queste pietre, e togliendo di l le scritture circa la iniziazione, e lettele agl'iniziati, nella notte stessa di nuovo ripongonle. Io s, che la maggior parte de' Feneati giurano per le cose della pi alta importanza sopra il Petroma. Sopra di questo havvi un compimento rotondo, che racchiude il volto di Cerere Cidaria. Il sacerdote mettendosi questa faccia ne' cos detti grandi misterj, percuote colle verghe secondo una tradizione gl'Iddii Infernali.  tradizione de' Feneati, che prima che Nao qu pervenisse, Cerere andasse vagando anche per questi luoghi: ed a tutti que' Feneati, i quali nella casa, e coi doni ospitali l'accolsero, a loro la Dea diede gli altri legumi, ma non la fava. Perch la fava non sia da loro creduta un legume puro,  per loro un discorso sacro. Quelli che al dire de' Feneati accolsero la Dea, Trisaule, e Damitale, edificarono il tempio di Cerere, (lo fecero, dicono essi, sotto il monte Cillene), e stabilirono in suo onore anche la iniziazione, che oggid celebrano ancora. Questo tempio di Tesmia  quindici stadj lontano dalla citt.
2. Andando da Feneo a Pellene, e ad Egira citt degli Achi, dopo circa dieci stadj havvi il tempio di Apollo Pizio: non ne rimangono, che le vestigia, ed una grande ara di marmo bianco. Ivi anche oggid sagrificano i Feneati ad Apollo, e Diana, dicendo, che Ercole dopo essersi impadronito di Elide edific il tempio.
3. Ivi sono anche i sepolcri degli Eroi, che avendo partecipato insiememente con Ercole della spedizione contro gli Eli, non tornarono dalla battaglia alle loro case. Molto vicino al fiume Aroanio  sepolto Telamone, un poco pi lungi del tempio di Apollo: Calcodonte  sepolto non lungi dal fonte di Oenoe. Niuno potr abbracciare la opinione, che in questo combattimento andassero il padre di Elefenore, che condusse navi a Troja, e quello di Ajace, e Teucro. Imperciocch come Calcodonte poteva intraprendere quel combattimento con Ercole, egli, che prima era stato da Anfitrione spento? E questo  attestato da monumenti in Tebe degni di fede. Come poi Teucro poteva edificar Salamina in Cipro, se niuno quando ritorn di Troja lo cacci di casa? E chi altro se non Telamone lo avrebbe cacciato.  chiaro adunque, che non erano Calcodonte da Euba, e Telamone l'Eginese quelli, che ebbero parte con Ercole nella spedizione contro gli Eli: e sendo persone che portavano uno stesso nome che personaggi illustri, pi oscuri a' nostri tempi ancora, e in tutti i secoli si rimasero.
4. I Feneati non confinano cogli Achi in un lato solo, ma verso Cillene  loro confine il cos detto Porina, verso l'Egiratide il tempio di Diana. Nella regione de' Feneati istessi dopo il tempio di Apollo Pizio, non ti avanzerai di molto, e ti troverai nella via, che mena al monte Crati. In questo monte sono le sorgenti del fiume Crati: scorre questo al mare presso Ege, luogo a' miei giorni diserto; ma che ne' tempi pi antichi era citt degli Achi. Da questo fiume Crati trae il nome ancora un fiume in Italia nel paese de' Bruzj. Nel monte Crati  il tempio di Diana Peronia; e ne' tempi pi rimoti gli Argivi da questa Dea portavano il fuoco nelle feste Lerne.
 CAPO DECIMOSESTO
Monte Geronteo - Tricrena - Monte Sepia - Sepolcro di Epito, e di altri.
1. Da Feneo andando verso oriente s'incontra la punta del monte Geronteo, e per essa passa la via: questo Geronto  il confine del territorio de' Feneati verso gli Stinfalj. A sinistra del Geronto andando sempre per la Feneatide, sono i confini de' Feneati le cos dette Tricrene, ed ivi sono tre fonti. Si narra, che le Ninfe del monte ivi lavassero Mercurio appena nato, e perci a lui sacre le stimano.
2. Non lungi dalle Tricrene havvi l'altro monte, Sepia, ed ivi dicono, che finisse i suoi giorni Epito di Elate morso dal serpente, e gli edificarono nel luogo stesso il sepolcro: imperciocch non potevano portare pi oltre il cadavere. Gli Arcadi affermano, che anche al presente nascano questi serpenti nel monte, non molti, ma rarissimi: imperciocch sendo la pi gran parte dell'anno il monte coperto di nevi, que' serpenti, che vengono colti fuori delle loro tane ne muojono, e bench prima siansi rifuggiati nella loro tana, ci non ostante la neve ne fa perire una parte, poich il freddo penetra nelle tane stesse. Osservai con molta diligenza il sepolcro di Epito, perch Omero ne' versi sugli Arcadi fece menzione del monumento di Epito.  un tumulo di terra non grande, rattenuto intorno da una sponda di marmo. Omero (conciossiach egli non avea veduto sepolcro pi rimarchevole) dovea giustamente restarne meravigliato, come la danza da Vulcano nello scudo di Achille espressa, a quella fatta da Dedalo la rassomiglia, per non averne veduta una pi bella.
3. Bench io conosca molti sepolcri degni di meraviglia, non far menzione che di due, quello di Alicarnasso, e quello, che  nella terra degli Ebri. Quello, che  in Alicarnasso  fatto a Mausolo Re di quel popolo. La grandezza di esso  cos smisurata, e cos magnifico  in tutti gli ornamenti, che i Romani ancora ammirandolo danno il nome di Mausolei ai sepolcri pi illustri presso di loro. Gli Ebrei hanno nella citt di Solima, che dall'Imperadore fu distrutta intieramente, il sepolcro di Elene donna del paese.  stata nel sepolcro costrutta con artificio una porta di marmo simile al sepolcro, la quale non si apre prima, che l'anno non abbia rimenato sempre lo stesso giorno, e l'ora stessa. Allora aperta soltanto dall'artificio, e non molto tempo rimastavi, dopo si richiude: in questo tempo adunque cos si apre, in qualunque altro se procurerai di aprirla, non l'otterai; ma sforzandola piuttosto la romperai.
 CAPO DECIMOSETTIMO
Monte Cillene - Legni usati nelle statue - Monte Chelidorea - Nonacri - Stige.
1. Dopo il sepolcro di Epito  il monte Cillene, il pi alto de' monti di Arcadia, e il tempio diruto di Mercurio Cillenio sulla cima di esso.  chiaro, che il monte trasse il nome, e il Dio il soprannome da Cilleno di Elato.
2. Ne' tempi pi antichi gli uomini, per quanto imparar ne potemmo, facevano di questi legni le statue: di ebano, di cipresso, di cedri, di quercia, di tasso, e di loto. Niuno di questi  la materia della statua di Mercurio Cillenio, ma sibbene il citro. Noi la credemmo di circa otto piedi.
3. Questa meraviglia ancora porge il monte Cillene: imperciocch gli augelli detti cossif sono in esso tutti bianchi. Quelli, che dai commedianti cos si chiamano,  un'altra specie di augelli che non cantano: e le aquile, cigne nomate molto simili al cigno nella bianchezza, le vidi nel Sipilo intorno al lago chiamato di Tantalo: de' privati ancora possederono cinghiali bianchi, ed orsi di Tracia dello stesso colore. Circa le lepri, ed i cervi, le lepri della specie Libica sono bianche, e in Roma io vidi cerve bianche che nel vederle mi recarono molta meraviglia: donde poi esse, o continentali, o isolane, fossero portate non potei richiederlo. Queste cose siano dette da noi per ragione de' cossifi, affinch niuno ponga in dubbio, ci, che sul colore di essi fu detto.
4. Attaccato al monte Cillene, un altro sen vede Chelidorea nomato, dove Mercurio trovata una testuggine, la scortic, e di essa dicono, che facesse la lira. Qu sono i confini del territorio fra i Feneati, ed i Pellenesi, e la maggior parte del monte Chelidorea  abitata dagli Achi.
5. Da Feneo andando verso Occidente, la strada a sinistra mena alla citt di Clitore, quella a destra a Nonacri, ed all'acqua dello Stige. In origine era Nonacri una piccola citt degli Arcadi, e il nome prese dalla moglie di Licaone: a' giorni nostri per sono rovine, di cui la maggior parte  pure sparita. Non lungi dalle rovine  una rupe alta, che supera in altezza quante altre ne furono da me vedute: dalla rupe gocciola acqua, i Greci l'appellano acqua di Stige.
 CAPO DECIMOTTAVO
Stige - Monti Aroanj - Lusi - Figlie di Preto sanate ivi da Melampode.
1. Che siavi lo Stige poetollo Esiodo nella Teogonia: imperciocch versi di Esiodo credono, che sia la Teogonia: si canta adunque in quella, che Stige fosse figlia dell'Oceano, e moglie di Pallante: dicono che anche Lino simili cose poetasse. Avendoli per letti mi sembrarono affatto questi poemi adulterati. Epimenide Cretese poi fece anche egli Stige figlia dell'Oceano, e che si congiunse in isposa con Pallante; ma soggiunse poi, che essa partor Echidna di Pirante, chiunque pur siasi costui. Il nome di Stige fu specialmente da Omero nella poesia sua introdotto: imperciocch nel giuramento di Giunone poet:
Questo or la terra, e sopra il largo cielo
Sappia e la gocciolante acqua di Stige.
Queste cose poet, come se avesse veduto l'acqua dello Stige, che gocciola. Nel catalogo delle navi ancora, che erano insieme con Guneo, vuole che l'acqua del fiume Titaresio venga dallo Stige. Poet che nell'inferno ancora fosse l'acqua, e Minerva dice, che non si ricorda Giove di avere per mezzo suo salvato Ercole dalli combattimenti di Euristeo:
Che se tal cosa nel prudente cuore
Saputo avessi tosto che colui
Mandollo all'Orco ben munito in porte
A torre di Plutone orrendo il cane
Dall'Erebo fatale, ei non avrebbe
Dello Stige evitato le onde gravi.
2. L'acqua che dalla rupe presso Nonacri gocciola, cade primieramente in un alta roccia, e passando in mezzo di essa scende nel fiume Crati: quest'acqua reca la morte agli uomini, e ad ogni altro animale, e si dice, che essa portasse un d la morte anco alle capre, che bevettero per la prima volta quell'acqua. Ne' tempi susseguenti per questo fu conosciuto, ed alle altre meraviglie di quest'acqua un'altra propriet aggiunger si dee. Imperciocch il vetro, il cristallo, l'agata, e tutte le altre cose che gli uomini hanno di pietra, e i vasi di creta, sono tutti rotti dallo Stige: quelle di corno poi, e di osso, il ferro, il bronzo, il piombo ancora, e lo stagno, l'argento, e l'elettro, sono da questa acqua corrotti: questo fra gli altri metalli l'oro ancora soffre, bench sia esso esente dalla ruggine, come lo attesta la poetessa Lesbia, e l'oro stesso lo mostra. E diede il nume alle cose pi abbiette, il superare quelle, che credonsi pi alte. Imperciocch cos venne che dall'aceto le perle siano sciolte, cos il sangue di becco fa fondere il diamante, che  la pietra pi dura che esista. L'acqua dello Stige poi non pu aver forza sulla unghia sola di cavallo, ma girandovi questa,  dall'acqua portata a fondo, ma non distrutta. Se poi Alessandro d Filippo finisse con questo veleno la vita, io nol so chiaramente, s per che si dice.
3. Di l da Nonacri sono i monti chiamati Aroanj, ed in essi una spelonca. Ivi dicono essersi le figlie furiose di Preto rifuggiate, le quali poi da Melampo con segreti sacrifici, e lustrazioni furono portate al luogo chiamato Lusi. Uno dei monti Aroanj, era per la maggior parte abitato dai Feneati. Lusi  gi ne' confini de' Clitorj, e dicono, che un tempo fosse citt: ed Agesilao cittadino Lusese fu proclamato vincitore col cavallo senza arnesi, quando gli Anfizioni diedero la XI. Piziade: a' nostri giorni per non restano pi neppure gli avanzi di Lusi. Le figlie di Preto furono da Melampo a Lusi condotte, e sanate dalla mana nel tempio di Diana; e da quel tempo chiamano i Clitorj questa Diana col nome di Emeresia.
 CAPO DECIMONONO
Cinetaesi - Fonte Alisso - Via di Clitore.
1. Vi sono alcuni, Arcadi anche essi di nazione, e Cinetaesi di nome, i quali dedicarono in Olimpia la statua di Giove, che tiene in ambo le mani il fulmine: questi Cinetaesi abitano circa quaranta stadj pi lontano, ed hanno nel foro are degl'Iddii, ed il ritratto ancora dell'Imperadore Adriano: ma quello che merita pi di essere menzionato  ivi il tempio di Bacco. Celebrano nella stagione d'inverno una festa, in cui uomini unti di grasso togliendo da un armento di buoi quel toro che pone loro in mente il Dio stesso, lo portano al tempio: questo  il sagrificio che devono fare.
2. Nello stesso luogo  un fonte di acqua fredda, due stadj lontano dalla citt, e sopra di esso  nato un platano. Quegli che abbia ricevuto da un cane rabbioso o ferite, o qualunque altro pericolo, bevendo di questa acqua  sanato: perci chiamano col nome di Alisso il fonte. Egli pare, che gli Arcadi abbiano sortito dalla natura 1'acqua presso Feneo, che Stige addimandano per danno degli uomini, od il fonte ne' Cinetaesi per essere un bene in compenso di quel male.
3. Delle strade, che da Feneo menano ad Occidente rimane quella a sinistra. Conduce questa a Clitore, e si stende fino all'opera che Ercole fece perch servisse di alveo al fiume Aroanio. Presso di questo la strada scende al luogo detto Licuria: ed  Licuria il confine del territorio de' Feneati verso i Clitorj.
 CAPO VENTESIMO
Fonti del Ladone - Storia di Dafne, e Leucippo.
1. Avanzandosi cinquanta stadj da Licuria, si giunge alle sorgenti del Ladone. Ed udii, che l'acqua, la quale nella Feneatica ristagna, scendendo nelle voragini, che sono ne' monti, risbocca in questo luogo, e fa le sorgenti del Ladone: io non so dir chiaramente se questa cosa vada cos, o altrimente. Il Ladone porge l'acqua pi bella di tutti i fiumi di Grecia.  inoltre celebre presso gli uomini per Dafne, e le cose, che di quella si cantano.
2. Tralascio ci, che di Dafne raccontano coloro i quali abitano in Siria sull'Oronte: si dicono per queste altre cose ancora dagli Arcadi, e dagli Eli. Di Oenomao, il quale domin in Pisa era figlio Leucippo. Costui acceso di amore per Dafne, siccome credeva, che se si fosse mostrato suo pretendente, non l'avrebbe giammai in moglie ottenuta, sendo che essa fuggiva gli uomini, perci gli venne in mente questa astuzia. Egli nudriva la chioma all'Alfo; sendosela adunque come una vergine intrecciata, vestitosi di una veste da donna ne and a Dafne. Pervenutovi le disse, che era figlia di Oenomao, e che insieme con Dafne voleva uscire alla caccia. E come colui che una vergine era creduto, e le altre donzelle per la dignit del suo lignaggio, e la intelligenza sua nella caccia superava, ed inoltre usava molta cortesia verso di lei, port Dafne ad una forte amicizia. Quelli, che cantano l'amore di Apollo verso di lei soggiungono, che il Dio invidiasse a Leucippo la sua fortuna nell'amore: laonde Dafne, e le altre vergini bramarono subito di nuotare nel Ladone, e spogliarono Leucippo contro sua voglia: e veduto che non era una donzella, ferendolo cogli strali, e co' pugnali lo uccisero. Cos narrano queste cose.
 CAPO VENTESIMOPRIMO
Fiumi Clitore, ed Aroanio - Pesci Poecilie - Citt di Clitore - Minerva Coria, e suo tempio. 
1. Sessanta stadj distante dalle sorgenti del Ladone  la citt de' Clitorj: la via, che parte dalle sorgenti  un sentiero lungo, ed angusto presso il fiume Aroanio: vicino alla citt si passa il fiume, che si chiama Clitore. Questo fiume sbocca nell'Aroanio, non pi di sette stadj distante dalla citt. Nell'Aroanio fra gli altri vi sono i pesci detti Poecilie: dicono, che questi cantino come il tordo. Io li vidi presi nella rete, ma non gli udii mandar fuori alcun suono, sebbene aspettassi presso il fiume anche al tramontar del sole, quando mi si diceva che specialmente i pesci cantavano.
2. La citt de' Clitorj ebbe il nome dal figlio di Azane, ed  edificata in una pianura: intorno ha de' monti non grandi, che la circondano. I tempi pi illustri de' Clitorj, sono, quello di Cerere, quello di Esculapio, ed il terzo finalmente di Lucina essere ....... niun numero stabil di esse. Licio Delio per, che era in et pi antico, avendo fatto inni ad altri, a Lucina ancora uno ne fece, ed Eulino, cio, che fila bene, addimandolla, onde  manifesto che dica essere ella lo stesso che il Fato, e pi vecchia di Saturno. I Clitorj hanno ancora il tempio de' Dioscuri, chiamati Grandi Iddii, il quale  quattro stadj distante dalla citt, ed hanno que' numi le statue di bronzo.
3.  stato fatto sulla cima di un monte trenta stadj pi lungi dalla citt, un tempio, e la statua di Minerva Coria.
 CAPO VENTESIMOSECONDO
Citt di Stinfalo - Tradizione degli Stinfalj intorno a Giunone - Fiume, e fonte Stinfalo - Uccelli Stinfalidi - Diana Stinfalia.
1. Mi riconduce il discorso verso Stinfalo, ed il monte de' Feneati, e degli Stinfalj, Geronto appellato. Gli Stinfalj non sono pi insieme cogli Arcadi ordinati, ma fanno parte della nazione Argolica, sendo ad essa di loro volont passati: che della stirpe siano degli Arcadi, i versi di Omero lo attestano, e Stinfalo loro fondatore, in terza generazione discendeva da Arcade di Callisto. Si dice, che in origine in altra parte del paese, e non dove  oggi fosse la citt edificata.
2. Nell'antica Stinfalo dicono, che abitasse Temeno di Pelasgo, che Giunone da costui fosse allevata, che egli ergesse alla Iddia tre templi, e desse a lei tre soprannomi: e Fanciulla mentre era ancor vergine nomolla, e di gi con Giove sposatasi, fu da lui Perfetta chiamata, e sendo indifferente con Giove, ed in Stinfalo ritornata, Vedova addimandolla. Questo s, che gli Stinfalj dicono circa la Dea.
3. La citt di oggid nulla ha delle cose predette; ma tutte queste altre contiene.  nella citt degli Stinfalj una sorgente, e da questa l'Imperadore Adriano condusse ai Corintj le acque nella citt. In Stinfalo poi in tempo d'inverno fa la sorgente un lago non molto grande, e da esso il fiume Stinfalo forma: nella state non vi  pi il lago; ma il fiume  direttamente dalla sorgente prodotto. Questo fiume cade in una voragine, e ritornando di nuovo alla luce nell'Argolide cangia di nome, e in vece di Stinfalo, Erasino lo chiamano.
4. Sull'acqua di Stinfalo, vuole la tradizione, che in essa un tempo nudrivansi augelli, i quali mangiavano gli uomini, e dicesi, che Ercole li saettasse. Ma Pisandro Camirese non dice che egli uccidesse gli uccelli; ma, che collo strepito de' crotali gl'inseguisse. Le parti diserte di Arabia danno altre belve, e fra queste gli uccelli Stinfalidi nominati, nulla pi miti verso gli uomini dei leoni, e de' pardi. Essi volano sopra coloro, che ne vanno alla caccia, e co' rostri li feriscono, e gli uccidono. E tutto ci, che gli uomini portano di ferro, o di bronzo  da questi augelli forato: che se intrecciano una veste di una grossa corteccia di albero, i rostri delle Stinfalidi restano presi dalla veste di corteccia, come le ali degli augelletti dal vischio. Sono questi uccelli della grandezza della gru, si assomigliano agl'ibi, ma portano rostri pi forti, e non, siccome gl'Ibi, ritorti. Se poi gli augelli arabici de' miei giorni, avendo il nome simile a quelli, che un d furono in Arcadia, non ne hanno la stessa figura,  per me incerto: ma se in ogni tempo gli augelli Stinfalidi sono somiglianti agli avvoltoi, ed alle aquile, sembrami che queste siano proprie dell'Arabia, e potrebbe bene essere, che volatane un d una porzione in Arcadia, a Stinfalo pervenisse. Dagli Arabi poi in origine un'altro nome, e non quello di Stinfalidi avranno avuto: la gloria di Ercole, e la precedenza che i Greci hanno sui barbari fece s, che prevalesse l'essere chiamati a' nostri d col nome di Stinfalidi quelli augelli ancora che nella terra deserta di Arabia ritrovansi.
5. In Stinfalo havvi l'antico tempio di Diana Stinfalia, la statua  di legno nella maggior parte indorato. Presso il tetto della cella veggonsi espresse le Stinfalidi ancora: era perci chiaramente difficile il distinguere se di legno fossero, ovvero di stucco: a me per, da ci che potei congetturare mi sembrarono piuttosto di legno che di stucco. Ivi sono ancora delle vergini di marmo bianco, le cui gambe sono di uccello, queste stanno dietro del tempio.
6. Si dice, che anche a' d nostri sia accaduta questa meraviglia. Senza impegno celebravano la festa di Diana Stinfalia in Stinfalo, e molte delle cose stabilite sopra di essa si trasgredivano. Caduti adunque degli sterpi nella bocca della voragine dove il fiume Stinfalo discende, imped all'acqua lo scolo, e dicono, che la pianura divent loro un lago di quattrocento stadj. Affermano poi che un cacciatore insegu una cerva, che fuggiva, questa entr nella palude, e il cacciatore che la inseguiva gittossi per lo furore a nuoto dietro di lei: cos la voragine ricevette la cerva, e l'uomo, che la seguiva: soggiungono finalmente, che l'acqua del fiume li seguit, cos che in un giorno fu seccata tutta la parte allagata del campo, e da quel tempo con pi alacrit celebrano la festa in onor di Diana.
 CAPO VENTESIMOTERZO
Citt di Alea - Fiume Trago - Citt di Cafie - Monte Cnacalo - Fonte Menelaide - Condilea - Sorone - Confini fra i Clitorj, e gli Psofidj.
1. Dopo Stinfalo viene Alea, e fa anche essa parte del Consiglio Argolico: mostrano essi essere stato fondatore loro Aleo di Afidante. Ivi sono i tempj di Diana Efesina, di Minerva Alea, e la cella di Bacco con statua. Celebrano in onore di questo ultimo ogni anno la festa Scieria, nella quale secondo l'oracolo di Delfo le donne si flagellano, come i giovani puberi degli Spartani presso di Ortia.
2. Nel discorso sugli Orcomenj ho dimostrato, che primieramente presso il torrente la via  retta, da quel punto poi, a sinistra dell'acqua stagnante nella pianura di Cafie  stato fatto un argine di terra, dal quale s'impedisce che l'acqua, che dalla Orcomenia discende non sia di nocumento alle terre lavorate de' Cafiesi. Dentro l'argine esce un'altra acqua in tale quantit, che forma un fiume, e cadendo questo in un'apertura di terra sorge di nuovo presso le cos dette Nasi: il luogo dove sorge Reuno si noma. Risorta ivi l'acqua dopo quel punto fa un fiume perenne chiamato Trago.
3.  chiaro che la citt abbia tratto il nome da Cefeo di Aleo, che poi in lingua Arcadica prevalse esser nomata Cafie. Dicono i Cafiesi di essere oriundi dall'Attica, e che scacciati di Atene da Egeo, vennero in esilio in Arcadia, e sendo stati supplici di Cefeo, qu abitarono. La piccola citt  posta al fine della pianura, a' piedi di monti non molto alti. Hanno i Cafiesi i tempj di Nettuno, e di Diana soprannomata Cnacalesia. Hanno essi il monte Cnacalo ancora, dove celebrano un'annua iniziazione in onore di Diana. Un poco sopra la citt  una sorgente, e sopra di essa havvi un platano alto, e bello, che Menelaide appellano: imperciocch dicono, che raccogliendo Menelao l'esercito contro di Troja in questo luogo pervenne, e sulla sorgente piant il platano: a' nostri giorni poi chiamano Menelaide, siccome il platano ancora la sorgente.
4. Se seguendo le tradizioni de' Greci debbo enumerare quanti alberi rimangano ancora salvi, e vegetino, il pi antico di essi  il vinchio, il quale  nato nel tempio di Giunone de' Samj: dopo questo viene la quercia di Dodona, e l'olivo che  nella cittadella di Atene, e quello, che ne' Delj si ammira: il terzo onore per l'antichit compartirebbero i Sirj al lauro che  presso di loro: degli altri poi il pi antico  questo platano.
5. Uno stadio da Cafie distante  il luogo detto Condilea, e il bosco sacro di Diana: ivi  la cella della cos detta anticamente Condileatide, il qual nome dicono che la Dea per la ragione seguente cangiasse. Mentre intorno al tempio alcuni fanciulli (non ne rammentano il numero) giocavano, s'imbatterono in una funicella, ed avendola legata al collo della statua, soggiunsero, che Diana era strangolata. Sendosi i Cafiesi avveduti di ci, che dai fanciulli era stato fatto, li lapidarono: avendo fatto questa cosa venne sulle donne una malattia di dare alla luce i figli, che nell'utero prima del parto morivano, finch la Pizia rispose loro di seppellire i fanciulli lapidati, e di celebrare i funerali in loro onore ogni anno: conciossiach erano morti ingiustamente. I Cafiesi fanno fino ad ora secondo ci, che dall'oracolo fu loro risposto, e la Dea che  in Condilea (imperciocch dicono, che dall'oracolo anche questo era aggiunto) dopo quel tempo Apancomene addimandano.
6. Da Cafia ritornando sette stadj indietro si scende alle cos dette Nasi, donde avanzandosi cinquanta stadj si trova il Ladone. Varcherai il fiume, e giungerai al querceto Sorone, passando per gli Argeati, i cos detti Licunti, e Scotane: il querceto Sorone conduce a Psofide. Questo come tutti gli altri querceti di Arcadia d cinghiali, orsi, e testuggini di una smisurata grossezza, delle quali si possono fare lire che eguagliano quelle fatte colla testuggine indiana. Alla estremit del Sorone veggonsi le rovine del castello Pao: non molto pi oltre sono le cos dette Sire; questo  il confine del territorio de' Clitorj verso gli Psofidj.
 CAPO VENTESIMOQUARTO
Psofide - Fiumi Aroanio, ed Erimanto - Monte Lampea, e cinghiale Erimantio - Monumenti di Psofide - Isole Echinadi - Tempio, e statua del fiume Erimanto - Prosperit di Aglao Psofidio.
1. Altri affermano che il fondatore di Psofide, fu Psofide di Arrone, di Erimanto, di Arista, di Partaone, di Perifeto, di Nictimo: ed altri hanno detto che fu Psofide figlia di Xanto, di Erimanto, di Arcade. Tali sone le cose, che gli Arcadi dei loro Re rammentano: ma il racconto pi veridico  che Psofide fosse figliuola di Erice, che dominava in Sicilia: costui ricus di portarla in casa, e per essere incinta la lasci presso Licorta suo ospite, il quale abitava nella citt di Fegia, che prima del regno di Fegeo, Erimanto dicevasi. Allevati in questo luogo Echefrone, e Promaco figli di Ercole, e della donna Sicula cangiarono alla citt di Fegia il nome in quello della madre loro Psofide.
2. La cittadella ancora de' Zacintj ha nome Psofide, perch il primo che pass in quell'isola colle navi, e che fond la Citt fu uno Psofidio, cio Zacinto di Dardano. Psofide  trenta stadj pi oltre delle Sire, e scorre presso di essa il fiume Aroanio, e poco pi oltre l'Erimanto. L'Erimanto ha le sue sorgenti nel monte Lampea, il quale dicesi sacro a Pane, ed  una porzione del monte Erimanto. Omero cant, che nel Taigeto, e nell'Erimanto era una belva ...... Scorre adunque il fiume Erimanto dal monte Lampea, e traversando l'Arcadia, a destra ha il monte Foloe, e a sinistra di nuovo la regione Telpusa e sbocca nell'Alfo. Si dice, che Ercole secondo il comando di Euristeo, presso l'Erimanto di la caccia, ed oppresse un cinghiale per grandezza, e forza a tutti gli altri superiore. Dicano pure i Cumani degli Opici che i denti di un cinghiale, che giacciono presso di loro in un tempio di Apollo, siano quelli del cinghiale dell'Erimanto, ma il loro discorso non ha neppure l'idea della verisimiglianza.
2. Gli Psofidj hanno nella loro citt il tempio di Venere soprannomata Ericina, di cui non restavano a' nostri giorni, che le vestigia: si disse, che l'erse Psofide figlia di Erice: ed ha un tal discorso tutta la verosimiglianza. Imperciocch in Sicilia ancora  il tempio di Ericina nel territorio di Erice, santissimo fino dagli antichi tempi, e nulla in ricchezze a quello di Pafo inferiore. Non erano pi illustri a' nostri d gli Eroi di Promaco, ed Echefrone figli di Psofide.
4. In Psofide  sepolto ancora Alcmeone figlio di Anfiarao, ed  il suo monumento una camera piccola, e senza ornamenti: intorno ad esso sono cresciuti cipressi a tanta altezza, che il monte ancora che  presso Psofide  da loro adombrato. Non vogliono tagliarli credendoli sacri ad Alcmeone, e dai nazionali appellansi vergini. Allorch Alcmeone dopo avere ucciso la madre si fugg di Argo, venuto in Psofide, che ancora il nome di Fegia riteneva da Fegeo, si congiunse in matrimonio con Alfesiba figlia di Fegeo, e fragli altri doni, che secondo l'usato le diede vi fu il monile. Siccome per mentre abitava presso degli Arcadi, la sua malattia non diveniva pi lieve, rifuggiossi all'oracolo di Delfo. La Pizia ammaestrollo, che il Genio esterminatore di Erifile non lo seguirebbe in quella regione che era recentissima, e che il mare avea scoperto dopo che egli del delitto contro la madre si era lordato. E costui avendo ritrovato l'interramento formato dall'Acheloo ivi abit, ed ebbe in moglie Calliroe figlia di Acheloo, secondo gli Acarnani: e nacquero a lui i figli Acarnane, ed Anfotero. Da Acarnane dicono, che ebbero il nome odierno, quelli che sono in quel continente, i quali prima Cureti dicevansi. Ai pazzi desiderj sono incitati molti uomini, e pi ancora le donne. Desider Calliroe di avere il monile di Erifile, e per questo mand Alcmeone contro sua volont in Fegia, ed egli dolosamente ucciso dai figli di Fegeo, Temeno, ed Assione vi lasci la vita. Dicesi poi, che i figli di Fegeo dedicarono il monile ad Apollo in Delfo. Ed affermano, che regnando quelli in Fegia, che ancora riteneva allora quel nome, andarono i Greci contro Troja: gli Psofidj dicono, che non ebbero parte nella flotta, perch i condottieri degli Argivi, che la maggior parte erano parenti di Alcmeone, ed aveano intieramente con lui avuto parte nella spedizione contro Tebe, odiavano i loro Re.
5. Che le isole Echinadi non siano state dall'Acheloo fino ad ora unite al continente ne fa causa la nazione Etolica: essi furono scacciati, e la terra fu loro tutta diserta. L'Acheloo perci, essendo l'Etolia rimasta incolta non pot similmente portare il fango verso le Echinadi. Ed ho un testimonio in favore di ci che dico: conciossiach il Meandro scorrendo ancora per le terre coltivate de' Frigi, e de' Cari, in poco tempo rese continente il mare che  fra Priene, e Mileto.
6. Hanno gli Psofidj presso l'Erimanto il tempio dell'Erimanto e la statua. Si veggono ivi le statue di tutti gli altri fiumi fatte di marmo bianco, ad eccezione del Nilo Egizio: credono che al Nilo, siccome quello, che dalla Etiopia al mare discende si debbano fare le statue di marmo nero.
7. Il racconto, che io udii in Psofide sopra di Aglao Psofidio del tempo di Creso Lidio, che Aglao cio in tutto il tempo della vita sua fu felice, non mi persuase. Ma qualcuno vi sar stato, che mali minori degli altri nel tempo suo soffrisse, siccome una nave meno di un'altra vessata dalla tempesta: n potremo mai trovare una nave, che sempre rimanga fuori di disgrazie, o che sempre abbia il vento favorevole. Dappoich Omero ancora fece stare presso di Giove il vaso de' beni, e quello de' mali, dal Dio di Delfo ammaestrato, il quale un d chiam lui stesso infelice, e fortunato come nato ad ambedue gli stati.
 CAPO VENTESIMOQUINTO
Via da Psofide a Telpusa - Tropa, e bosco Afrodisio - Telpusa - Fiume Ladone - Monumenti di Telpusa - Fiume Tutoa.
1. Andando da Psofide a Telpusa, primieramente a sinistra del Ladone si trova il Villaggio detto Tropa. Contiguo a Tropa  il bosco Afrodisio. Seguono poi delle lettere mezzo cancellate su di una colonna, che segnano i confini degli Psofidj verso il territorio di Telpusa. Nel territorio Telpusio  il fiume Arsene detto. Passato questo, venticinque stadj pi oltre si giunge alle rovine del castello Caunte, ed al tempio di Esculapio Causio sulla strada.
2. La citt  lontana da questo tempio quaranta stadj, e dicono che il nome avesse dalla Ninfa Telpusa, e che questa fosse figlia del Ladone. Il Ladone nasce nella Clitoria, siccome di gi il mio discorso ha dimostrato, e scorre prima presso il luogo chiamato Leucasio, e Mesoboa, e passando per le Nasi va ad Orige e al cos detto Alunte: da Alunte a Taliadi e al tempio di Cerere Eleusinia discende. Questo tempio  ne' confini de' Telpusj: in esso sono le statue di Cerere, della figlia, e di Bacco, tutte similmente di sette piedi e di marmo. Dopo il tempio di Eleusinia, il Ladone passa a sinistra presso la citt di Telpusa, la quale  posta sopra un gran colle, e nella maggior parte a' tempi nostri diserta: cosicch il foro, che oggi  alla estremit di essa dicono che in origine fosse fatto nel centro.
3. In Telpusa havvi la cella di Esculapio, ed il tempio sacro ai dodici Iddii: ma la maggior parte di esso era di gi caduto a terra. Dopo Telpusa discende il Ladone al tempio di Cerere in Onco; chiamano i Telpusj la Dea col nome di Erinni: e con loro Antimaco ancora si accorda nel cantare la spedizione degli Argivi contro Tebe: questo  il suo verso:
 di Cerere Erinni la magione.
Onco secondo la fama  figlio di Apollo, e regn nella Telpusia nel luogo detto Onco.
4. La Dea adunque ebbe il soprannome di Erinni: imperocch mentre Cerere andava vagando allorch cercava la figlia, dicono, che era da Nettuno seguita, il quale desiderava di giacersi con lei, e che essendosi ella in cavalla trasformata pasceva insieme colle cavalle di Onco: ma Nettuno comprese di essere ingannato, e con Cerere ebbe commercio, anche egli assomigliatosi ad un cavallo maschio: la Dea dapprincipio fu irata per l'accaduto, ma dopo calm lo sdegno, e volle, siccome dicono lavarsi nel Ladone. Perci ebbe la Dea i soprannomi, di Erinni per lo sdegno suo, perch gli Arcadi erinnyein appellano l'usare sdegno; di Lusia poi per essersi nel Ladone lavata. Le statue del tempio sono di legno; il volto per e le estremit delle mani e de' piedi sono di marmo Pario. Quella di Erinni ha la cos detta cista, e nella destra una face: circa la grandezza congetturammo che fosse di nove piedi questa; e quella di Lusia ci parve di sei. Tutti coloro poi, che credono la statua rappresentare Temi e non Cerere Lusia pensano stoltamente.
5. Affermano, che Cerere di Nettuno partorisse una figlia, il nome della quale non credono potere rivelare ai profani, ed il cavallo Arione: e che perci presso loro, i primi fra tutti gli Arcadi fu Nettuno chiamato Equestre. Allegano versi della Iliade, e della Tebaide per servir loro di prova al racconto. Nella Iliade essersi su di Arione cantato:
N che fosse Arion di dietro spinto
D'Adrasto velocissimo destriero
Egli permise mai.
Nella Tebaide poi, come Adrasto fugg di Tebe: 
Con Arione al crine azzurro porta
Molli le vesti.
Vogliono adunque che alludino i versi, che Nettuno sia padre di Arione. Ma Antimaco lo dice figlio della Terra
Del Creteide Talao il figlio Adrasto
De' Danai spinse primo i due vantati
Destrieri Cero rapido, e Arione
Nato in Telpusa, cui vicino al bosco
D'Apollo Onco la Terra un d produsse
Onde esser lo stupore de' mortali.
Potrebbe per il cavallo, bench nato dalla terra trarre l'origine dal Dio, ed i crini a lui nel colore ceruleo assomigliarsi. Si dicono queste cose ancora: che Ercole facendo la guerra agli Eli chiese ad Onco il cavallo, e prese Elide, sendo sul cavallo Arione nelle battaglie portato; e che da Ercole dopo il cavallo fu dato ad Adrasto. Perci di Arione poet Antimaco:
Che per la terza volta fu domato
Un d da Adrasto.
6. Il Ladone lasciando il tempio di Erinni, si accosta alla sinistra alla cella di Apollo Onceata: e a destra poi presso il tempio di Esculapio fanciullo, dove  il monumento della nudrice Trigone: dicono, che costei sia la nudrice di Esculapio. Imperciocch sendosi in Telpusa Autolao figlio spurio di Arcade in Esculapio bambino esposto incontrato, dicono, che raccogliesse l'infante, e perci m'indussi a credere pi verosimile essere Esculapio fanciullo: il che fu da me nelle cose degli Epidaurj dimostrato.
7. Havvi il fiume Tutoa, il quale mette nel Ladone presso il confine de' Telpusj verso gli Ereesi, che dagli Arcadi si dice il Piano. Dove il Ladone stesso si scarica nell'Alfo, viene quel luogo detto isola de' Corvi. V'ha chi crede, che Enispe, Stratie, e Ripe, che da Omero sono enumerate, furono un tempo isole nel Ladone abitate dagli uomini, le quali cose chi le crede sappia, che sono vane: imperciocch giammai il Ladone potrebbe avere isole della grandezza di una nave da carico. Che se questo fiume in limpidezza non la cede ad alcun altro, n de' Barbari, n de' Greci, non  cos nella grandezza, onde appariscano in esso isole, siccome nell'Istro e nell'Eridano.
 CAPO VENTESIMOSESTO.
Citt di Era e suoi monumenti - Sepolcro di Corebo - Citt di Alifera e suoi monumenti - Melenee - Bufagio.
1. Il fondatore degli Ereesi fu Ereeo di Licaone, e la citt  posta a destra dell'Alfo, la maggior parte in un clivo, che dolcemente s'innalza, il resto poi scende fino sopra lo stesso Alfo. Sono presso il fiume luoghi da correre, divisi da mirti, ed altri alberi, che si coltivano: ed ivi pure sono i bagni.
2. Vi sono anche celle ad onore di Bacco, uno de' quali chiamano Polite, di Assite l'altro: ed hanno un'edifizio dove celebrano i misteri di Bacco.  in Era la cella di Pane ancora, siccome Dio nazionale degli Arcadi. Del tempio di Giunone fra le altre vestigia, le colonne ancora restavano. Di tutti gli Atleti, che hanno avuto gli Arcadi, in gloria fu superiore Damarato Ereese, il quale vinse il primo al corso armato in Olimpia. Scendendo da Era verso l'Ela, quindici stadj circa lontano dalla citt si passa il Ladone: di l all'Erimanto si arriva dopo venti stadj di viaggio.
3. Il confine di Era verso la Ela al dire degli Arcadi  l'Erimanto: gli Eli poi affermano, che il sepolcro di Corebo serve di limite alla loro regione. Quando Ifito ripristin i giuochi Olimpici, che per molto tempo erano mancati, e di nuovo le feste Olimpiche, come in origine, celebrarono, allora fu da loro messo il combattimento solo del corso e vinse Corebo: e sul suo monumento una inscrizione si legge, che dice avere Corebo vinto in Olimpia, ed essere in ci stato il primo uomo, e che sul confine della Ela fu a lui edificato il sepolcro.
4.  Alifera un castello non grande: imperciocch fu da molti abitanti abbandonata, quando si popol Megalopoli dagli Arcadi. Andando adunque da Era a questo castello, passerai l'Alfo, e traversata una pianura di dieci stadj arriverai ad un monte: e quindi dopo altri trenta stadj, pel monte ascenderai a questo castello. Gli Aliferesi ebbero il nome della loro citt da Alifero figlio di Licaone. Hanno i tempj di Esculapio, e di Minerva, che venerano sopra tutti gli altri Iddii, dicendo, che ella nacque e fu educata presso di loro: ed ersero l'ara di Giove Lecheata, come colui, che avea ivi dato alla luce Minerva: e chiamano Tritonide il fonte appropriandosi il racconto del fiume Tritone. La statua di Minerva  di bronzo, opera d'Ipatodoro, che merita di essere veduta per la grandezza, e pel lavoro, Celebrano ancora una festa a non so quale degli Iddii: io credo a Minerva. In questa cominciano col sagrificare a Miagro, pregando sulla vittima l'Eroe, ed invocando Miagro: e fatto questo non sono pi loro moleste le mosche.
5. Per la via, che mena da Era a Megalopoli s'incontra Melenee: questa fu edificata da Meleneo di Licaone: a' nostri giorni era deserta, e coperta dalle acque. Quaranta stadj pi oltre di Melenee  Bufagio; ed ivi ha le sorgenti il fiume Bufago, che sbocca nell'Alfo. Verso le sorgenti del Bufago sono i confini degli Ereesi con i Megalopoliti.
 CAPO VENTESIMOSETTIMO
Citt di Megalopoli, sua fondazione, e storia - Fiume Bufago.
1. Megalopoli  la citt pi moderna non delle Arcadiche sole, ma di quelle de' Greci ancora; se eccettuare si vogliano quelle dove per caso del Romano dominio gli abitatori passarono. Si raccolsero gli Arcadi in essa per la fortezza, come coloro, i quali sapevano, che gli Argivi ne' pi antichi tempi non una volta sola, ma ogni giorno furono in pericolo di essere da' Lacedemonj colla guerra domati; ma poich accrebbero Argo colla popolazione, disfacendo Tirinto, Isie, Ornee, Micene, Midea, ed altre piccole citt di poco momento, che erano in Argolide, pi deboli furono gli assalti, pi sicuri gli Argivi rimasero dal canto de' Lacedemonj, e maggior forza acquistarono sopra i vicini; con questo sentimento gli Arcadi si raccolsero ad abitare insieme.
2. Il fondatore della citt potrebbe giustamente chiamarsi Epaminonda Tebano: imperocch costui fu, che gli Arcadi raccolse per abitare insieme, e mand mille Tebani scelti sotto il comando di Pammene per difendere gli Arcadi, se mai i Lacedemonj avessero tentato d'impedire la edificazione. Furono poi dagli Arcadi scelti per fondatori Licomede, Opolea, Timone, e Prosseno: questi ultimi da Tegea; Licomede, ed Opolea poi Mantineesi; dei Clitorj Cleolao, ed Acrifio; ed Eucampida, e Geronimo da Menalo; dei Parrasj Pisicrate, e Teossilo. Tutte queste poi furono le popolazioni, che per l'impegno, e l'odio de' Lacedemonj vennero persuase dagli Arcadi a lasciare la loro patria: Alea, Pallanzio, Euta, Sumato, Asa, i Peretesi, Elissonte, Orestasio, Dipa, Lica, queste tutte da Menalo: dagli Eutresj Tricoloni, Zoito, Carisia, Ptolederma, Cnauso, e Paroria; dagli Epizj, Scirtonio, Mala, Cromi, Blenina, e Leut- tro; dai Parrasj i Licosuresi, i Tocnesi, i Trapezuntj, i Prosesi, Acacesio, Aconzio, Macaria, e Dasea: dai Cinuri, che sono in Arcadia Gortine, Tisa presso il Lico, i Licoati, ed Alifera; da coloro, che con Orcomeno erano uniti, Tisoa, Metidrio, e Teuti: vi si aggiunse ancora la cos detta Tripoli, Callie, Dipoena, e Nonacri. Gli altri Arcadi nulla violarono del comune decreto, e con impegno in Megalopoli si raccolsero: i Liceati per, e que' di Licosura, e di Trapezunte furono i soli fra gli Arcadi, che si distaccarono; e poich non si sottomettevano ad abbandonare le citt antiche, altri di loro furono loro malgrado colla forza in Megalopoli condotti, i Trapezuntj poi uscirono affatto dal Peloponneso. Imperciocch quelli di loro, che si salvarono dal furore degli Arcadi navigarono nel Ponto, e furono ricevuti per concittadini, come persone dello stesso nome, e della stessa metropoli da quelli, che abitavano Trapezunte nel Ponto. I Licosuresi, che non aveano voluto neppure obbedire furono dagli Arcadi rispettati per essersi rifuggiati nel tempio di Cerere, e di Despoena.
4. Delle altre citt enunciate altre sono a' nostri d totalmente diserte, altre come castelli sono dai Megalopoliti tenute, Gortine, Dipoene, Tissoa, che  presso Orcomeno, Metidrio, Teuti, Callie, ed Elissonte. La sola di tutte queste, che una sorte pi mite dovea provare anche allora fu Pallanzio. Agli Aliferesi rimase, che dalla origine a' nostri d fosse la loro patria come citt riputata.
5. Fu Megalopoli edificata dal concorso degli accennati popoli, l'anno stesso, e pochi mesi dopo che accadde la rotta de' Lacedemonj a Leuttri, sendo Arconte in Atene Frasiclede, l'anno secondo della Olimpiade CII., in cui vinse allo Stadio Damone Turio.
6. I Megalopoliti sendo ascritti all'alleanza de' Tebani niun timore aveano per parte de' Lacedemonj. Ma, come i Tebani furono entrati nella guerra cos detta sacra, ed assaliti dai Focesi, che occupavano la regione ai Beoti confinante, e che non erano per ricchezze impotenti, come coloro, che impadroniti si erano del tempio di Delfo, allora i Lacedemonj a cagione dell'impegno, che aveano, cacciarono dalle loro patrie gli altri Arcadi, e i Megapoliti fra questi. Ma sendosi questi coraggiosamente difesi, ed insieme sendo senza mistero alcuno dai vicini ajutati, nulla accadde di notabile, n presso gli uni, n presso gli altri. L'odio degli Arcadi contro i Lacedemonj fece, che Filippo di Aminta, e il dominio de' Macedoni non poco crescesse: e gli Arcadi non ebbero parte co' Greci n nel combattimento di Cherona, n quindi in quello di Tessaglia.
7. Non molto tempo dopo sorse su i Megalopoliti Aristodemo tiranno, Figalese di origine, e figlio di Artila, il quale era stato adottato da Trito persona non impotente in Megalopoli. Questo Aristodemo, come che tiranno, ottenne nondimeno di essere soprannomato probo. Durante la sua tirannia i Lacedemonj entrarono impetuosamente nella Megalopolitide con un esercito, e insieme con loro Acrotato il pi anziano de' figli del Re Cleomene. Io ho gi tessuto la genealogia di questo, e di tutta la stirpe de' Re di Sparta. Sendo succeduta una fiera zuffa, e sendo morti molti da una parte, e dall'altra, finalmente i Megalopoliti vinsero, e fra gli altri Spartani, che rimasero uccisi vi fu Acrotato stesso, n il paterno regno pot ottenere.
8. Morto Aristodemo, due generazioni dopo si fece tiranno Lidiade di oscura famiglia, ma di natura magnifico, e siccome dopo lo dimostr, non poco amico della patria. Imperciocch sendo ancora giovane, ottenne il dominio: ma dappoich cominci a riflettere, di sua volont dalla tirannide si dimise, bench il suo dominio fosse di gi in sicuro. Facendo allora parte i Megalopoliti del consiglio Acaico, Lidiade presso i Megalopoliti istessi, e tutti gli Arcadi fu cos approvato, che in gloria eguagliava Arato. Ma i Lacedemonj in folla con Agide di Eudamide Re dell'altra famiglia, andarono contro Megalopoli con un'oste maggiore, e pi notabile di quella, che Acrotato vi aveva prima menato. Usciti a battaglia con loro i Megalopoliti furono vinti, e portando i Lacedemonj una forte macchina contro le mura, cominciarono a fare con essa crollare una torre, che ivi era, e speravano, che nell'indomane l'avrebbero finalmente con la macchina fatta cadere. Dovea Borea essere vantaggioso, non solo ai Greci tutti, quando fece rompere la maggior parte delta flotta Persiana a Sepie, ma questo vento dovea pure salvare i Megalopoliti dall'essere presi: imperocch distrusse la macchina di Agide, e port con soffio violento insieme, e continuo lo sterminio dappertutto. Quest'Agide, a cui Borea imped di prendere la citt di Megalopoli  quello stesso, a cui fu da Arato, e dai Sicionj tolta Pellene in Acaja, e che poi ricev a Mantina la morte.
9. Non molto tempo dopo Cleomene di Leonida prese Megalopoli, mentre era in pace con Isparta. Altri de' Megalopoliti difendendo nella notte la patria caddero, ed allora la morte colse Lidiade, il quale combatt con tutta la gloria: gli altri di loro, che formavano i due terzi di quelli, che erano in et di portare le armi, e che comprendeva le donne, e i fanciulli, furono da Filopemene di Crantide in Messenia salvati. Cleomene mise a morte quelli, che erano rimasi dentro, ed abbatt, ed arse la citt. In qual modo i Megalopoliti il loro paese ricuperassero, e quello, che essi dopo essere ritornati fecero, sar dimostrato nella parte del mio discorso sopra Filopemene. Niuna colpa ha il popolo de' Lacedemonj di ci, che i Megalopoliti soffrirono, perch Cleomene di regno cangi loro il governo in tirannia.
10. I Megalopoliti adunque, e gli Ereesi, secondo le cose di gi da me esposte hanno il confine del loro territorio intorno alle sorgenti del fiume Bufago. Affermano, che il fiume abbia ricevuto il suo nome da Bufago Eroe, che dicono figlio di Japeto, e di Tornace. Questa nella Laconia ancora Tornace  nominata. Narrano poi, che Diana saett nel monte Foloe Bufago, che avea osato commettere verso la Dea azioni non religiose.
 CAPO VENTESIMOTTAVO
Gortine - Fiume Gortinio - Teuti - Berente.
1. Partendo dalle sorgenti del fiume, ti ricever primieramente il villaggio Marata: dopo di esso Gortine, oggi castello, ma ne' pi antichi tempi citt. Ivi  la cella di Esculapio di marmo pentelico: havvi il Dio senza la barba, e la statua di Iga: furono queste opere di Scopa. Narrano i nazionali queste cose ancora, che Alessandro di Filippo dedicasse la corazza, e l'asta ad Esculapio, e a' miei giorni ancora vedevasi la corazza, e la punta dell'asta.
3. Gortine  traversata da un fiume, che da coloro, che presso le sue sorgenti abitano vien detto Lusi per esservi stato lavato Giove, allorch fu partorito; quelli poi, che sono pi oltre delle sorgenti, dal castello, col nome di Gortinio lo appellano. L'Istro, il Reno, l'Ipani inoltre, il Boristene, e tutti gli altri, le cui onde nella stagione d'inverno si gelano, potrebbero a mio parere giustamente essere chiamati invernali, come quelli, che scorrono per una terra la maggior parte dell'anno posta sotto le nevi, ed hanno l'aere intorno pregna di freddo. Tutti questi altri fiumi poi, i quali traversano un paese, che ha miti le stagioni, e la cui acqua nella state bevuta, e per bagnarvisi usata, rinfresca gli uomini, e nell'inverno non d alcuna molestia, questi fiumi, io dico, danno un'acqua fresca. Fresca perci  l'acqua del Cidno, che passa per Tarso, e del Melane, che presso Side di Panfilia scorre. La freschezza dell'Alente di Colofone  cantata ancora dai poeti elegiaci. Il Gortinio  in freschezza eccellente, specialmente nella state. Ha le sorgenti in Tisoa, che confina coi Metidriesi: il luogo dove mesce l'acqua sua all'Alfo  chiamato Retee.
3. Al territorio di Tisoa  contiguo il castello Teuti: era questo anticamente una piccola citt. Nella guerra contro Troja, quei di Teuti diedero in particolare un condottiere, Teuti di nome: altri affermano, che fosse Ornito. Quando ai Greci mancavano venti favorevoli per partire da Aulide, ed un vento turbinoso li teneva da lungo tempo chiusi, venne Teuti in inimicizia con Agamennone, ed era sul punto di ricondurre indietro gli Arcadi sotto il suo comando. Allora, dicono, che Minerva sotto le sembianze di Melane di Ope, fece retrocedere Teuti dal suo ritorno; ma costui pieno di rabbia, fer coll'asta la Dea in un'anca, e ricondusse da Aulide il suo esercito a casa. Ritornato in sua casa, sembrogli vedere la Dea stessa ferita nell'anca. Da quel momento fu da una malattia perniciosa preso, e la terra a questi soli degli Arcadi non rendeva alcun frutto. Dopo qualche tempo fralle altre cose, che l'oracolo di Dodona rivel loro dover fare per placare la Iddia, fecero ancora la statua di Minerva, che avea la ferita sopra l'anca. Io stesso vidi questa statua, che avea l'anca involta in una fascia purpurea. Ed altri tempj sono in Teuti, quello di Venere, e quello di Diana. Queste cose adunque sono ivi.
4. Nella strada da Gortine a Megalopoli vedesi edificato un monumento a coloro, i quali nella battaglia contro Cleomene perirono. Chiamano i Megalopoliti questo sepolcro col nome di Parebasio, perch Cleomene viol i patti. Contiguo al Parebasio  una pianura di sessanta stadj: e a destra della strada sono le rovine della citt di Berente; di l esce il fiume Berenteate, che dopo un corso di cinque stadj sbocca nell'Alfo.
 CAPO VENTESIMONONO
Rovine di Trapezunte - Bato - Rovine di Basilide - Citt di Tocnia.
1. Valicato l'Alfo,  la regione detta Trapezunte, e gli avanzi della citt di Trapezunte, E di nuovo scendendo all'Alfo da Trapezunte, a sinistra, non lungi dal fiume  il cos detto Bato, dove ogni tre anni celebrano una iniziazione alle grandi Iddie: ivi  la sorgente chiamata Olimpiade, che scorre, e manca alternativamente dentro due anni: vicino alla sorgente esce del fuoco.
2. Dicono gli Arcadi che la pugna chiamata de' Giganti, e de' Numi qu e non in Pellene di Tracia avvenisse; ivi sagrificano ai lampi, alle procelle ed ai tuoni. De' Giganti non fece Omero menzione alcuna nella Iliade: nella Odissea per scrisse, che i Lestrigoni le navi di Ulisse assaltarono simili a Giganti, e non ad uomini: poet ancora, che il Re de' Feaci disse, essere i Feaci vicini ai Ciclopi, ed alla nazione de' Giganti. In questi luoghi adunque dimostra, che i Giganti siano una stirpe mortale, e non divina; ed anche pi chiaramente in questo:
Egli che su i magnanimi giganti
Un d regnava; ma l'iniquo popolo
Questi distrusse, ed ei per con loro.
3. Che i Giganti poi avessero per piedi de' dragoni, sovente la tradizione altrove, e in questo ancora insulsa mostrossi. L'Imperadore Romano, volle, che colle navi dal mare ad Antiochia fosse navigabile l'Oronte Siro, il quale non scorre sempre egualmente in luogo piano fino al mare; ma si porta fra dirupi, e in declivio. Avendo adunque con fatiche, e spese scavato un letto alla navigazione adatto, vi rivolse il fiume. Seccatosi l'antico alveo fu in esso trovata un'arca mortuaria di terra cotta maggiore di undici cubiti, ed il cadavere era della grandezza dell'arca, ed uomo in tutto il corpo. Ed essendo i Siri andati a Claro per consultare l'oracolo, il Dio rispose loro, che quel cadavere era Oronte, ed Indiano di origine. Che se la terra sendo in origine umida ancora, e piena di umore, riscaldata dal fuoco gener i primi uomini, quale altra regione  verosimile, che prima dell'India, o pi grandi uomini producesse, la quale fino a' nostri d belve nudrisce, che incredibili sono a vedersi, ed in grandezza eccellenti?
4. Dieci stadj distante dal luogo nomato Bato  la cos detta Basilide: di questa fu fondatore quel Cipselo, che diede in moglie a Cresfonte di Aristomaco la sua figlia: a' miei giorni Basilide non era, che rovine, ed in essa rimaneva ancora il tempio di Cerere Eleusinia. Continuando il cammino, di nuovo passerai l'Alfo, e giungerai a Tocnia, che ha il nome da Tocno di Licaone, ma a' nostri giorni  tutta diserta: si disse, che Tocno edific la citt nel colle. Il fiume Aminio, che scorre presso del colle, mette nell'Elissonte, e poco pi oltre l'Elissonte sbocca nell'Alfo.
 CAPO TRENTESIMO
Fiume Elissonte - Monumenti di Megalopoli.
1. Questo Elissonte nascendo nel castello di questo nome, poich anche esso ha nome Elissonte, traversando la regione de' Dipeesi, la Liceatide, ed in terzo luogo Megalopoli stessa, pi sotto di questa citt sbocca nell'Alfo. Vicino alla citt si trova il tempio di Nettuno Epopto: vi rimaneva della statua la testa sola. Dividendo il fiume Elissonte Megalopoli siccome i canali Gnido, e Mitilene in due parti dividono, in quella verso Settentrione, sulla riva destra del fiume havvi il foro: in essa vedesi un recinto di pietre, ed il tempio di Giove Lico: non  permesso l'entrarvi, perch non si possono vedere le cose, che dentro vi sono: vi sono le are del Nume, due mense, ed altrettante aquile, e la statua di Pane di soprannome Sinoente fatta di marmo: narrano, che Pane ebbe tal soprannome dalla Ninfa Sinoe, la quale dicono, che insieme colle altre Ninfe, e particolarmente fu nudrice di Pane. Davanti a questo sacro recinto  una statua di bronzo di Apollo che merita di essere veduta, della grandezza di dodici piedi: fu questa dalla riunione de' Figalesi trasportata per servire di ornamento a Megalopoli. Il luogo dove in origine la statua era stata eretta dai Figalesi, Basse si noma: il soprannome del Dio seguillo dalla Figalia: perch poi il nome di Epicurio ottenesse sar da me dimostrato l dove parler de' Figalesi. A destra di Apollo  una statua non grande della Madre degl'Iddii, ma del tempio, ad eccezione delle colonne non rimane altro. Davanti al tempio della Madre degl'Iddii non vi  alcuna statua, ma si veggono chiaramente le basi, sulle quali stavano un giorno. Una elegia scritta sopra una delle basi afferma, che il ritratto era di Diofane figlio di Dio, che il primo uomo fu a congiungere tutto il Peloponneso colla Lega Acaica.
2. Il portico del foro, detto Filippo non fu fatto da Filippo di Aminta; ma i Megalopoliti per fargli cosa grata gli concessero di dare il nome dell'edificio: il tempio di Mercurio Acacesio, che era presso del portico fu disfatto, e non n' rimasto altro, che la testuggine di marmo. Contiguo a questo portico, ve n'ha un altro di minore grandezza: ivi hanno i Megalopoliti fatto gli Archivj in sei camere: in una di esse  la statua di Diana Efesina, ed in un'altra Pane della grandezza di un cubito, di soprannome Scolita: fu questo dalla collina Scolita trasportato: questa collina  dentro le mura, e da essa una sorgente di acqua scorre nell'Elissonte. Dietro gli Archivj  il tempio della Fortuna, ed ivi  una statua di marmo di cinque piedi. Il portico, che Misopoli appellano  nel foro, e fu edificato colle spoglie nemiche, quando ebbero la rotta Acrotato di Cleomene, e quelli de' Lacedemonj, che andarono con lui, avendo combattuto contro Aristodemo, che un d fu tiranno di Megalopoli.
3. Nel foro i Megalopoliti, dietro il recinto consagrato a Giove Lico, hanno sopra una colonna scolpito Polibio di Licorta: vi sono state incise elegie ancora, che dicono che egli and vagando per la terra, e pel mare intiero, e che divenne alleato dei Romani, e calm lo sdegno loro contro la Nazione Greca. Scrisse questo Polibio gli altri fatti ancora dei Romani, e come essi attaccarono coi Cartaginesi la guerra, qual ne fu la cagione, e come tardi non senza pericoli grandi un tal Scipione, che i Romani appellano Cartaginese pose fine alla guerra, e Cartagine distrusse. In tutto quello, in cui il Romano obbed ai consigli di Polibio, le sue cose andarono molto bene: in quello poi in cui udir non volle i suoi insegnamenti, dicono, che commettesse errori. Tutte le citt de' Greci, che facevano parte della Lega Acaica ebbero dai Romani Polibio per stabilire il loro governo, e porre le leggi. A sinistra del ritratto di Polibio  la Curia. Questo adunque  ivi.
4. Dicono, che il portico del foro di soprannome Aristandro fosse edificato da un Aristandro cittadino: vicinissimo a questo portico, ad oriente,  il tempo di Giove Salvatore:  tutto all'intorno decorato da colonne. Ai lati di Giove assiso in un trono, a destra  Megalopoli, e a sinistra la statua di Diana Salvatrice: queste sono di marmo pentelico, e furono scolpite dagli Ateniesi Cefisodoto, e Senofonte.
 CAPO TRENTESIMOPRIMO
Continua la descrizione di Megalopoli sulla riva destra dell'Elissonte.
1. L'altra estremit del portico  contiguo ad occidente al recinto delle Grandi Iddie: sono queste Dee Cerere, e Proserpina, siccome ho di gi dimostrato nella narrazione Messenica ancora: Proserpina  dagli Arcadi Salvatrice appellata. In bassirilievi davanti l'ingresso hanno rappresentato, Diana da una parte, Esculapio, ed Iga dall'altra. Circa le Grandi Dee, Cerere  tutta di marmo, Proserpina Salvatrice per  fatta, dove tiene la veste di legno: le statue s della una che dell'altra sono quindici piedi alte. Davanti ad esse fece l'artista donzelle non grandi, che sono coperte dalle vest fino al tallone, e ciascuna di esse porta sul capo un paniere pieno di fiori: Diconsi le figlie di Damofonte: quelli per che al pi divino rimontano, le credono Minerva, e Diana che insieme con Proserpina colgono i fiori. Presso Cerere  ancora Ercole della grandezza di un cubito: che questo Ercole sia de' Dattili Idi nomati, lo dice Onomacrito ne' versi: questo Ercole le sta incontro. Presso di essa sono pure espresse le Ore, e Pane, che tiene la zampogna, ed Apollo, che suona la cetra. Una inscrizione ancora  incisa sopra di loro, la quale dice, che essi sono degli Iddii primai.
2. Sopra una mensa veggonsi rappresentate le Ninfe: Naiade, che porta Giove bambino, Antracia anche essa una delle Ninfe Arcadiche, che tiene una face, Agno che da una mano una idria, e nell'altra porta una patera. Anchiroe, e Mirtoessa portano le idrie, e quasi si direbbe che sgorghi da esse acqua. Entro il recinto  la cella di Giove Filio la cui statua  di Policleto Argivo, ed a Bacco somiglia: imperciocch i suoi calzari sono i coturni, e tiene con una mano una tazza, il tirso coll'altra: sul tirso siede un'aquila, e a quelli, che a Bacco la riferiscono non deve questo accordarsi. Dietro questa cella  un sacro bosco di alberi, non molto grande, circondato da una maceria: non ci possono entrare dentro gli uomini, ed avanti ad esso sono le statue di Cerere, e Proserpina di tre piedi.
3. Dentro il recinto delle grandi Iddie  ancora il tempio di Venere. Avanti di uscire sono antiche statue di legno, Giunone, Apollo, e le Muse: dicono che queste furono portate da Trapezunte. Le statue, che sono nel tempio furono fatte da Damofonte; l'Erma, e la statua di Venere di legno: le mani di questa, la faccia, e l'estremit de' piedi sono di marmo. Il soprannome di Macanite dato alla Dea fu a mio parere giustissimo: e per cagione di Venere, e delle opere di quella moltissime astuzie, ed ogni genere di discorso dagli uomini venne inventato.
4. In una camera poi sono le statue di Callignoto, Menta, Sosigene, e Polo: dicesi, che questi i primi instituirono la iniziazione delle grandi Iddie ai Megalopoiti, che  una imitazione di ci, che in Eleusi si celebra. Dentro il recinto delle Dee sono tutte queste altre statue, di figura quadrangolare, Mercurio di soprannome Agetore, Apollo, Minerva, e Nettuno, ed inoltre il Sole, che ha il soprannome di Salvadore, e di Ercole. Anche alle Dee  stato un gran tempio edificato, ed ivi celebrano la iniziazione in loro onore.
5. A destra del tempio delle grandi Iddie  quello ancora di Proserpina:  la statua di otto piedi di altezza, e la base  cinta in ogni parte da tenie. In questo tempio le donne possono in ogni tempo entrare, gli uomini per non pi di una volta l'anno vi entrano.
6. Contiguo al Foro  ad Occidente edificato il Ginnasio, a cui danno il nome di Filippo il Macedone. Dietro di esso sono due colline, che non si alzano molto; sopra di una veggonsi gli avanzi del tempio di Minerva Poliade; sull'altra  il tempio di Giunone Telea anche esso in rovine. Sotto questa collina  la sorgente detta Batillo; anche essa si unisce all'accrescimento del fiume Elissonte. Tutte queste sono le cose, che meritavano di essere qu accennate.
 CAPO TRENTESIMOSECONDO
Continua la descrizione di Megalopoli sulla riva sinistra dell'Elissonte.
1. La parte che  di l dal fiume a mezzod, ci porse da ricordare il teatro pi grande che sia nella Grecia: in esso  pure una sorgente perenne di acqua. Non lungi dal teatro rimangono le fondamenta della Curia, che fu edificata per i Diecimila degli Arcadi: chiamavasi questa da colui che dedicolla Tersilia: vicino  una casa, a miei d possessione di un privato; ma che in origine fu fatta ad Alessandro di Filippo.  presso la casa, la statua di Ammone, simile agli Ermi quadrangolari, colle corna di ariete in testa. Il tempio, che alle Muse, ad Apollo, e a Mercurio hanno edificato in comune, non ci diede da rammentare altro che poche fondamenta; vi era una delle Muse, e la statua di Apollo del lavoro degli Ermi. Anche il tempio di Venere era in rovine ad eccezione del pronao: vi rimanevano ancora tre statue, una ha il soprannome di Urania, Pandemo dicesi la seconda, ed alla terza non diedero alcun nome.
2. Non molto distante  l'ara di Marte: si disse, che dapprincipio ancora era stata al Dio edificata. Di l dal tempio di Venere fu edificato ancora lo stadio, che da una parte fino al teatro si stende: ed ivi hanno essi una sorgente, che credono sacra a Bacco: il tempio di Bacco nell'altra estremit dello stadio mi si disse che due generazioni prima di me era stato fulminato dal cielo: ed a mio tempo non se ne vedevano molti avanzi. Il tempio di Ercole, e Mercurio in comune, presso lo stadio, a mio tempo non esisteva pi, ma solo rimaneva la loro ara.
3. In questa parte ad oriente  un colle, ed in esso il tempio di Diana Cacciatrice, dono anche questo di Aristodemo. A destra del tempio di Diana Cacciatrice  un recinto sacro, ivi  il tempio di Esculapio, la sua statua, e quella d'Iga: scendendo un poco veggonsi de' numi (anche questi hanno una figura quadrangolare, ed Ergati  il loro soprannome) Minerva Ergane, ed Apollo Agio. Mercurio, Ercole, e Lucina dai versi di Omero hanno la fama, il primo di essere ministro di Giove, e di menare le anime de' trapassati all'inferno: Ercole di aver superato molti difficili combattimenti: di Lucina poi, poet nella Iliade, che ha cura dei dolori del parto delle donne. Un'altro tempio ancora v'ha sotto questa collina di Ercole fanciullo. La statua di questo Dio  stata fatta in piedi, della grandezza di un cubito: la statua di Apollo della grandezza di sei piedi  assisa sopra di un seggio.
4. Vi sono poste ancora delle ossa superiori di quello, che sembrino di un uomo ordinario: si disse, che queste erano le ossa di uno de' Giganti, che Opladamo raccolse in ajuto di Rea, il che dalla mia narrazione sar ancor dopo percorso. Vicino a questo tempio  una sorgente, e l'Elissonte riceve l'acqua, che scorre da essa.
 CAPO TRENTESIMOTERZO
Distruzione di Megalopoli, e di altre citt - Storia dell'isola Crise sommersa dai flutti, e dell'Isola Jera.
1. Che Megalopoli, con tutto l'impegno dagli Arcadi popolata, e mentre grandissime speranze i Greci ne aveano concepute, fosse privata di ogni ornamento, e della primiera felicit, e molte rovine a' nostri giorni ne restino; di ci niuna meraviglia io presi, sapendo bene, che il Nume vuole sempre nuove cose operare, e la fortuna cangia, e con necessit quando le piaccia mena tutte le cose, che sono forti, o deboli, che nascono, e che periscono. Micene infatti, che commandava ai Greci nella guerra contro di Troja, e Ninive, che possedeva la reggia degli Assirj, e Tebe di Beozia, che un d ebbe l'onore di diriggere la Grecia, sono miseramente affatto diserte, e il nome di Tebe alla cittadella sola, e a pochi abitatori  passato. Quelle citt poi, che ne' tempi pi rimoti superavano ogni altra in dovizie, Tebe di Egitto, ed Orcomeno Minieio, e Delo emporio comune de' Greci, hanno ora minore opulenza di un privato di ricchezze mediocre, e Delo se tu vorrai eccettuare quelli che dagli Ateniesi vanno al presidio del tempio, nel resto quanto ai Delj stessi  spopolata affatto. Di Babilonia rimane il tempio di Belo: ma di questa Babilonia, di cui il Sole non vide l'eguale, non vi rimanevano pi che le mura, siccome quelle di Tirinto ancora in Argolide. Queste furono dalla divinit annientate. Ma la citt di Alessandro in Egitto, e quella di Seleuco presso l'Oronte, che furono per cos dire fondate jeri, a tanta grandezza, e opulenza salirono perch la fortuna le protegge.
2. Si mostra in questo ancora la forza maggiore, e pi meravigliosa, che nella disgrazia, e nello stato felice dello citt. Imperciocch l'isola di Crise era una velata distante da Lemno, dove dicono, che avvenisse a Filottete la disgrazia dell'idro: questa isola adunque fu tutta dalle onde sommersa, e Crise fu coperta dalle acque, e disparve nel fondo. Un'altra isola Jera chiamata non esisteva in quel tempo. Laonde le cose umane sono tutte momentanee, ed affatto incostanti.
 CAPO TRENTESIMOQUARTO
Monumenti sulla via da Megalopoli in Messenia - Via da Mantina all'Alfo.
1. Andando da Megalopoli in Messenia, ed avanzandosi sette stadj a sinistra della via principale  un tempio di Dee, e chiamano queste, e il paese che  all'intorno del tempio, col nome di Manie: mi sembra, ( un soprannome delle Eumenidi) che in questo luogo Oreste per l'uccisione della madre divenisse furioso.
2. Non lungi dal tempio  un tumulo di terra non grande, sul quale havvi un dito di marmo, ed il tumulo ha il nome di monumento del Dito: dicono che ivi Oreste uscito di senno, si mangiasse un dito di una mano. Contiguo a questo  un'altro luogo chiamato Ace, perch ivi Oreste ricev i rimedj della malattia: ivi ancora  stato edificato un tempio alle Eumenidi. Affermano, che queste Iddie, quando doveano fare uscire di senno Oreste gli comparissero negre: come poi si fu mangiato il dito, dicono, che gli sembrassero bianche, e che alla vista loro si calmasse, e cos alle une fece espiazioni allontanando da se il loro sdegno, e alle bianche sagrific: insieme con loro hanno il rito di far sagrificj anco alle Grazie. Presso il luogo Ace, un'altro se ne trova chiamato Sacro, perch Oreste si recise ivi la chioma dopo esservi entrato. Quegli de' Peloponnesj, che le antichissime cose rammentano, dicono, che prima avvennero ad Oreste in Arcadia dalle Erinni di Clitennestra queste cose, di quello, che il giudizio nell'Areopago; e invece di Tindareo (imperciocch affermano che pi non era in vita) gli danno per accusatore Perilao, il quale domand giustizia del sangue della madre, come colui che era cugino di Clitennestra: conciossiach vogliano, che Perilao fosse figlio d'Icario, e che anche dopo Icario avesse figlie.
3. Da Mantina all'Alfo havvi una strada di quindici stadj: in questo luogo il fiume Gateata mette nell'Alfo, e prima ancora il Carnione sbocca nel Gateata: il Carnione ha le sorgenti nella Epitide, sotto il tempio di Apollo Cereata; il Gateata poi nasce in Gatee nella Cromitide.  la Cromitide quaranta stadj pi s dell'Alfo, ed in essa le rovine di Cromone sono totalmente disfatte. Da Cromone vi sono venti stadj alla Ninfade: la Ninfade  irrigata dalle acque, e piena di alberi. Dalla Ninfade all'Ermo sono venti stadj; ivi  il confine de' Megalopoliti, e de' Messenj: nello stesso luogo sopra di un cippo  scolpito Mercurio.
 CAPO TRENTESIMOQUINTO
Via da Megalopoli a Carnassio - a Lacedemone - nell'interno dell'Arcadia - Rovine di Tricoloni, ed altre citt - Pianura Schenunte.
1. Questa via mena a Messene, l'altra da Megalopoli conduce a Carnasio de' Messenj: ed ivi ti ricever l'Alfo, dove il Mallunte, e il Siro scendono a mescolare le loro acque con quello. Di l, avendo il Mallunte a destra, dopo trenta stadj lo passerai, e salirai per la declive estremit della via al luogo che Fedria si appella.
2. Quindici stadj distante da Fedria verso il tempio di Despoena  il cos nomato Ermo. Anche qu sono i confini de' Megalopoliti coi Messenj, e le statue non grandi di Despoena, e di Cerere. Vi  poi quella di Mercurio ancora, e di Ercole: a mio parere quel simulacro di legno di Ercole fatto da Dedalo stette qui nel confine della Messenia, e degli Arcadi.
3. La strada da Megalopoli a Lacedemone fino all'Alfo  lunga trenta stadj; da questo luogo viaggerai presso il fiume Tiunte (mette ancor questo nell'Alfo); lasciato il Tiunte a sinistra, quaranta stadj lontano dall'Alfo arriverai a Falesie: Falesie  venti stadj distante dall'Ermo, che  in Belemina.
4. Narrano gli Arcadi, che appartenendo Belemina al territorio Arcade fu loro anticamente dai Lacedemonj distaccata: ma non mi parve, che dicessero il vero per altri motivi, e specialmente perch mi sembra, che i Tebani non l'avrebbero disprezzato, e vedendo gli Arcadi di questa parte privati, per giustizia ne dovea succedere la restituzione.
5. Da Megalopoli partono vie anche per le interne parti di Arcadia, e per andare a Metidrio vi vogliono cento settanta stadj. Tredici stadj pi oltre di Megalopoli  il luogo chiamato Scia, e gli avanzi si veggono del tempio di Diana Sciaditide: si disse, che lo avea edificato Aristodemo tiranno. Di l dopo dieci stadj sono poche memorie della citt di Carisie. Da Carisie a Tricoloni v'ha una strada di altri dieci stadj.
6. Era un d Tricoloni ancora citt: e a' nostri giorni vi si vedeva ancora su di un colle il tempio di Nettuno, colle statue quadrangolari, e intorno un bosco di alberi: furono fondatori di questa citt i figli di Licaone. Dicono poi, che Zoeteo di Tricolone abbia fabbricato Zoetia quindici stadj pi oltre di Tricoloni posta non dirittamente, ma a sinistra di Tricoloni. Paroreo poi il pi giovane de' figli di Tricolono, anche egli edific Paroria dieci stadj lontano da Zoetia: erano a' giorni miei anche queste due diserte. Rimane in Zoetia il tempio di Cerere, e quello di Diana, che a' miei d ancora vedevansi. Altri avanzi di citt vi sono ancora: quelli di Tireo quindici stadj distante da Paroria: quelli di Ipsunte veggonsi sopra un monte posto in una pianura, che Ipsunte si appella: il paese fra Tireo, ed Ipsunte  tutto montuoso, e pieno di belve: che figli di Licaone fossero Tireo, ed Ipsunte,  stato dal nostro discorso mostrato di sopra.
7. A destra di Tricoloni, primieramente la strada sale dolcemente alla sorgente che Cruni si dice: scendendo trenta stadj da Cruni vedesi il sepolcro di Callisto, cio un alto tumulo di terra, che contiene molti alberi infruttiferi, e molti di quelli che si piantano: sulla cima del tumulo  il tempio di Diana di soprannome Calliste; e mi sembra, che Panfo avendo appreso qualche cosa dagli Arcadi, fosse il primo a chiamare ne' versi Diana col nome di Calliste. Venticinque stadj pi oltre, in tutto cento da Tricoloni, e sull'Elissonte, per la via retta che mena a Metidrio (che  la sola, che resti di Tricoloni)  il villaggio di Anemosa, e il monte Falanto, dove rimangono gli avanzi della citt di Falanto: dicono, che Falanto sia figlio di Agelao di Stinfelo. Sotto questo  la pianura detta di Palo, e dopo di essa Schenunte, che il nome trasse da Scheneo Beozio. Se poi questo Scheneo presso gli Arcadi venne a stabilirsi, potrebbero i corsi di Atalanta vicino a Schenunte avere preso il nome dalla figlia di questo. Mi pare, che poi si giunga al cos detto campo di Schenunte, e tutti i corsi detti di sopra sono dentro il territorio Arcade.
 CAPO TRENTESIMOSESTO
Citt di Metidrio - Monte Taumasio - Via a Menalo - Monte Menalio - Acacesio.
1. Dopo questo non resta altro a rammentarsi, che Metidrio stesso. La via da Tricoloni a Metidrio  di cento trentasette stadj; fu nomato Metidrio perch  un colle alto fra i fiumi Molotto, e Milaonte, sul quale Orcomeno edific la citt. Prima di fare parte dal popolo Megalopolita ebbero i Metidriesi ancora de' vincitori Olimpici.
2. In Metidrio  il tempio di Nettuno Equestre sul Milaonte: il monte poi detto Taumasio giace di l dal fiume Molotto. Vogliono i Metidriesi, che Rea quando era di Giove incinta, in questo monte arrivasse, ed in suo soccorso, se mai Saturno fosse venuto contro di lei, si preparassero Opladamo, e gli altri Giganti, che erano seco lui: e la fecero partorire in una parte del Lico, ed affermano, che ivi avvenisse l'inganno contro Saturno, e invece del figlio la sostituzione della pietra narrata dai Greci. Ed havvi presso la cima del monte la spelonca di Rea, ed in essa non possono entrare, che le donne sacre alla Dea, e niuno altro. Trenta stadj distante da Metidrio  la fonte Ninfasia. Altrettanto di distanza v'ha ai confini communi de' Megalopoliti, degli Orcomenj, e de' Cafiati.
3. Per le cos dette porte ad Elo, comincia la via, che da Megalopoli conduce a Menalo lungo il fiume Elissonte. A sinistra della strada  il tempio del Dio Buono: che se gl'Iddii sono datori di beni agli uomini, Giove  il Nume supremo, e con questo raziocinio si potrebbe supporre essere questo un soprannome di Giove. Andando un poco pi oltre si trova un tumulo di terra, che  il sepolcro di Aristodemo, a cui neppure sendo tiranno, tolsero il soprannome di Probo. Havvi ancora il tempio di Minerva Mecanitide soprannomata, perch la Dea  ritrovatrice di ogni sorta di consigli, e ritrovamenti.
4. A destra della via vedesi un recinto sacro al vento Borea, e i Megalopoliti ogni anno a questo sagrificano, n stimano Borea inferiore ad alcun Dio, come colui, il quale li salv dai Lacedemonj, e da Agide. Segue il monumento di Oicle padre di Anfiarao, seppure mor egli in Arcadia, e non mentre faceva parte della spedizione con Ercole contro Laomedonte. Dopo questo  il tempio, ed il bosco sagro di Cerere detta in Elo, cinque stadj distante dalla citt: non vi possono entrare che le donne. Trenta stadj pi oltre  la regione detta Paliscio. Da Paliscio lasciando a sinistra l'Elafo che non mena sempre acqua, ed avanzandosi per venti stadj, rimangono le rovine di Pereteo, ed il tempio di Pane fra queste.
5. Se passerai il torrente dirittamente, dopo quindici stadj havvi una pianura, e traversata ancor questa si erge un monte, che sendo dello stesso nome della pianura, Menalio si appella. Sotto le radici del monte sono gl'indizj della citt di Licoa, ed il tempio di Diana Licoatide, e la sua statua di bronzo. A mezzod del monte era fabbricata Sumezia. In questo monte sono ancora i cos detti Triodi, e le ossa di Arcade di Callisto furono di l tolte dai Mantineesi, secondo l'oracolo di Delfo. Vi restano ancora le rovine di Menalo istessa, le vestigia del tempio di Minerva, ed uno stadio per il combattimento degli atleti, ed un altro pel corso de' cavalli. Il monte Menalio lo credono specialmente sacro a Pane, cosicch quelli, che vi abitano intorno, dicono di sentire Pane, che suona la zampogna. Fra il tempio di Despoena, e la citt de' Megalopoliti vi sono quaranta stadj, e la met della strada per coloro, che passano l'Alfo.
6. Due stadj di l dall'Alfo si veggono le rovine di Macareo, e di l agli avanzi di Daseo sono sette stadj: altrettanti ve n'ha da Daseo al colle detto Acacesio: sotto di questo era la citt di Acacesio, e la statua di Mercurio Acacesio di marmo esiste anche a' nostri tempi sul colle: che Mercurio fanciullo fosse ivi allevato, e che lo nudrisse Acaco di Licaone,  ci, che gli Arcadi di lui raccontano. Diversamente per narrano i Tebani, e nulla di pi si accordano ai Tebani i Tanagri.
7. Quattro stadj distante da Acacesio  il tempio di Despoena. E primieramente in questo luogo  un tempio di Diana Egemone, e la statua di bronzo, che tiene le faci: noi la stimiamo di sei piedi.
 CAPO TRENTESIMOSETTIMO 
Monumenti nel recinto sacro di Despoena.
1. Di l si entra nel sacro recinto di Despoena: andando al tempio vedesi a destra un portico, e sulla parete sono scolpiti bassorilievi di marmo bianco: in uno sono espresse le Parche, e Giove di soprannome Moerageta; nel secondo  Ercole, che toglie il tripode ad Apollo; quelle cose, che ho sopra loro udito essere avvenute, saranno da me ancora esse dimostrate, allorquando sar pervenuto a quella parte del discorso Focese, che tratta di Delfo. Nel portico presso Despoena fra i bassirilievi descritti  una tavoletta, sulla quale  scritto ci, che risguarda le cose alla iniziazione spettanti. Sul terzo bassorilievo sono espresse Ninfe, e Pani, e sul quarto vedesi Polibio di Licorta: e vi  la inscrizione, che la Grecia non sarebbe stata dapprincipio danneggiata, se in tutto a Polibio avesse obbedito, e che avendo errato, da lui solo ebbe soccorso. Davanti al tempio  l'ara di Cerere, ed un'altra ve n'ha a Despoena, e dopo questa la terza alla Madre degli Iddii.
2. Le statue stesse poi di Despoena, e Cerere, e il seggio, sul quale stanno assise, ed il suppedaneo, tutto ci non , che un solo masso di marmo: e neppure alcuna di quelle cose, che sulle vesti si veggono, o di tutte quelle, che sulla sedia sono scolpite,  riportata di altra pietra attaccata con ferro, o con colla; ma tutto  dello stesso masso. Questo marmo non  stato loro portato, ma raccontano di averlo per una visione trovato dentro il recinto, scavando la terra. La grandezza di ciascheduna statua  secondo quella della statua della Madre in Atene: la scultura poi  ancora questa di Damofonte. Cerere adunque porta nella destra una face, e tiene l'altra mano sopra Despoena: Despoena tiene lo scettro, e la cos detta cista sulle ginocchia, e tiene la destra sulla cista. Da ambo le parti del seggio, presso Cerere  Diana avvolta in una pelle di cervo, e colla faretra sulle spalle, in una mano tiene la lucerna, e nell'altra due dragoni: presso di lei giace una cagna di quelle da caccia. Presso la statua di Despoena poi  Anito rappresentato colle armi. Dicono quelli del tempio, che Despoena fu da Anito allevata, il quale era uno de' cos detti Titani. Omero il primo introdusse i Titani nella poesia, e Dii li dice sotto quello, che Tartaro addimandasi, ed i versi di ci si leggono nel giuramento di Giunone. Onomacrito prese da Omero il nome de' Titani, compose le orgie di Bacco; e poet essere i Titani gli autori de' travagli di Bacco. Questo  ci, che dagli Arcadi si narra di Anito. Che Diana poi sia figlia di Cerere, e non di Latona, Eschilo di Euforione ammaestronne i Greci, sendo tradizione Egiziana. Circa i Cureti (perciocch sono questi scolpiti sotto le statue); e quello, che spetta ai Coribanti sulla base scolpiti, (che ad un altro conosco appartenere, e non a Curete), queste cose adunque sendo da me conosciute le ometto.
3. Gli Arcadi introducono nel tempio qualunque altro albero, che si pianta, fuori, che il melogranato. Uscendo dal tempio havvi a destra uno specchio attaccato al muro. Chiunque in questo specchio rimira, o si vede, debolmente, o non si vede affatto: le statue delle Dee per esse, e la sedia chiaramente si vedono.
4. Presso il tempio di Despoena, salendo un poco  a destra la cos detta Casa; ivi fanno la iniziazione, e a Despoena sacrificano gli Arcadi molte vittime, e ricche. Sagrifica ognuno quello, che possiede; n si taglia la gola delle vittime siccome negli altri sagrificj, ma quel membro, che s'incontra, questo della vittima si taglia.
5. Gli Arcadi venerano Despoena sopra le altre Dee, e figlia la dicono di Nettuno, e Cerere: ha questa il soprannome presso molti di Despoena, come quella figlia di Giove, Cora addimandano: in particolare poi il suo nome  Proserpina, siccome Omero, e Panfo ancora prima di lui poetarono: temerono per di scrivere il nome di Despoena ai profani.
6. Sopra la cos detta Casa  il bosco sacro di Despoena cinto da una maceria di pietre. Dentro di esso fra gli altri alberi vi sono gli olivi, e gli elci nati da una stessa radice: questa non  opera del sapere dell'agricoltore. Di l dal bosco sono le are di Nettuno Equestre come padre e di Despoena, e di altri Iddii: sull'ultima la iscrizione dice, che  a tutti gli Dei comune.
7. Di l salirai per una scala nel tempio di Pane.  stato edificato ancora un portico per andare al tempio, e la statua del Dio non  grande. Appartiene a Pane similmente, che ai pi potenti de' Numi l'esaudire le preghiere degli uomini, ed il rendere quello, che si conviene ai malvagi: presso questo Pane arde un fuoco, che non si estingue mai.
8. Si dice, che ne' pi antichi tempi questo Nume desse oracoli, e ne fosse sacerdotessa quella ninfa Erato, che con Arcade di Callisto si congiunse; rammentano adunque di Erato quello, che io ho qu riferito. Nel tempio havvi l'ara di Marte, e due statue di Venere, una di marmo, e la pi antica di esse di legno; similmente vi sono le statue di legno di Apollo, e Minerva: a Minerva  stato edificato ancora un tempio.
 CAPO TRENTESIMOTTAVO
Licosura - Monte Lico - Territorio Tisoese - Monti Nomii.
1. Un poco pi in alto  il recinto delle mura di Licosura, dentro la quale sono pochi abitanti. Licosura  la citt pi antica di tutte quelle, che la terra nel continente, o nelle isole mostra; questa fu la prima citt veduta dal Sole; e da essa appresero gli altri uomini a fare le citt.
2. A sinistra del tempio di Despoena  il monte Lico, che Olimpo ancora addimandano, e che alcuni degli Arcadi appellano la sacra cima: affermano, che Giove fu in questo monte allevato, ed esiste nel Lico una regione, Cretea chiamata; questa  a sinistra del bosco di Apollo soprannomato Parrasio: e gli Arcadi contendono, che la Creta dove la tradizione de' Cretesi vuole, che sia stato Giove allevato, sia questo luogo, e non gi l'isola.
3. Alle Ninfe, che essi dicono avere allevato Giove, danno i nomi di Tisoa, Neda, ed Agno: e da Tisoa fu edificata nella Parrasia una citt (a' miei giorni il castello Tisoa  una porzione della Megalopolitide) da Neda trasse nome il fiume: da Agno poi fu denominata la fonte, che  nel monte Lico, che simile al fiume Istro sort di dare un'acqua invariabile nell'inverno, e nella state. Se lungo tempo duri la siccit, ed i semi nella terra, e gli alberi si secchino, allora il Sacerdote di Giove Lico, dopo di avere verso l'acqua pregato, e sagrifcato ci, che  di rito, intinge un ramo di quercia nella superficie, e non nel fondo della sorgente: mossa l'acqua si alza un vapore simile alla nebbia, che dopo un poco di tempo diviene una nuvoletta, e raccolte a se le altre nuvole fa scendere la pioggia sulla terra degli Arcadi.
4. Nel Lico  il tempio di Pane, e intorno ad esso un bosco sacro, ed un Ippodromo, e avanti a questo uno stadio: ne' tempi antichi celebravano qu il combattimento delle feste Lice. Nello stesso luogo sono ancora le basi di statue, che pi non vi esistono: una elegia incisa sopra una delle basi dice, che  la immagine di Astianatte, e che costui traeva la origine da Arcade.
5. Altre meraviglie presenta il monte Lico, e specialmente questo. In esso  un recinto sacro di Giove Lico, in cui non  lecito entrare agli uomini: chi trasgredisce la legge, e vi entra necessariamente non pu vivere pi di un anno. Mi si disse adunque anche questo; che le belve, e gli uomini, che sono dentro, tutti similmente non danno ombra, e per questo rifuggiandosi una belva nel recinto, non vuole il cacciatore penetrarvi, ma aspettando fuori, e la belva guardando, non ne vede alcuna ombra. Nel tempo stesso poi, che il Sole entra in cancro, in Siene ancora di Etiopia non pu darsi ombra, n dagli alberi, n dagli animali: ma il recinto sacro del Lico circa l'ombra soffre sempre lo stesso, ed in tutte le stagioni.  sulla sommit pi alta del monte un tumulo di terra, che  l'ara di Giove Lico, e di l si vede la maggior parte del Peloponneso: davanti all'ara sono due colonne rivolte all'oriente, e su di esse fino da' pi antichi tempi sono state fatte delle aquile dorate. Su questa ara sagrificano in segreto a Giove Lico: il darmi briga di sapere ci, che il sagrificio risguarda non mi piaceva, e sia pur come , e come fu in origine.
6. Ad oriente nel monte vedesi il tempio di Apollo di soprannome Parrasio: hanno a lui posto il nome ancora di Pizio. Celebrando in onore del Dio ogni anno una festa, sagrificano ad Apollo Epicurio un cinghiale nel foro: e sagrificando ivi, portano subito la vittima nel tempio di Apollo Parrasio a suono di tibia, e colla pompa, e tagliandone le coscie le ardono, e nel luogo istesso consumano le carni delle vittime. Questo  il rito di tali cose.
7. Nella parte settentrionale del Lico  il territorio Tisoese: gli abitanti di questo onorano specialmente la ninfa Tisoa. Scorrendo per il territorio Tisoese, sboccano nell'Alfo il fiume Milaone, e dopo di esso il Noo, l'Acheloo, il Celado, ed il Nafilo. Due altri fiumi hanno l'istesso nome dell'Acheloo Arcade, e pi illustri sono in gloria: quell'Acheloo, che mette in mare alle Echinadi, passando per il paese degli Acarnani, e per la Etolia, da Omero fu nella Iliade poetato essere il principe di tutti i fiumi; l'altro poi, che scende dal Sipilo, serv a lui per maggiormente ornare insieme col monte Sipilo la storia di Niobe: il terzo adunque intorno al monte Lico ha il nome di Acheloo.
8. A destra di Licosura sono i cos detti monti Nomii, ed in essi il tempio di Pane Nomio: e chiamano Melpa il villaggio, dicendo essersi qu da Pane il suono della zampogna inventato.  cosa molto facile il pensare, che Nomii i monti si appellino dal pascere di Pane; ma gli Arcadi stessi dicono, che sia il nome di una Ninfa.
 CAPO TRENTESIMONONO
Fiume Platanistone - Figalia.
1. Presso Licosura ad occidente scorre il fiume Platanistone; e chi vuole andare a Figalia deve necessariamente passar questo fiume. Dopo di esso havvi una salita di trenta stadj, o poco pi.
2. Circa Figalo di Licaone, conciossiacch costui fu il fondatore della citt, e come col tempo essa in quello di Fialo di Bucalione mutollo, e di nuovo l'antico riacquist, tutto questo lo ha gi il discorso nostro di sopra accennato. Si narrano ancora altre cose, che non meritano fede: che Figalo fosse indigena, e non figlio di Licaone: altri poi hanno detto, che Figalia fosse una delle Ninfe Driadi. I Lacedemonj, allorquando assalirono gli Arcadi, ed entrarono nella Figalia coll'armata vinsero in battaglia i nazionali, e strettamente li assediarono: essendo il muro in pericolo di essere preso, i Figalesi fuggirono, e i Lacedemonj li lasciarono con patti partire. Avvenne la presa di Figalia, e l'esilio de' Figalesi da essa, sendo in Atene Arconte Milziade, nell'anno II. della Olimpiade XXX., nella quale Chionide Lacone per la terza volta fu coronato. Quelli de' Figalesi, che erano scampati, risolsero di andare a Delfo ad interrogare il Dio pel loro ritorno: e la Pizia rispose, che non avessero tentato di ritornare da loro in Figalia, che non vedeva il ritorno, ma se avessero preso da Orestasio cento scelti soldati, questi sarebbero nella battaglia spenti, ed i Figalesi avrebbero avuto per loro il ritorno. Gli Orestasj poi, come ebbero udito l'oracolo avuto dai Figalesi, si prevenivano l'un l'altro coll'impegno per essere de' cento scelti, e far parte della uscita a Figalia. Venuti adunque presso la guarnigione de' Lacedemonj, fecero adempire in tutto l'oracolo; imperciocch avendo essi combattuto da valorosi, morirono, ed avendo scacciato gli Spartani, diedero ai Figalesi il commodo di potere prendere la patria.
3. Figalia  posta sopra un luogo alto, e dirupato, il pi delle mura le hanno essi edificate sotto le rupi: dopo essere saliti sopra, il colle  piano, ed eguale. Ivi  il tempio di Diana Salvatrice colla statua di marmo bianco: da questo tempio hanno il rito di mandare la pompa ancora.
4. Nel ginnasio la statua di Mercurio  rappresentata involta in un pallio, e termina non gi in piedi, ma in figura quadrangolare. Vi  stato edificato anche il tempio di Bacco, che dai nazionali ha il soprannome di Acratoforo: le parti inferiori della statua non possono vedersi, sendo da foglie di alloro, ed ellera coperte: tutto quello poi, che pu vedersene  stato tinto con ginapro per risplendere: si dice, che il ginapro si trovi dagli Spagnuoli insieme coll'oro.
 CAPO QUARANTESIMO
Statua di Arrachione pancraziaste - Creugante.
1. Hanno i Figalesi nel foro la statua di Arrachione pancraziaste, antica nelle altre cose, e nella figura ancora: non sono i piedi tra loro molto distanti, e le mani scendono presso il fianco fino alle natiche: la immagine  di pietra: dicono poi, che una inscrizione ancora sopra di questa fosse scritta; ma pel tempo disparve.
2. Riport Arrachione due vittorie Olimpiche prima della LIV. La riport ancora nella LIV., con giustizia per parte degli Ellanodici, e con virt per parte di lui stesso. Imperciocch come col solo avversario, che gli restava, Arrachione combatteva per l'olivo, costui cintolo coi piedi lo trattenne, e colle mani insieme strinse il suo collo: Arrachione ruppe un dito del piede dell'avversario, ma egli soffocato vi lasci la vita, e quello, che lo soffoc pel dolore del dito in quel tempo stesso lasci di combattere. Gli Eli coronarono, e proclamarono vincitore il cadavere di Arrachione.
3. Lo stesso io so, che gli Argivi ancora fecero circa Creugante da Epidamno pugile: imperciocch essi diedero a Creugante morto la corona de' Nemi, perch Damosseno Siracusano, che contro lui combatteva trasgred il patto, di cui erano a vicenda convenuti. Perciocch mentre combattevano al pugillato era per sopraggiungere la sera: e in modo, che udir si potevano, convennero, che l'uno dal canto suo desse il colpo, l'altro lo ricevesse. I pugili non aveano allora il cesto forte sopra il carpo di ciascuna mano; ma combattevano ancora al pugillato col molle, legandolo sotto il vuoto della mano, perch le loro dita restassero nude: il cesto di pelle bovina cruda, tenue, che in un modo antico era intrecciato, era il cesto molle. Allora adunque costui tir un colpo in testa a Damosseno: questi comand a Creugante di tenere in alto la mano; e mentre colui ve la teneva lo batt colle dita diritte sotto il fianco: per la forza delle unghie, e la violenza del colpo mettendo la mano dentro, trasse le viscere fuori dalle ferite, e subito Creugante cadde morto. Gli Argivi esiliarono Damosseno come colui, che i patti avea trasgredito, e invece di uno avea pi colpi contro l'avversario suo usato: morto Creugante gli diedero la vittoria, e il ritratto in Argo ne fecero: e fino a' miei d era posto nel tempio di Apollo Lico.
 CAPO QUARANTESIMOPRIMO
Cemeterio degli Orestasj nel foro di Figalia - Fiume Limace - Fiume Neda - Monti Cotilio, ed Elaio - Basse, e Tempio di Apollo Epicurio - Sorgenti del Limace - Cotilo.
1. Nel foro i Figalesi hanno il cemeterio degli scelti Orestasj, e fanno loro ogni anno de' funerali come ad Eroi.
2. Il fiume chiamato Limace, che scorre presso Figalia istessa, sbocca nella Neda: dicono, che il fiume avesse tal nome per cagione de' purgamenti di Rea. Perciocch come le Ninfe dopo che ella ebbe partorito Giove la ebbero dal parto purgata, in questo fiume gittarono le sozzure: gli Achi in fatti lymata tali sozzure appellano. Omero ancora serve di prova, dicendo, che i Greci per la liberazione dalla peste furono purgati, e che essi le lymata, cio le sozzure, gittarono nel mare.
3. Le sorgenti della Neda sono nel monte Cerausio, porzione del Lico. Dove la Neda passa pi vicino alla citt de' Figalesi, ivi i figli loro recidonsi in onore del fiume la chioma: nella parte vicino al mare la Neda  navigabile per i bastimenti piccoli. Di tutti i fiumi, che conosciamo, il Meandro va specialmente con corso tortuoso alla foce, e nella parte superiore molti giri, e rigiri presenta: il secondo posto per la tortuosit potrebbe essere dalla Neda occupato.
4. Dodici stadj pi in su di Figalia, vi sono bagni caldi, e non lungi da questi il Limace mette nella Neda: dove confondono insieme le acque, ivi  il tempio di Eurinome, santo fin da' tempi rimoti, e per l'asprezza del luogo di difficile accesso: intorno ad esso sono nati molti cipressi, l'uno all'altro contigui. Il popolo de' Figalesi ha creduto, che Eurinome sia un soprannome di Diana: tutti quelli di loro per, che hanno adottato le antiche memorie, affermano, che Eurinome sia una figlia dell'Oceano, della quale anche Omero fece nella Iliade menzione, come quella, che insieme con Tetide accolse Vulcano. Nello stesso giorno ogni anno aprono il tempio di Eurinome e negli altri tempi non possono per rito aprirlo: allora a spese pubbliche fanno sagrificj, e i privati a spese loro. Non giunsi nel tempo della festa, e perci non vidi Eurinome: udii per da' Figalesi, che il simulacro suo di legno ha catene di oro, e la immagine di donna fino alle natiche, e di l nel resto  pesce: che Diana avesse che fare con questa figura non v'ha ragione verosimile per crederlo.
5. La Figalia  cinta da monti; a sinistra dal cos detto Cotilio, a destra poi le sovrasta un altro monte, l'Elaio: il Cotilio  quaranta stadj distante dalla citt: in esso  il luogo, che Basse si chiama, ed il tempio di Apollo Epicurio, il cui tetto ancora  di marmo. Di tutti i templi, che i Peloponnesj posseggono, dopo quello di Tega dovrebbe anteporsi questo e per la bellezza del marmo, e per l'armonia. Ebbe Apollo questo nome di Epicurio per avere prestato ajuto in una pestilenza, siccome presso gli Ateniesi ancora ebbe il soprannome di Alessicaco per avere da essi ancora allontanato la peste: fece cessare la peste ai Figalesi nella guerra ancora de' Peloponnesj, e degli Ateniesi, e non in altro tempo: che ambedue questi soprannomi di Apollo una qualche cosa di simigliante significhino, testimonio n' Ictino Architetto del tempio in Figalia, il quale fior a' tempi di Pericle, e che edific agli Ateniesi il cos detto Partenone. Ha di gi il mio discorso insegnato, che la statua di Apollo  nel foro de' Megalopoliti.
6. Nel monte Cotilio  una sorgente: ma chi scrisse, che da questa nasce il fiume Limace, lo scrisse senza averlo veduto, o udito da altri: le quali cose furono fatte da me: vidi il corso del fiume della sorgente nel Cotilio, l'acqua scorre poco, e dentro un piccolo spazio totalmente sparisce. Non mi venne per in mente darmi molta briga dove mai sia la sorgente del Limace. Di l dal tempio di Apollo Epicurio  il luogo detto Cotilo, ed in Cotilo  una Venere: essa avea un tempio con statua, che ora non ha pi tetto.
 CAPO QUARANTESIMOSECONDO
Monte Elaio - Culto di Cerere Melena.
1. L'altro monte, l'Elaio,  trenta stadj di l da Figalia: ivi  un antro sacro a Cerere di soprannome Melena.
2. Tutto ci, che que' di Telpusa raccontano circa il congiungimento di Nettuno, e Cerere,  nella stessa guisa creduto dai Figalesi. Ma i Figalesi affermano, che non fosse partorito un cavallo da Cerere, ma quella dagli Arcadi nomata Despoena: da quel punto dicono, che Cerere covasse odio contro Nettuno, e il lutto per il ratto di Proserpina usasse, e si rivestisse di una negra veste, ed entrata in questa spelonca per molto tempo stesse lontana. Come per periva tutto ci, che la terra nudrisce, ed il genere umano viemaggiormente per la fame moriva, niuno degli altri Iddii seppe dove Cerere si ascondeva: Pane per, perciocch percorreva l'Arcadia, e d'altronde da uno all'altro de' monti andava a caccia, giunto presso l'Elaio rimir Cerere di qual figura ella era, e di qual vestimento vestita: ud Giove queste cose da Pane, e cos da lui furono mandate a Cerere le Parche, dalle quali sendo persuasa, depose l'ira, e dal dolore placossi.
3. Affermano poi i Figalesi di avere per questo creduto la spelonca sacra a Cerere, ed in essa dedicato un simulacro di legno, e di aver fatto la statua cos; seduta sopra un sasso, e in tutto simile ad una donna, fuorich nel capo, avea il capo, e la chioma di cavallo, e le immagini di dragoni, e di altre belve erano aggiunte ad esso: una veste coprivala fino alla estremit de' piedi, e da una mano teneva un delfino, e dall'altra una colomba, o un uccello. Per qual ragione in tal guisa la statua le fecero  chiaro per chiunque non sia leggiero di mente, e sia nelle cose antiche versato: dicono poi di averle dato il soprannome di Melena, perch la Iddia ancora tenne la veste negra. Di questo simulacro di legno non rammentano n chi lo fece, n come fosse dalla fiamma consunto.
4. Disparso l'antico, i Figalesi non resero alcuna altra statua alla Dea, e la pi parte di tutte quelle cose, che le feste, e i sagrificj riguardavano, erano negligentate: finch la terra fu da una carestia assalita, e supplicando essi il nume, rispose loro la Pizia cos:
Arcadi Azani, cui la ghianda  vitto
Che Figalia abitate, antro secreto
Di Cerere a destrier congiunta, udite
Di dolorosa fame il solo scampo;
Soli due fiate erranti, e soli ancora
A cibarvi selvaggi, il vitto duro
Cerere a voi cessar fece, e le spighe
Nutritive vi porse, e un'altra volta
Cerere rese a voi l'antico cibo;
Cerere, a cui de' padri vostri i doni
Toglieste, e insieme a questi i prischi onori;
Essa in breve servir far l'un l'altro
Di cibo vicendevole, essa i figli
Divorar vi far se il fiero sdegno
Non placherete voi con sagrificj
Comuni a tutti, e con divini onori
Adornar non vorrete il suo recesso.
I Figalesi compresero l'oracolo portato loro, e maggiori onori fecero a Cerere di quelli di prima, e persuasero Onata di Micone Eginese con una certa somma a fare ad essi la statua di Cerere. Di questo Onata hanno que' di Pergamo un Apollo di bronzo, che reca molta meraviglia e per la grandezza, e pel lavoro. Allora dunque questo Artista avendo ritrovato una pittura, o una copia dell'antico simulacro di legno, e pi ancora ammaestratone in una visione, come si dice, fece la statua de' Figalesi ........ et dopo la invasione de' Persiani nella Grecia. Me ne fa fede questo: che nel passaggio di Serse in Europa tiranneggiava in Siracusa, ed in altre parti di Sicilia Gelone di Dinomene: dappoich mor Gelone, pass il principato in Gerone suo fratello. Gerone ancora sendo morto prima di dedicare a Giove Olimpio i doni, che avea promesso per le vittorie de' cavalli, perci Dinomene di Gerone li di pel padre: sono anche questi opere di Onata, ed  in Olimpia una inscrizione loro su i doni:
Quei che a' tuoi giuochi venerandi vinse
Olimpio Giove un d colla quadriga
E due fiate al cavallo senza arnesi,
Gerone a te fe' questi doni, e il figlio
Dinomene te li offre in monumento
Del padre suo Siracusano invitto.
L'altra inscrizione dice:
Il figlio di Micon li fece Onata;
Abitante della isola di Egina.
5. Per questa Cerere specialmente io andai a Figalia, e sagrificai alla Dea, non secondo il rito de' nazionali; questi fanno il sagrificio prendendo dagli alberi, che si coltivano, varie cose, e specialmente il frutto della vite, ed i favi delle api; e vi aggiungono lane non lavorate, e piene del sucidume naturale, e queste cose pongono sull'altare davanti alla spelonca edificato, e postele vi versano sopra dell'olio, e questo  quanto  legge, che i privati, ed il comune sagrifichino ogni anno. Una sacerdotessa  quella, che lo fa, e insieme con lei il pi giovane de' sagrificatori, che sono tre cittadini.
6. Intorno alla spelonca  un bosco di quercie, e sorge dalla terra un'acqua fredda. La statua poi scolpita da Onata non vi era a' miei giorni, ed i pi credevano, che non vi sia stata affatto; il pi vecchio di quelli, che vi trovammo ci disse, che tre generazioni prima di lui erano dalla volta della spelonca caduti macigni sulla statua, e che da queste era stata infranta, ed era totalmente sparita, e nella volta anche a' d nostri vedevasi il luogo donde i sassi eransi distaccati.
 CAPO QUARANTESIMOTERZO
Pallanzio - Evandro - Azioni di Antonino Pio, e Marco Antonino Augusti.
1. Il discorso richiede, che a Pallanzio io mi rivolga, se vi  qualche cosa che meriti di essere ricordata, e per qual motivo l'Imperadore Antonino per il primo fece Pallanzio di castello citt, e concesse ad essa la libert, e la immunit da' tributi.
2. Affermano adunque, che per senno, e per valore si segnal fragli Arcadi un tale Evandro, che figlio dicono di una Ninfa nata del Ladone, e di Mercurio: partito costui a fondare una colonia, e menando seco un esercito di Arcadi da Pallanzio, dicono che edificasse una citt presso del Tevere: ed una porzione dell'odierna citt de' Romani, la quale fu da Evandro, e dagli Arcadi, che lo seguirono abitata, ebbe il nome di Pallanzio in memoria del Pallanzio di Arcadia: dopo per mut un poco il nome sendogli stata tolta una L., e la N. Per queste cose adunque ebbero i Pallanziesi dall'Imperadore i doni.
3. Antonino, che fece ai Pallanziesi tal beneficio, non attir sui Romani alcuna guerra di sua volont, ma avendo i primi mosso la guerra i Mauri, che  la parte pi grande degli Affricani liberi, i quali sono nomadi, e tanto pi difficili a vincersi degli Sciti, in quanto che non vanno sui carri, ma sono portati da cavalli essi, e le donne, questi adunque furono da Antonino da tutto il paese scacciati, e forzati a ritirarsi nell'ultima estremit dell'Affrica, sul monte Atlante, e presso quelli, che vivono nelle vicinanze di questo. Fu ancora tolta la maggior parte del paese in Brettagna ai Briganti, perch questi ancora cominciarono ad invadere colle armi Venuvia, che era ai Romani soggetta. Le citt de' Licj, e de' Cari, Cos, e Rodi furono rovinate da una violenta scossa di terremoto, e l'Imperadore Antonino salv ancora queste con profusione di spese, e con tutta la diligenza per risarcirle. Tutti i danari da lui dati ai Greci, ed ai Barbari, che ne lo richiesero, e quali opere fece nella Grecia, per la Jonia, in Cartagine, e nel paese de' Siri, tutte queste sono state scritte da altri con somma diligenza. Questo Imperadore lasci questa altra memoria ancora: coloro, che sendo sudditi erano cittadini Romani, ed i figli de' quali non godevano l'istesso diritto, ma facevano parte della nazione Greca, tutti questi adunque per una legge potevano lasciare i loro beni a persone che non erano loro parenti, ovvero accrescere il fisco Imperiale; Antonino per comand anche a costoro di fare eredi i figli, amando piuttosto di sembrare umano, di quello che mantenere una legge utile alle sue ricchezze. I Romani diedero a questo Imperadore il nome di Pio, perch mostrossi specialmente studioso dell'onore degl'Iddii. A mio parere per potrebbe portare il nome ancora del vecchio Ciro, che fu padre degli uomini appellato.
4. Lasci all'imperio un figlio dello stesso nome. Questo secondo Antonino usc a punire i pi bellicosi de' Germani, e la maggior parte de' Barbari della Europa, e la nazione de' Sarmati, i quali aveano i primi cominciato la guerra, e l'ingiustizia.
 CAPO QUARANTESIMOQUARTO
Via da Megalopoli a Pallanzio, e Tegea - Citt di Emonie - Rovine di Orestasio, ed Asea - Congiunzione dell'Alfo, e dell'Eurota - Monte Boro - Monumenti di Pallanzio - Monte Cresio.
1. Quello che ci rimane del discorso Arcadico  la strada da Megalopoli a Pallanzio, e Tegea, la quale mena fino al cos detto Coma. In questa via adunque hanno chiamato Ladoncea quelle parti, che sono davanti alla citt, da Ladoco figlio di Echemo.
2. Dopo questo era ne' tempi antichi la citt di Emonie, di cui era stato il fondatore Emone di Licaone, e fino ad oggi a questo luogo il nome di Emonie  rimasto. Dopo Emonie a destra della via rimangono memorie della citt di Orestasio, e le colonne del tempio di Diana fra queste: Diana ha il soprannome di Sacerdotessa. Andando direttamente da Emonie si trova il cos detto Afrodisio, e dopo questo un'altro luogo, l'Ateno; a sinistra di questo  un tempio di Minerva, ed in esso la statua di marmo. Venti stadj distante dall'Ateno sono gli avanzi di Asea, ed un colle, che un tempo fu la cittadella, conserva ancora i segni delle mura.
3. Cinque stadj lontano da Asea poco distante dalla via,  la sorgente dell'Alfo; presso della strada poi  quella della Eurota. Alla sorgente dell'Alfo  il tempio della Madre degl'Iddii senza tetto, con due leoni di marmo. L'acqua dell'Eurota si mesce coll'Alfo, e per venti stadj vanno insieme; cadendo per in un'apertura, uno di essi, cio l'Eurota sorge di nuovo nel paese de' Lacedemonj, e l'Alfo in Pege della Megalopolitide.
4. Da Asea si sale al monte detto Boro, e sulla punta di esso veggonsi le vestigia di un tempio. Si disse che Ulisse ritornato da Troja edificasse il tempio a Minerva Salvatrice, e a Nettuno. Il cos detto Coma  il confine del territorio de' Megalopoliti verso i Tegeati, ed i Pallanziesi: e la pianura Pallantica si trova voltando a sinistra di Coma.
5. In Pallanzio  un tempio colle statue di marmo, una di Pallante, e l'altra di Evandro: havvi il tempio ancora di Proserpina, e Cerere; e non molto pi oltre hanno la statua di Polibio. Del colle, che alla citt sovrasta si servivano negli antichi tempi per cittadella; anche oggid sulla cima del colle resta un tempio di Iddii, Puri di soprannome, ed ivi nelle cose pi grandi giurano: i nomi degli Iddii non si sanno da loro, o sapendosi non si vogliono rivelare. Potrebbe poi alcuno immaginarsi, che fossero stati chiamati Puri perch Pallante non sagrific loro siccome il padre avea a Giove Lico sagrificato.
6. A destra del cos detto Coma  il campo Manturico: il campo  di gi ne' confini de' Tegeati, e non vi sono che cinquanta stadj per andare a Tegea. A destra della strada  un monte non molto grande chiamato Cresio; in esso  edificato il tempio di Afno. Imperciocch Marte si giacque con Aerope di Cefeo di Aleo, siccome dicono i Tegeati: questa lasci la vita nel parto; il figlio bench morta la madre le stava attaccato, e molto latte, ed abbondante succi dalle sue mammelle: e (imperciocch secondo il volere di Marte accadeva questo) per queste ragioni danno al Dio il nome di Afno: dicono pero che al figlio il nome di Aeropo fosse imposto.
7. Per la via di Tega  il fonte detto Leuconio: dicono che Leucone fosse figlia di Afidante: e non lungi dalla citt de' Tegeati  un sepolcro.
 CAPO QUARANTESIMOQUINTO
Citt di Tegea, e storia de' Tegeati - Tempio di Minerva Alea.
1. I Tegeati dicono, che sotto Tegeate di Licaone, il solo loro paese avesse da lui il nome, e che gli uomini per paghi abitavano, i Gareati, i Psilacesi, i Cariati, i Coritesi, ed inoltre i Potachidi, i Mantiresi, e gli Echeveti. Sotto il regno di Afidante, un nono pago ancora fu a loro aggiunto, gli Afidanti. Il fondatore poi della odierna citt fu Alo.
2. I Tegeati ebbero parte nella gloria comune degli Arcadi, come nella guerra di Troja, nella Persiana, e nel combattimento in Dipe contro i Lacedemonj; oltre le cose predette, hanno i Tegeati tutte queste altre di loro gloria particolare. Anco di Licurgo come che ferito sostenne il cinghiale di Calidone, ed Atalanta saett il cinghiale, ed avendo la prima colpito la belva, per questo essa ebbe in premio del suo valore la testa, e la pelle del cinghiale. Nel ritorno degli Eraclidi nel Peloponneso, Echemo di Aeropo Tegeata combatt a solo contro d'Illo, e nella pugna lo vinse. I primi degli Arcadi, che vinsero i Lacedemonj iti contro di loro, furono i Tegeati, e ne presero una gran parte prigioni.
3. L'antico tempio di Minerva Alea fu ai Tegeati fatto da Aleo; ne' tempi posteriori, edificarono i Tegeati alla Dea un tempio grande, e degno di essere veduto: questo fu dal fuoco improvvisamente appiccatosi consunto, sendo Arconte in Atene Diofante, nell'ultimo anno della Olimpiade XCVI., nella quale Eupolemo Elo vinse allo stadio.
4. Il tempio, che oggi si vede supera di gran lunga tutti gli altri tempj del Peloponneso, per gli altri ornamenti, e per la grandezza. La prima sua decorazione  di colonne Doriche, e l'altra dopo questa di Corintie: fuori del tempio sono ancora colonne di ordine Jonico. Io udii che ne fu l'architetto Scopa Pario, il quale fece statue in molti luoghi dell'antica Grecia, e per la Jonia, e per la Caria. Nel frontespizio anteriore vedesi espressa la caccia del cinghiale Calidonio: in mezzo sono rappresentati da un canto del cinghiale Atalanta, Meleagro, Teseo, Telamone, Peleo, Polluce, Jolao, il quale fu ad Ercole compagno nella maggior parte de' travagli, ed i figli di Testio, fratelli di Alta, Protoo, e Cometa: dall'altra parte del cinghiale si vedono Anco di gi ferito, ed Enoco che lo sostiene mentre scaglia la scure: presso di esso  Castore, ed Anfiarao di Oicleo: dopo di essi Ippotoonte di Cercione di Agamede, di Stinfelo: in fine  rappresentato Piritoo. Quello che  nel frontispizio posteriore  la battaglia di Telefo contro Achille nella pianura del Caico.
 CAPO QUARANTESIMOSESTO
Antica statua di Minerva Alea - Altre cose degne di memoria.
1. La statua antica di Minerva Alea, e insiememente con essa i denti del cinghiale Calidonio fu presa dall'Imperadore de' Romani, Augusto, mentre faceva la guerra ad Antonio, e dopo che ebbe vinto gli alleati di Antonio, frai quali, se eccettuar vorrai i Mantineesi, tutti gli altri Arcadi trovavansi.
2. Sembra che Augusto non sia stato il primo a menar via dai vinti i doni, e le statue degli Iddii, ma che segu l'uso gi stabilito. Imperciocch sendo stata presa Troja, ed essendosi i Greci le spoglie fra loro divise, fu dato il simulacro di legno di Giove Erco a Stenelo di Capaneo: e molti anni dopo, sendosi i Dorj portati ad abitare in Sicilia, Antifemo fondatore di Gela avendo guastato Onface piccola citt de' Sicani trasport in Gela una statua da Dedalo scolpita. Di Serse figlio di Dario Re de' Persiani, oltre tutte quelle cose, che port via dalla citt degli Ateniesi, sappiamo che prese da Braurone la statua di Diana Brauronia, e che accusando i Milesj di essersi volontariamente lasciati rompere nella battaglia navale contro gli Ateniesi, prese l'Apollo di bronzo che era in Branchide, il quale ne' tempi posteriori dovea essere loro da Seleuco rimandato. Presso gli Argivi, presi da Tirinto sono, il simulacro di legno che  nel tempio di Giunone, e quello, che giace nel tempio di Apollo Licio. I Ciziceni dopo di avere forzato colla guerra i Proconnesj a divenir loro concittadini, tolsero da Proconneso la statua della Madre Dindimene: questa  di oro, ed il suo volto invece di essere di avorio  fatto di denti di cavalli marini. L'Imperadore Augusto adunque fece quello che dai tempi antichi era gi stabilito, e creduto lecito dai Greci, e dai barbari. La statua di Minerva Alea si trova in Roma andando al foro fatto da Augusto: questa giace ivi tutta di avorio, opera di Endio. Circa i denti del cinghiale dicono quelli che amano prodigj, che uno se ne ruppe. Quello che rimane fu posto dentro il tempio di Bacco ne' giardini dell'Imperadore, e la sua lunghezza  di una mezza orgia.
 CAPO QUARANTESIMOSETTIMO
Statua nuova di Minerva Alea - Tempio di Minerva Poliatide, e di Diana Egemone.
1. La statua che esiste a tempi nostri in Tegea, fu dal pago de' Manturiesi portata, ed avea presso quelli il soprannome di Equestre, perch secondo loro nella battaglia degl'Iddii contro i Giganti spinse la Dea un carro tirato da cavalli contro di Encelado. Prevalse per tanto presso i Greci tutti, che presso i Peloponnesj istessi il chiamare ancora questa col nome di Alea. Ai lati della statua di Minerva da un canto st Esculapio, Iga dall'altro, di marmo pentelico, opere di Scopa Pario.
2. Fra i doni pi degni di essere rammentati nel tempio  la pelle del cinghiale Calidonio:  per l'antichit tarlata, totalmente rimasa priva di setole: vi sono ancora le catene appese ad eccezione di tutte quelle, che consum il tempo, colle quali i prigioni Lacedemonj il campo ai Tegeati scavavano. V'ha pure il letto sacro di Minerva, la immagine di essa in pittura, e lo scudo di Marpessa di soprannome la Vedova, donna Tegeatide: di costei faremo anche dopo menzione. Esercita il sacerdozio di Minerva un garzone non so per quanto tempo, ma prima di entrare nella pubert, e non pi oltre. Dicono, che Melampode di Amitaone facesse l'ara alla Dea; sono su di essa scolpite Rea, ed Oenoe la ninfa, che tengono Giove ancora bambino: da una parte, e dall'altra vi sono quattro Ninfe, cio da una Glauca, Neda, Tisoa, ed Antracia, dall'altra Ide, Agno, Alcinoe, e Frissa: vi sono state scolpite ancora le statue delle Muse, e di Mnemosine.
3. Non lungi dal tempio  lo stadio, vale a dire un tumulo di terra, ed ivi celebrano i giuochi, i quali si chiamano uno Ala dal soprannome di Minerva, Alozia l'altro perch presero vivi nella pugna la maggior parte de' Lacedemonj. A settentrione del tempio  una fonte, sulla quale dicono essere stata Auge da Ercole sforzata, non accordandosi in ci con Ecato. Tre stadj pi oltre della fonte  il tempio di Mercurio Epito.
4. I Tegeati hanno un altro tempio, di Minerva Poliatide: il sacerdote vi entra ogni anno una sola volta; lo chiamano il tempio della Difesa, dicendo che Cefeo di Aleo ebbe da Minerva in dono che Tegea in ogni tempo sarebbe stata inespugnabile; ed affermano, che a custodia della citt gli desse la Dea de' capelli da quelli di Medusa recisi. Circa Diana Egemone tali cose raccontano. Occupava la tiranna sugli Orcomenj di Arcadia Aristomelida: accesosi costui di una donzella di Tegea, ed essendone non so in qual modo divenuto padrone, la diede in guardia a Cronio: costei prima di essere al Tiranno condotta, per timore, e per vergogna si uccise. Eccit una visione di Diana Cronio contro Aristomelida, ed avendolo ucciso, e fuggitosene in Tegea edific il tempio a Diana.
 CAPO QUARANTESIMOTTAVO
Altri monumenti di Tegea nel Foro.
1. Sendo il foro di figura simile ad un mattone quadrato, in esso  un tempio di Venere, detto nel mattone, colla statua di marmo. Sopra una colonna veggonsi scolpiti Antifane, Creso, Tironida, e Piria, i quali sendo stati i Legislatori de' Tegeati, riscuotono da essi fino ad oggi gli onori: sopra l'altra colonna poi  espresso Jasio, che tiene il cavallo, e porta nella destra un ramo di palma: dicono che Jasio vincesse col cavallo in Olimpia, quando Ercole Tebano celebr i giuochi Olimpici.
2. Del darsi in Olimpia la corona di olivo selvatico al vincitore, e di lauro in Delfo, dell'uno ho di gi reso conto ne' discorsi sugli Eli, e l'altro sar da me appresso mostrato: nell'Istmo poi il pino, in Nemea l'appio furono creduti doversi dare per i travagli di Palemone, e di Archemoro. I combattimenti hanno per lo pi la corona di palma, e dappertutto la palma  posta al vincitore nella destra: ci fu per la seguente ragione stabilito. Dicono che Teseo tornando da Creta di in Delo de' giuochi in onore di Apollo, e coron i vincitori di palma: quindi dicono aver cominciato questo uso. Della palma di Delo fece menzione anche Omero nella supplica di Ulisse alla figlia di Alcinoo.
3.  anche una statua di Marte nel foro de' Tegeati; questa  espressa sopra una colonna, e danno a Marte il nome di Ginecotoea. Conciossiach nella guerra Laconica, e nella prima invasione di Carillo Re de' Lacedemonj, avendo le donne preso le armi si appiattarono sotto il colle, che Filattride a' nostri giorni nomano: venuti i due campi alle mani, e dando gli uomini da ambe le parti molti tratti di valore, degni di memoria, allora si mostrarono loro le donne, ed esse furono che misero in fuga i Lacedemonj; e Marpessa la Vedova super in ardire le altre donne, e fragli Spartani prese Carillo stesso, il quale sendo rimandato senza riscatto, per aver dato il giuramento ai Tegeati che mai pi i Lacedemonj sarebbero andati contro Tega, violollo: le donne poi separatamente dagli uomini sagrificarono a Marte il sagrificio della vittoria, e non diedero parte delle carni agli uomini, e perci ebbe Marte il soprannome citato.
4. Havvi ancora l'altare di Giove Telo, ed una statua quadrangolare. Imperciocch mi sembra, che gli Arcadi si compiacciano pi di questa figura. Ivi sono i monumenti di Tegeato di Licaone, e di Mera sua moglie; dicono, che Mera fosse figlia di Atlante, della quale Omero ancora fece menzione ne' racconti di Ulisse ad Alcinoo intorno alla strada dell'inferno, e quante anime vi vide.
5. Lucina  dai Tegeati (imperciocch hanno di questa ancora il tempio nel foro colla statua) soprannomata nelle ginocchia, dicendo che Alo consegn la figlia a Nauplio, ingiungendogli che condottala al mare ve l'annegasse: costei come era condotta, cadde sulle ginocchia, e cos partor il figlio dove  il tempio di Lucina. Questo racconto  diverso da quello che dice avere Auge partorito di soppiatto del padre, ed essere stato esposto Telefo nel monte Partenio, e giacendo avere da una cerva ricevuto il latte: questo discorso si fa dai Tegeati nulla meno di quello.
6. Presso il tempio di Lucina,  l'ara della Terra, ed a quella contigua  una colonna di marmo bianco: sopra di essa  Polibio di Licorta, c sopra un'altra colonna  scolpito Elato uno de' figli di Arcade.
 CAPO QUARANTESIMONONO
Filopemene, e sue gesta.
1. Non lungi dal foro  il teatro, e presso di esso sono le basi di ritratti di bronzo, ma i ritratti non vi sono pi: sopra una delle basi si legge una iscrizione in versi elegiaci, che dice esser quella statua di Filopemene. Di questo Filopemene hanno i Greci non poca; ma grandissima memoria per l'intendimento che mostr, e per le azioni ancora che os. E quanto alla gloria della sua stirpe, il padre suo Craugide non era ad alcun'Arcade in Megalopoli inferiore: sendo morto Craugide mentre Filopemene era bambino ancora, fu tutore di questo un tal Cleandro da Mantina, il quale era esule dalla sua patria, ed erasi trasportato ad abitare in Megalopoli per una domestica disgrazia, e per una ospitalit paterna che avea colla casa di Craugide. Dicono, che Filopemene fra gli altri maestri conversasse con Mogalofane, ed Ecdelo; che si dicono essere stati discepoli di Arcesilao Pitano. Per grandezza, e robustezza di corpo a niuno de' Peloponnesj cedevala; ma era brutto di volto. E sdegn di esercitarsi in combattimenti di corone, ma coltivando la terra, che possedeva, non dispregiava lo uccidere le bestie selvatiche. Si narra, che i libri leggesse de' sofisti pi approvati presso de' Greci, e tutti quelli scritti che rammentavano guerre, e quelli che qualche dottrina di militari strattagemmi contenevano. Volendo formare tutta la sua vita ad imitazione del senno di Epaminonda, e delle sue gesta, non poteva in tutto eguagliarlo. Imperciocch fralle altre doti l'animo di Epaminonda era specialmente mite nella ira, mentre l'Arcade lasciavasi portare dal furore. Avendo Cleomene occupato Megalopoli, Filopemene non si lasci dall'improvvisa disgrazia colpire; ma salv due porzioni di quelli che erano in et di portare le armi, e le donne, e i figli in Messene, sendo allora i Messenj loro alleati, e pieni di benevolenza. E (perciocch Cleomene avea spedito un araldo ad alcuni di quelli che erano fuggiti, sendosi pentito del suo ardimento in occupare Megalopoli, e volendo venire ad una pace coi Megalopoliti facendoli ritornare alle loro case) Filopemene persuase in comune ai cittadini di acquistare colle armi il loro ritorno, e di non seguire convenzioni, e trattati. Quando si diede la battaglia in Sellasia contro Cleomene, ed i Lacedemonj, nella quale combatterono gli Achi, e gli Arcadi raccolti da tutte le citt, e insiememente con loro Antigono ancora, avendo menato di Macedonia un'armata, era allora Filopemene nella cavalleria ordinato: ma poich vide, che il forte della mischia si sarebbe deciso dalla infantera, di sua volont si fece fantaccino armato alla greve: e ai pericoli esponendosi in modo degno di essere ricordato, uno de' nemici gli trapass coll'asta ambo le coscie. Egli quantunque cos impedito, pieg le ginocchia, e si sforz di andare innanzi, cosicch col movimento de' piedi ruppe l'asta. E dopo, che i Lacedemonj, e Cleomene furono vinti, e Filopemene ritorn al campo, allora i chirurgi gli trassero fuori da ambo le coscie le due punte dall'asta, da una quella con cui questa in terra si ficca, dall'altra quella con cui si ferisce. Antigono come ebbe inteso, e veduto le sue azioni valorose, fece ogni diligenza per condurre Filopemene in Macedonia. Questi per poco curava Antigono; ma passato con una nave in Creta, che da una guerra civile era oppressa, fu stabilito per capitano de' mercenarj. Ritornato in Megalopoli, fu subito scelto dagli Achi per comandare la cavallera, e mostr essere i pi bravi de' Greci nel combattere a cavallo gli Achi, e quelli, che erano insieme con loro schierati. E combattendo intorno al fiume Lariso contro gli Eli, e le truppe Etolie, venute per la consanguineit in soccorso degli Eli, primieramente uccise di sua propria mano Damofanto che era il Capitano della cavalleria nemica, e quindi tutta l'altra cavalleria degli Etoli, e degli Eli fu da lui messa in rotta.
 CAPO CINQUANTESIMO
Filopemene muta le armi degli Achi - Battaglia presso Mantina - Corre pericolo di essere ucciso dai sicarj speditigli contro da Filippo di Demetrio - Sue imprese contro Nabide.
1. Riposando gli Achi sopra di lui, e sommamente stimandolo, cangi l'armatura ai loro soldati d'infanteria. Imperciocch portando aste assai piccole, e sendo gli scudi loro pi lunghi, simili a quelli de' Celti, e de' Persiani, essi furono da lui persuasi a rivestirsi di corazze, coprirsi coi gambali, ed inoltre a servirsi di scudi Argolici, e delle aste.
2. Insorto in Lacedemone a tiranneggiare Macanida, ed avendo gli Achi di nuovo attaccata la guerra contro i Lacedemonj, e Macanida, Filopemene fu capitano degli Achi: datasi presso Mantina la battaglia, le truppe leggiere dei Lacedemonj vinsero gli Achi armati alla leggiera, e datisi questi alla fuga, furono da Macanida inseguiti. Filopemene per avea fatto colla falange piegare i fanti Lacedemonj armati alla greve, ed incontratosi con Macanida, che dall'inseguire si ritirava, lo uccise. I Lacedemonj sendo stati nella battaglia infelici, ebbero una felicit maggiore nella rotta, sendo divenuti liberi dal tiranno.
3. Non molto dopo mentre gli Argivi celebravano le feste Nemee fu Filopemene presente al combattimento dei suonatori di cetra. Allorch Pilade Megalopolita di origine, uno de' pi approvati suonatori di cetra del tempo suo, che avea riportato la vittoria Pitica, e che cantava allora l'aria di Timoteo Milesio i Persiani, ebbe incominciato la canzone
Tu che alla Grecia preparasti un grande
Di libert ornamento:
si rivolsero gli occhi di tutti i Greci a Filopemene, e coi battimenti di mani indicarono, che a lui riferivano il cantico. Un'altra cosa simile sento, che a Temistocle in Olimpia accadesse: imperciocch in onore di Temistocle levossi tutta la gente, che era nel Teatro di Olimpia.
4. Ma Filippo di Demetrio Re de' Macedoni, quegli, che avea ucciso anche Arato Sicionio col veleno, mand persone in Megalopoli, ordinando loro di spegnere Filopemene: avendo fallito il suo colpo fu da tutta la Grecia odiato. I Tebani, superati in battaglia i Megaresi, e saliti gi sulle mura di Megara, ingannati dai Megaresi, che veniva nella loro citt Filopemene, in tanto timore vennero, che abbandonata l'azione della guerra si ritirarono nel loro paese.
5. In Lacedemone insorse un novello tiranno, Nabide, il quale assal prima degli altri Peloponnesj i Messenj: venuto sopra di loro di notte tempo, mentre quelli non temevano affatto l'invasione, prese, ad eccezione della cittadella, la loro citt: pervenutovi per l'indomane Filopemene con l'armata, usc Nabide a patti da Messene. Filopemene, come fu finito il tempo del suo comando, ed altri Achi furono scelti in suo luogo, di nuovo pass in Creta, e soccorse i Gortinj oppressi dalla guerra. Ma arrabbiatisi gli Arcadi per la sua partenza, ritorn Filopemene da Creta, e si trov, che i Romani aveano intrapreso contro Nabide la guerra. Avendo i Romani allestito una flotta contro di Nabide, Filopemene volle, per l'ardore, che l'animava, aver parte nel combattimento: ma come colui, che era affatto inesperto del mare, non si avvide di essere salito sopra una galea fragile, cosicch s ai Romani, che agli altri alleati vennero in mente i versi, che Omero nel catalogo delle navi cant del non conoscere gli Arcadi il mare. Non molti giorni dopo la battaglia navale, Filopemene, e il drappello, che lo seguiva, avendo osservato una notte oscura, arsero il campo de' Lacedemonj in Gizio. Allora Nabide sorprese in un luogo difficile Filopemene, e tutti gli Arcadi, che erano con lui, i quali erano bravi nelle cose di guerra, ma pochi di numero. Filopemene in buon ordine men indietro la sua schiera, e fattale voltar fronte, fece, che i luoghi pi forti fossero suoi, e non de' nemici: dove avendo nella pugna superato Nabide, ed ucciso nella notte molti Lacedemonj, sal viemaggiormente in gloria presso de' Greci. Dopo questo avendo Nabide ottenuto dai Romani una tregua per un tempo stabilito, fu priach finisse la sospensione delle armi, da un Calidonio morto, che era andato presso di lui sotto pretesto dell'alleanza; ma nemico nel fatto, e mandato per questo stesso motivo dagli Etolj.
 CAPO CINQUANTESIMOPRIMO
Continuazione delle gesta di Filopemene, e sua morte.
1. Filopemene sendo in questo tempo entrato in Isparta costrinse i Lacedemonj ad entrare nella Lega Acaica. Non molto dopo, Tito Generale de' Romani, che erano nella Grecia, e Diofane di Dio Megalopolita, scelto allora per regolare gli Achi, andarono contro Lacedemone, accusando 1 Lacedemonj di macchinare novit contro i Romani. Filopemene per, comech fosse allora privato, chiuse loro le porte. I Lacedemonj per questa cosa, e per quelle, che contro ambo i tiranni loro avea osato gli dierono la casa di Nabide, ed una somma maggiore di cento talenti. Disprezz egli il denaro, ed esort i Lacedemonj ad accattivarsi colle largizioni in sua vece quelli, che nella lega degli Achi erano presso la moltitudine potenti: dicono, che volesse indicar Timolao. Fu poi un'altra volta creato Capitano degli Achi. Allora sendo i Lacedemonj in una sedizione intestina venuti, cacci trecento cittadini, che erano stati specialmente causa della sedizione, e tremila Eloti vend: disfece le mura intorno a Sparta, ed ingiunse a quelli nella pubert di non fare le cose dalle leggi di Licurgo stabilite, ma di esercitarsi siccome i giovanetti Achi: i Romani per doveano rendere a costoro la nazionale loro educazione. Sendo stato vinto Antioco discendente da Seleuco Nicatore, e l'esercito de' Siri, che lo seguiva, da Manio, e dai Romani alle Termopili, ed esortando Aristeno Megalopolita gli Achi a lodare tutto ci, che ai Romani fosse piaciuto, e a non opporsi in nulla, Filopemene si rivolse con isdegno ad Aristeno, e gli disse, che egli accelerava co' suoi detti il fato della Grecia. E volendo Manio ricevere gli esuli Lacedemonj gli si oppose nel parere: itosene colui, allora fece ritornare gli esuli in Isparta.
2. Dovea in vero la pena del suo orgoglio opprimere anche Filopemene. Imperciocch come egli fu allora per la ottava volta creato Capitano degli Achi, vituper un personaggio non oscuro, di essersi lasciato prendere vivo dai nemici: e perciocch gli Achi aveano allora contro i Messenj un'accusa, mand Filopemene Licorta coll'armata per guastare il paese de' Messenj. Egli stesso tre giorni dopo, comech oppresso da una gran febbre, ed in et di pi di 70. anni, si affrett tuttavia di aver parte con Licorta nell'azione, e condusse fra cavalli, e soldati armati di pelta sessanta uomini. Licorta adunque, e l'esercito, che lo seguiva se ne tornarono allora a casa senza avere nulla di grande contro i Messenj, operato, e senza aver essi nulla sofferto: Filopemene poi (imperciocch era stato nella pugna ferito nel capo, ed era caduto di cavallo) vivo fu condotto in Messene. Raccoltisi in adunanza i Messenj furono di gran lunga discrepanti in parere: Dinocrate, e tutti quelli de' Messenj, che erano per ricchezze potenti, consigliavano ad uccidere Filopemene: quelli poi del popolo somma diligenza ponevano perch fosse lasciato in vita, nomandolo pi che padre di tutta la nazione Greca. Ci non ostante Dinocrate, bench contro il volere de' Messenj, dovea dar la morte a Filopemene mandandogli il veleno. Non molto dopo Licorta avendo dall'Arcadia, e dagli Achi una possente oste raccolto and contro Messene. E subito il popolo de' Messenj si un agli Arcadi, e movendo l'accusa della morte data a Filopemene, presi tutti gli altri ad eccezione di Dinocrate pagarono la pena: Dinocrate poi di sue proprie mani si tolse la vita, e gli Arcadi portarono le ossa di Filopemene in Megalopoli.
 CAPO CINQUANTESIMOSECONDO
Catalogo di parecchi uomini grandi della Grecia - Iscrizione della statua di Filopemene.
1. Dopo questo la Grecia cess di produrre uomini grandi. Imperciocch Milziade di Cimone, che super in battaglia i barbari, che erano in Maratona discesi, e diresse la flotta contro il Persiano, fu il primo a rendere benefcj in comune a tutta la Grecia, e Filopemene di Craugide l'ultimo. Quelli, che prima di Milziade luminose azioni aveano operato, Codro di Melanto, Polidoro Spartano, Aristomene Messenio, ed altri se vi furono, sembra, che abbiano giovato ciascuno alle loro patrie, e non alla Grecia insieme raccolta. Dopo Milziade, Leonida di Anassandride, e Temistocle di Neocle scacciarono di Grecia Serse, questi con ambedue le battaglie navali, e Leonida nel combattimento alle Termopili. Aristide di Lisimaco poi, e Pausania di Cleombroto, che nella battaglia di Plata fu Capitano, non poterono essere nomati Benefattori della Grecia, quest'ultimo pe' suoi delitti, ed Aristide perch impose tributo ai Greci, che abitavano le isole: prima di Aristide tutta la nazione de' Greci era esente da' tributi. Santippo di Arifrone, e Cimone, quegli distrusse insiememente con Leotichide Re di Sparta la flotta Persiana a Micale, e Cimone molte azioni degne di emulazione oper per i Greci. Quelli della guerra Peloponnesiaca contro gli Ateniesi, specialmente i pi illustri potrebbero dirsi assai propriamente avere disfatto, e sommerso la Grecia. La nazione Greca cos malmenata fu da Conone di Timoteo, e da Epaminonda di Polimnide ristorata: quello cacciando dalle isole, e da tutti i luoghi alla marina propinqui, ed Epaminonda dalle citt discoste dal mare i presidj, e gli Armosti de' Lacedemonj, ed abolendo il dominio de' dieci. Epaminonda poi rese pi illustre la Grecia con citt non oscure, quali furono Messene, e Megalopoli. Io credo, che Leostene, ed Arato siano anche essi stati Benefattori di tutta la Grecia; quegli colle navi ricondusse in Grecia, sebbene contro il volere di Alessandro, i soldati mercenarii Greci in numero di circa cinquantamila, che nel mare erano discesi per militare fra i Persiani. Le gesta di Arato furono dal mio ragionamento sopra i Sicionj dimostrate.
3. Sopra Filopemene in Tegea leggesi la inscrizione seguente:
Del bellicoso Arcade la gloria
E la virtute per la Grecia splende
Filopemene dico, que' che molte
Oper imprese colla mano, e molte
Col senno suo; seguillo invitta gloria
Quando ei condusse l'asta; a voi son prova
I Trofei sopra i due Tiranni eretti
Della indomita Sparta, egli le tolse
La gi crescente schiavit sovrana.
Per queste opre Tegea di Craugi il figlio
Magnanimo qui eresse, fondatore
Di libertate non soggetta a morte.
Questa  adunque la inscrizione, che vi si legge.
 CAPO CINQUANTESIMOTERZO 
Altri Monumenti di Tegea.
1. Dicono i Tegeati di avere eretto le statue ad Apollo Agio per la seguente cagione. Narrano, che Apollo, e Diana per tutte le regioni punivano quegli uomini, che niuna cura si presero di Latona, la quale andando errando mentre era incinta, era in quel paese arrivata; come nel paese de' Tegeati ancora vennero que' numi, ivi Scefro figlio di Tegeata accostatosi ad Apollo in segreto parlogli contro Leimone istesso: era costui uno de' figli di Tegeata, il quale sospettando, che potesse contenere un'accusa contro di se quello, che era stato detto da Scefro, correndo contro del fratello l'uccise. Ma saettato da Diana pag Leimone subito la pena della uccisione: Tegeata adunque, e Mera sagrificarono subito ad Apollo, e Diana; dopo da una forte sterilit, sendo il paese assalito, venne da Delfo l'oracolo di piangere Scefro. E fra le cose, che nella festa di Agio fanno in onore di Scefro, la sacerdotessa di Diana insegue uno, come Diana stessa insegu Leimone.
2. Narrano poi, che i figli di Tegeata, che rimanevano, Cidone cio, Catreo, e Gortine volontariamente passarono ad abitare in Creta: e da questi dicono avere tratto il loro nome le citt di Cidonia, Gortinia, e Catrea. I Cretesi non si accordano col racconto de' Tegeati, e dicono Cidone nato di Acacallide figlia di Minosse, e Mercurio, Catreo di Minosse, e Gortine poi di Radamante. Circa a Radamante abbiamo in Omero ne' discorsi di Proteo a Menelao, che arriv Menelao al campo Elisio, e che prima ancora avea ivi abitato Radamante. Cinetone ne' versi cant, che Radamante fu figlio di Vulcano, Vulcano di Talo, e Talo di Crete. I racconti de' Greci sono nella maggior parte molto nelle genealogie discrepanti.
3. Quattro sono le statue di Agio che i Tegeati hanno, erette da ciascuna trib. Hanno le trib i nomi di Clareotide, Ippotoitide, Apolloneatide, ed Atenaide, e sono cos chiamate dalla sortizione, che fece del paese, Arcade ai figli, e da Ippotoo di Cercione. In Tegea havvi ancora il tempio di Cerere, e Proserpina, alle quali danno il soprannome di Fruttifere: vicino  Venere chiamata Pafia: fu questa eretta da Laodice, nata, siccome prima ho mostrato, di Agapenore, il quale fu condottiere degli Arcadi a Troja, ed essa abit a Pafo. Non lungi da questo sono due tempj di Bacco, l'ara di Proserpina, e il tempio di Apollo colla statua indorata: fu questa fatta da Cherisofo, Cretese di nascita, di cui non conosciamo n l'et in cui visse n il maestro. La lunga dimora di Dedalo in Cnosso presso Minosse form ai Cretesi nella scultura ancora de' simulacri di legno la gloria. Presso Apollo vedesi Cherisofo di marmo. Chiamano i Tegeati il focolare comune degli Arcadi, dove  la statua di Ercole: sulla sua anca vedesi espressa la ferita, che prima riport nella battaglia contro i figli d'Ippocoonte.
4. Il luogo alto, sul quale ancora hanno i Tegeati la maggior parte degli altari, di Giove Clario si appella:  manifesto, che un tal soprannome ebbe il Dio per la sortizione de' figli di Arcade. In questo stesso luogo celebrano i Tegeati una festa ogni anno, e dicono, che contro loro andarono i Lacedemonj nel tempo della festa, e (perciocch avea nevicato) quelli per il freddo sebbene coperti dalle armi erano afflitti: essi poi di nascosto loro accesero il fuoco, e come non furono pi dal freddo impediti messisi le armi indosso uscirono contro i Lacedemonj, e resisterono pi a lungo nella pugna.
5. Vidi in Tegea tutte queste altre cose ancora: la casa di Aleo, il monumento di Echemo, ed in una colonna rappresentata la pugna di Echemo contro Illo. Andando da Tega nella Laconia  a sinistra della via l'ara di Pane, e quella di Giove Lico: vi rimangono ancora le fondamenta di tempj. Queste are sono due stadj lontano dalle mura: avanzandosi pi oltre sette altri stadj  il tempio di Diana soprannomata Limnatide colla statua di ebano: lo stile del lavoro  quello dai Greci chiamato Eginese. Dieci stadj pi oltre sono sull'Alfo le rovine del tempio di Diana Cnateatide.
 CAPO CINQUANTESIMOQUARTO
 Alfo - Via da Tegea ad Argo - Monte Partenio.
1. Il confine del territorio de' Tegeati, e de' Lacedemonj lo fa l'Alfo: l'acqua di questo comincia in Filace, e non molto lungi dal territorio un'altra acqua v'imbocca che viene da sorgenti non molto grandi, ma in maggior numero: per questo il luogo ha avuto il nome di Simbola.
2. Sembra, che l'Alfo presenti sopra gli altri fiumi questa particolare natura, che spesso vuole sotto terra sparire, e di nuovo ricomparire. Partendo adunque da Filace, e dalla cos detta Simbola, si perde nella pianura Tegeatica: risorgendo in Asea, ed avendo mescolato le sue acque coll'Eurota, va un'altra volta sotto terra; risorto l dove gli Arcadi chiamano il luogo Pege, ed uscito presso il territorio Piso, ed Olimpia, sbocca di l da Cillene, arsenale degli Eli, nel mare. Neppure il mare Adriatico dovea impedirgli di andare innanzi: ma nuotando per quel pelago cos grande, e violento, si mostra in Ortigia davanti a Siracusa che  l'Alfo, e le acque sue con Aretusa communica.
3. La via retta che da Tegea mena a Tirea, e ai castelli che sono nella Tireatide ci porse da rammentare il monumento di Oreste di Agamennone: e dicono i Tegeati di averne di l sottratte le ossa uno Spartano: a' nostri giorni non era pi il sepolcro dentro le mura. Scorre nella via il fiume Gareata. Varcato il Gareata, ed avanzandosi dieci stadj,  il tempio di Pane, e presso di quello una quercia, sacra anche essa a Pane.
4. La via principale da Tegea ad Argo  sommamente atta ai carri. Sulla strada si trova primieramente il tempio, e la statua di Esculapio: dopo, deviando a sinistra uno stadio, si vede il tempio rovinato di Apollo Pizio, rovine in tutto. Nella via retta si trovano molte quercie, e nel bosco di esse  il tempio di Cerere detta in Coriteusi: vicino havvi un altro tempio di Bacco Mista.
5. Qu comincia il monte Partenio: in esso si mostra il recinto sacro di Telefo; ed ivi vogliono, che sia stato da una cerva allevato, allorch vi fu esposto bambino. Poco pi oltre  il tempio di Pane; ivi gli Ateniesi, ed i Tegeati dicono di accordo, che Pane apparisse a Filippide, e gli parlasse. D il Partenio testuggini buonissime per farne lire, e gli abitanti del monte temono sempre di prenderle essi stessi, e non permettono che gli stranieri le tolgano, perciocch sacre a Pane le credono. Superata la cima del monte, ne' terreni lavorati, sono i confini dei Tegeati, e degli Argivi, verso Isie in Argolide. Queste sono le parti del Peloponneso, le citt che in esse ritrovansi, e quello che in ciascuna citt merita di essere specialmente rammentato.
DESCRIZIONE DELLA GRECIA DI PAUSANIA.
 LIBRO NONO.
DELLE COSE BEOTICHE.
 CAPO PRIMO
La Beozia riceve il suo nome da Beoto - Storia di Platea, e vicende di questa citt.
1. Gli Ateniesi hanno nelle altre parti dell'Attica seco loro confinante la Beozia, e verso Eleutere i Plateesi. Tutta la nazione de' Beoti ebbe il nome da Beoto, che dicono essere figlio di Itono, e della ninfa Melanippa, ed Itono poi di Anfizione: le citt hanno i nomi da uomini, e pi sovente da donne.
2. I Plateesi sono a mio parere in origine indigeni; ebbero il nome come dicono da Platea, che credono essere stata figlia del fiume Asopo. Che ancora essi in origine fossero governati da Re  chiaro, conciossiach ne' tempi antichi erano per tutta la Grecia le monarchie, e non le democrazie stabilite. Dei loro Re non conoscono i Plateesi alcun altro, che Asopo, e prima di questo Citerone, che dicono, diede il nome al monte, come quello al fiume. E credo, che anche Platea, da cui fu la citt chiamata, fosse figlia del Re Asopo, e non del fiume. I Plateesi prima della battaglia, che gli Ateniesi diedero a Maratona non ebbero nulla, che li distinguesse: ma avendo avuto parte nel combattimento di Maratona, dipoi disceso Serse, ardirono ancora di salire insiememente cogli Ateniesi nelle navi, e respinsero nel loro paese Mardonio di Gobria Capitano di Serse.
3. Due volte convenne loro abbandonare la citt, ed essere di nuovo in Beozia condotti. Imperciocch nella guerra de' Peloponnesj contro gli Ateniesi presero i Lacedemonj Plata con assedio. Riedificata nella pace, che Antalcida Spartano fece per i Greci col Re de' Persiani, e ritornati i Plateesi da Atene, doveano essere questi da un secondo male assaliti. Apertamente non vi era guerra coi Tebani, ma i Plateesi affermavano, che per loro restava la pace, poich non avevano n con consigli, n con fatti avuto parte nella occupazione, che i Lacedemonj aveano fatto della Cadma. I Tebani mostrarono, che i Lacedemonj erano quelli, che aveano fatto la pace, e dipoi avendola essi infranta domandavano, che similmente per tutti fossero rotti i patti. Non essendo adunque i Plateesi senza sospetto per parte de' Tebani, con gran custodia tenevano la citt, e ne' campi che pi lontani erano dalla citt non vi andavano affatto per tutto il giorno: ma (perciocch credevano, che i Tebani tutti insieme come per lo passato usavano de' loro affari trattassero) osservavano il tempo delle loro adunanze, ed in quello quietamente alle loro cose attendevano anche quelli, che le estreme parti del territorio coltivavano. Neocle per, che era allora in Tebe Beotarconte (imperciocch non gli era ignota l'astuzia de' Plateesi) ordin, che ciascuno de' Tebani venisse all'adunanza insieme colle armi, e subito menolli non per la via retta, ma per quella del piano, e di Isie verso Eleutere, e l'Attica, dove non vi era neppure una spia, ed era per trovarsi sotto le mura di Platea verso il mezzod. I Plateesi credendo, che i Tebani tenessero l'adunanza erano dalle porte chiusi alla campagna. Fecero adunque i Tebani con quelli che erano rimasi dentro la convenzione, che prima del tramontare del Sole fossero dalla citt partiti, gli uomini portando seco loro una veste, e le donne due. Questa disgrazia fu totalmente a quella opposta, quando vennero presi per la prima volta da Archidamo, e dai Lacedemonj. I Lacedemonj gli assediarono, e con doppio muro serrandoli vietarono loro di uscire dalla citt: ed i Tebani allora togliendo loro la citt impedirono ad essi di entrar nelle mura. Avvenne la seconda presa di Plata tre anni prima della battaglia di Leuttri, sendo Arconte in Atene Asto. La citt fu dai Tebani disfatta intieramente ad eccezione de' templi: il modo della presa diede a tutti i Plateesi egualmente la salvezza, e scacciati dalla loro patria, di nuovo furono dagli Ateniesi accolti. Tosto che Filippo ebbe vinto a Cherona, ed ebbe introdotto in Tebe una guarnigione, facendo altre cose per abbattere i Tebani, i Plateesi ancora furono da lui ricondotti nella loro patria.
 CAPO SECONDO
Avanzi della citt d'Isie, ed Eritre - Sepolcro di Mardonio - Atteone - Sepolcro di quelli, che morirono nella giornata di Plata - Monumenti di Plata.
1. Nel territorio Plateide alle radici del Citerone, deviando un poco a destra dalla via retta, sono gli avanzi di Isie, e di Eritre. Furono un giorno citt dei Beoti, ed ora havvi ancora nelle rovine d'Isie un tempio non finito di Apollo, ed un pozzo sacro: anticamente, secondo ci, che dicono i Beoti, consultavano l'oracolo bevendo dell'acqua di questo pozzo.
2. Ritornando alla via principale, di nuovo a destra  quello, che dicesi essere il monumento di Mardonio. E che subito dopo la battaglia non pot trovarsi il cadavere di Mardonio  unanime il sentimento. N affermano chi il sepellisse; pare per, che Artonte figliuolo di lui, avendo fatto molti presenti a Dionisofane Efesio, e ad altri Jonj, non fu da questi trascurato, che Mardonio fosse sepolto. Questa via mena da Eleutere a Plata.
3. Quelli, che vengono da Megara hanno a destra una sorgente, e poco pi oltre un sasso: chiamano questo il sasso di Atteone, ed affermano, che quando egli era per la caccia spossato, sopra questo dormiva, e dicono, che nella sorgente vide Diana, che si lavava. Stesicoro Imero poi scrisse, che la Dea gli mise indosso una pelle di cervo, preparandogli pe' cani la morte, acciocch non avesse preso in moglie Semele. Io poi credo, che senza l'intervento di alcun Dio, i cani di Atteone fossero dalla malattia rabbiosa attaccati: infuriati, e non distinguendo pi alcuno, doveano lacerare chiunque avessero incontrato. In qual parte del Citerone avvenisse la disgrazia a Penteo di Echione, ovvero dove esposero Edipo appena nato, niuno il conosce, come conosciamo la strada tagliata, che mena verso i Focesi, nella quale Edipo uccise il padre. Il monte Citerone  sacro a Giove Citeronio; ma queste cose saranno da me pi a lungo trattate, quando il mio ragionamento vi sar pervenuto.
4. Verso l'ingresso in Platea, sono i sepolcri di coloro, che contro i Persiani combatterono: gli altri Greci adunque hanno un monumento comune: ma quelli de' Lacedemonj, e degli Ateniesi, che caddero in quella giornata, hanno i sepolcri in particolare, e sopra di questi si leggono elegie di Simonide. Non lungi dal comune sepolcro de' Greci  l'ara di Giove Eleuterio: il monumento comune  di bronzo: di marmo bianco fecero l'ara, e la statua di Giove. Vi celebrano anche oggi ogni cinque anni i giuochi Eleuterj, ne' quali si propongono grandissimi premj pel corso, e corrono armati davanti all'altare. Il trofeo, che alla battaglia di Platea dedicarono i Greci,  quindici stadj lontano dalla citt.
5. Nella citt stessa, avanzandosi dall'ara, e dalla statua fatta in onore di Giove Eleuterio,  l'Eroo di Plata. Io ho di gi esposto quello, che di costei si dice, e quali cose s'inventano. I Plateesi hanno il tempio di Giunone degno di essere veduto per la grandezza, e per l'ornamento delle statue. Entrando in esso, vedesi Rea, che porta a Saturno la pietra involta, come il fanciullo, che avea partorito: Giunone  da loro chiamata Tela, e la statua  assai grande, ritta in piedi: sono ambedue di marmo pentelico, ed opere di Prassitele. Ivi Callimaco fece un'altra statua di Giunone assisa: chiamano la Dea Ninfevomene per il seguente racconto.
 CAPO TERZO
Narrazione sopra Giunone Ninfevomene - Statue dette Dedale - Antro Sfragidio.
1. Dicono adunque: Giunone per non so quale motivo contro Giove sdegnata, ritirossi nell'Euba: Giove non avendo potuto persuaderla, venne presso Citerone, che regnava in Platea, perciocch non era Citerone in accortezza inferiore ad alcuno. Costui adunque consigli Giove, che fatta una statua di legno, la portasse sopra un giogo di buoi bene coperta, e dicesse, che menava in moglie Platea di Asopo. Fece Giove secondo il consiglio di Citerone: Giunone l'ud subito, e tosto giunse; come si fu al carro appressata, ed ebbe lacerato le vesti della statua, conobbe l'inganno, avendovi trovato un simulacro di legno invece di una donna sposa; e cos con Giove pacificossi.
2. Per questa pace celebrano la festa Dedala, perch gli antichi chiamavano i simulacri di legno Dedale. E cos li appellavano a mio credere anche prima, che Dedalo di Palamaone in Atene nascesse; il quale dopo, secondo me, dalle statue Dedala ebbe il soprannome, e non dalla nascita il nome.
3. Celebrano adunque i Plateesi la festa Dedala ogni sette anni, come diceva l'erudito del paese: ma in verit in minor tempo, e non cos lungo. E volendo da una Dedala all'altra numerare con molta accuratezza il tempo, che vi passa fra mezzo, non ci fu possibile. Celebrano in questa guisa la festa: non lungi da Alalcomene havvi la selva pi grande, che sia in Beozia: ivi sono de' tronchi di quercie. Venuti i Plateesi in questa selva, mettono fuori de' pezzi di carne cotta: non v'ha gran numero di uccelli, altro che corvi, e perch questi vengono a loro, li osservano diligentemente, e guardano in quale albero vada ad assidersi quello, che la carne ha rapito: tagliato adunque l'albero, sopra il quale si asside, ne fanno un Dedalo: imperocch Dedalo appellano questo simulacro ancora.
4. Questa festa si celebra in particolare dai Plateesi, e la nomano la piccola Dedala: nella festa della gran Dedala poi, vi si uniscono a celebrarla anco i Beoti, e la fanno ogni sessanta anni: imperocch dicono essere durante questo tempo mancata la festa, quando i Plateesi furono esuli. Tengono pronti quattordici simulacri, preparati ogni anno nella piccola Dedala. Sono questi presi a sorte dai Plateesi, Coroni, Tespiesi, Tanagri, Cheroneesi, Orcomenj, Lebadesi, e Tebani. Imperciocch ancora questi vollero far pace coi Plateesi, ed essere a parte della lega comune, e mandare un sagrificio nella Dedala, quando Cassandro di Antipatro riedific Tebe. Tutte quelle piccole citt poi, che sono di minor conto, fanno pi di una societ insieme. Avendo ornato la statua presso l'Asopo, e postala sopra di un carro, mettono alla direzione della pompa una donzella pronuba; ed essi di nuovo tirano a sorte l'ordine, col quale debbono menare la pompa: quindi mandano i carri dal fiume alla cima del Citerone.  sulla sommit del Citerone di gi preparato un altare, che essi fanno in questo modo: adattando de' legni quadrati l'uno coll'altro, li compongono in guisa, come se un edificio di pietra facessero: innalzatolo assai, vi mettono sopra sarmenti. Le citt adunque, e i magistrati dopo aver ciascuno sagrificato una vacca a Giunone, ed un toro a Giove, ardono insieme sull'ara le vittime piene di vino, e di odori, ed i dedali: i privati ricchi poi, tutto ci, che sagrificano, l'ardono, e quelli, che non sono cos facoltosi, debbono le pecore pi magre sagrificare, ma insieme debbono ardere tutta la vittima: e con queste cose il fuoco attaccatosi all'ara la consuma intieramente; io vidi questa fiamma altissima, che innalzatasi si vede assai da lungi.
5. Di l dalla cima dove fanno l'altare, scendendo quindici stadj,  l'antro delle ninfe Citeronidi chiamato Sfragidio; e v'ha la tradizione, che ne' tempi pi antichi ivi le ninfe dessero oracoli.
 CAPO QUARTO
Tempio, e statua di Minerva Ara - Fiume Peroe - Avanzi di Scolo.
1. I Plateesi hanno il tempio di Minerva di soprannome Ara: fu questo edificato colle spoglie prese nella battaglia di Maratona, che gli Ateniesi divisero seco loro. La statua  un simulacro di legno dorato, colla faccia, e le estremit delle mani, e de' piedi di marmo pentelico: di grandezza non  molto inferiore a quella di bronzo nella cittadella, ancora essa dedicata dagli Ateniesi per primizie della battaglia di Maratona. Fidia poi fece ai Plateesi pure questa statua di Minerva. Nel tempio sono delle pitture, di Polignoto  Ulisse, che ha ucciso i Proci; e di Onata  la prima spedizone degli Argivi contro di Tebe. Queste pitture sono nelle pareti del pronao. Ai piedi della statua giace la immagine di Arimnesto. Arimnesto comand i Plateesi nella battaglia contro Mardonio, ed anche prima in quella di Maratona.
2. Havvi ancora in Platea il tempio di Cerere di soprannome Eleusinia, ed il monumento di Leito; questo Leito fu il solo de' concittadini, che menarono contro Troja i Beoti, il quale ritornasse a casa. Il fonte Gargafia fu da Mardonio, e dalla cavalleria Persiana riempito, perch l'esercito de' Greci, che gli stava incontro, ne bevea: dopo i Plateesi lo ripristinarono.
3. Andando da Platea a Tebe trovasi il fiume Peroe: dicono, che Peroe fu figlia dell'Asopo. Prima di passare l'Asopo, deviando sotto, presso lo stesso letto, dopo quaranta stadj di cammino, sono le rovine di Scolo; fra le rovine havvi il tempio di Cerere, e Proserpina non finito, e le statue stesse delle Dee non sono fatte, che per met. Anche oggi l'Asopo divide dal territorio Tebano la Plateide.
 CAPO QUINTO
Storia di Tebe.
1. Dicono, che primieranente gli Ecteni abitassero il territorio Tebano, e che fosse loro Re Ogigo uomo indigeno: e da costui molti poeti danno a Tebe il soprannome di Ogigia. Ed affermano, che questi Ecteni morirono di peste, e che dopo loro ad abitare nel paese vennero gli Janti, e gli Aoni, di schiatta Beotica io credo, e non forastieri. Sopraggiunto Cadmo, e l'esercito de' Fenici, sendo rimasi vinti nella pugna gli Janti, nella notte seguente sen fuggirono: agli Aoni poi divenuti supplici fu da Cadmo permesso di restare, e mescersi coi Fenici. Gli Aoni adunque abitavano per le castella divisi, e Cadmo edific la citt, che anco ai d nostri Cadma addimandasi. Cresciuta la citt ne venne, che Cadma diventasse la cittadella di Tebe sotto di essa edificata. Cadmo fece un illustre matrimonio, se come dicono i Greci, ottenne in isposa la figlia di Venere e Marte: e le figlie sue furono celebri, Semele di partorire di Giove; ed Ino di essere Dea marina. Sotto Cadmo, moltissimo dopo di lui, furono potenti gli Sparti, Ctonio, Iperenore, Peloro ed Udo: Echione poi perch agli altri in valore precedeva fu da Cadmo stimato degno di essere suo genero. Questi uomini (sendo che non ho potuto nulla su di loro trovare) seguendo la favola, Sparti furono nomati dal modo onde nacquero. Sendosi Cadmo trasferito fra gl'Illirj, e di questi fra i cos detti Enchelei, Polidoro di Cadmo ebbe il regno.
2. Penteo di Echione era anche egli possente, e per la chiarezza de' natali, e per l'amicizia del Re: ma sendo nel rimanente divenuto beffatore, ed empio verso Bacco, n'ebbe dal Dio la dovuta pena. Di Polidoro nacque Labdaco, il quale fu dal padre quando mor, lasciato fanciullo. Pose adunque Polidoro il figlio, ed il regno sotto la tutela di Nitteo. Quello, che segue del racconto, lo ha di gi mostrato la mia storia Sicionia, cio come Nitteo mor, e come la cura del pupillo, e il governo de' Tebani pass a Lico fratello di Nitteo. Lico rimise il regno nelle mani di Labdaco quando egli fu adulto, e sendo Labdaco non molto dopo morto, egli fu di nuovo tutore di Laio, figliuolo di Labdaco.
3. Mentre Lico era per la seconda volta divenuto tutore, vennero nel paese, avendo raccolta una armata, Anfione, e Zeto. E quelli che aveano cura, che non restasse in avvenire oscura la stirpe di Cadmo, involarono Laio: Lico rimase vinto in battaglia dai figli di Antiope. Questi pervenuti al trono aggiunsero alla Cadma la citt di sotto, e le diedero il nome di Tebe per la parentela, che con Tebe aveano. Serve di prova al mio racconto Omero ancora nella Odissa:
Che i primi edificaro l'alma Tebe
Di sette porte, e la cinser di torri
Poich sebbene per fortezza invitti
Senza torri abitarla lor non lice.
4. Che Anfione cantasse, e edificasse le mura colla lira, Omero non ne fece menzione ne' versi suoi. Anfione riport nella musica gloria, avendo per la parentela di Tantalo appreso gli armoniosi suoni de' Lidj presso di loro stessi, e alle antiche quattro corde ritrovate tre altre. Quegli, che i versi sopra Europa, fece, afferma, che Anfione primieramente us la lira ammaestrato da Mercurio. Poet ancora, che cantando condusse dietro a se le pietre, e le belve. Mirone Bizantino, che fece versi e elege, dice, che prima Anfione eresse a Mercurio un'ara, e sopra questa da lui ricevette la lira. Si narra ancora, che Anfione sia nell'inferno punito per le bestemmie, in cui anche egli contro Latona, ed i figli proruppe. Circa il punimento di Anfione  questo nella poesia Miniade, dove in comune di Anfione, e di Tamiri il Trace parla.
4. Siccome poi la casa di Anfione e Zeto, quella del primo fu dalla pestilenza desolata, e la moglie di Zeto per un nocumento recatole gli uccise il figlio, e Zeto istesso per lo dolore mor, quindi i Tebani menarono Laio al trono. Mentre costui regnava, avendo in moglie Giocasta, ricev da Delfo l'oracolo, che avrebbe avuto dal figlio suo la morte, se alcuno mai ne avesse Giocasta partorito. Esso espose perci Edipo, il quale dovea pure un giorno uccidere il padre quando fosse cresciuto: questi sposossi ancora colla madre. Io non credo per, che ne avesse figli, allegando in testimonio Omero, che nella Odissa cant:
La bella madre d'Edipo, Epicasta
Vidi, cui l'ignoranza della mente
Port a delitto grave, unendo seco
Il figlio suo che dopo spento il padre
Fu sposo: ma inaudito ed improvviso
Mostrar portento all'uom mortale i Numi.
Come adunque fecero un inaudito, ed improvviso portento, se Edipo ebbe da Giocasta i quattro figli, che avea avuti da Eurigana di Iperfante? Lo mostra anche colui, che fece i versi, che Edipodj nomano; ed Onata dipinse in Platea Eurigana con volto triste per la pugna de' figli.
6. Polinice poi sendo ancora vivo e regnante Edipo usc di Tebe per timore, che non si avverassero sopra di lui le maledizioni del padre. Giunto ad Argo, e presa in isposa la figlia di Adrasto, torn a Tebe chiamatovi da Eteocle dopo la morte di Edipo. Ritornatovi, venne in differenza con Eteocle, e cos per la seconda volta andonne esule. Ed avendo pregato Adrasto a dargli un'esercito, che lo riconducesse, perde l'armata; e combatt a solo con Eteocle, secondo la disfida: e combattendo morirono ambedue. Passando il regno a Laodamante di Eteocle, Creonte di Meneceo lo govern, come tutore del fanciullo.
7. Cresciuto Laodamante, e tenendo il regno, fu allora, che gli Argivi portarono per la seconda volta l'esercito contro Tebe. Sendosi i Tebani contro i nemici presso Glisante attendati, come vennero alle mani, Laodamante uccise di sue mani Egialeo figlio di Adrasto. Ma restati superiori gli Argivi, Laodamante con quelli Tebani, che vollero seguirlo ritirossi nella vegnente notte in Illiria. Gli Argivi presa Tebe, la consegnarono a Tersandro di Polinice. Allorch coloro, che andarono con Agamennone contro Troja si smarrirono nella navigazione, e soffrirono la rotta in Misia, allora anche Tersandro, bench nella battaglia pi valoroso degli altri Greci si fosse mostrato, fu da Telefo morto: ed il suo sepolcro si vede andando alla pianura del Caico, nella citt di Ela, cio una pietra allo scoperto nel foro: ed i nazionali dicono di fargli i funerali.
8. Morto Tersandro, e raccoltasi per la seconda volta la flotta contro Alessandro e Troja scelsero per principe Peneleo: perocch non era ancora in et abile a regnare Tisameno di Tersandro. Morto Peneleo da Euripilo di Telefo, crearono Re Tisameno figlio di Tersandro e di Demonassa di Anfiarao. Tisameno non ebbe sopra di se lo sdegno delle Furie di Laio, e di Edipo, ma il figlio suo Autesione, cosicch portossi ad abitare presso i Dorj per l'oracolo ricevuto. Sendo Autesione partito, scelsero perci in Re Damasittone di Ofelta di Peneleo. Di questo Damasittone nacque Tolomeo, e di costui Xanto, il quale in duello fu da Andropompo con inganno, e senza giustizia spento. Dopo quel tempo sembr meglio ai Tebani di essere da pi governati, che dipendere in tutto dal volere di un solo.
 CAPO SESTO
Guerre de' Tebani, e loro calamit.
1. Circa alle fortune da loro in guerra ne' combattimenti provate, e ci che diversamente passossi, ecco quanto ho di pi illustre trovato. Furono essi superati in battaglia dagli Ateniesi, accorsi in difesa di quelli di Platea quando essi doverono fare oltre i contini del territorio Tebano la guerra. Furono per la seconda volta rotti allorch si schierarono contro gli Ateniesi presso Platea, quando parve loro di abbracciare il partito di Serse invece di quello delle nazioni Greche. Questa non fu colpa del comune loro, perch allora era in vigore in Tebe una Oligarchia, e non il patrio governo. Se adunque mentre ancora in Atene tiranneggiavano i figli di Pisistrato fosse venuto contro la Grecia il barbaro, non v' modo onde gli Ateniesi avessero potuto evitare l'accusa di essere del partito Persiano. Finalmente i Tebani ancora ottennero contro gli Ateniesi una vittoria a Delio de' Tanagri, e vi cadde estinto Ippocrate di Arifrone Capitano degli Ateniesi insieme colla maggior parte de' suoi. I Lacedemonj subito dopo la partenza del Persiano fino alla guerra de' Peloponnesj contro gli Ateniesi furono con Tebe in buona armonia. Ma terminatasi quella guerra, e distrutta la flotta degli Ateniesi, i Tebani entrarono non molto dopo insiememente coi Corintj nella guerra contro i Lacedemonj. Vinti nella pugna presso Corinto, ed in Cherona, riportarono essi dal canto loro in Leuttri la vittoria pi illustre di quante conosciamo avere i Greci sopra Greci ottenute; e fecero cessare il governo de' dieci, che i Lacedemonj aveano nelle citt stabilito, e cacciarono gli Armosti Spartani. Dopo per dieci anni sostennero continuamente la guerra Focese, che dai Greci Sacra si appella.
2.  stato di gi nell'Attica narrazione da me affermato, che la rotta di Cherona fu una disgrazia per tutti i Greci: ma pi si fece sentire ai Tebani, ai quali fu ancora messa una guarnigione nella citt. Morto Filippo, e venuto il regno de' Macedoni ad Alessandro, venne in mente ai Tebani di scacciare il presidio. Avendo eseguito questo pensiere, subito il nume indic loro l'eccidio imminente, e nel tempio di Cerere Tesmofora si videro segni contrarj a quelli, che l'azione di Leuttri aveano preceduto. Imperciocch allora i ragnateli tesserono una tela bianca alle porte del tempio, e nell'assalimento di Alessandro, e de' Macedoni nera la fecero. Si narra pure, che un'anno innanzi che la guerra di Silla attirasse sugli Ateniesi grandi calamit, piovesse loro della cenere.
 CAPO SETTIMO
Ristaurazione di Tebe fatta da Cassandro - Sciagure de' Tebani nella guerra Sillana.

1. I Tebani scacciati allora da Alessandro, e rifuggiatisi in Atene furono poi da Cassandro di Antipatro ricondotti. Per la riedificazione di Tebe si mostrarono pi degli altri impegnati gli Ateniesi: vi concorsero ancora i Messenj, e quelli degli Arcadi, che Megalopoli occupavano.
2. Mi sembra poi, che Cassandro edificasse Tebe in odio specialmente di Alessandro; ed infatti egli si accinse a distruggerne affatto la casa, dando Olimpiade nelle mani di que' Macedoni, che erano contro lei adirati, perch la lapidassero, e mettendo a morte col veleno i figli di Alessandro, Ercole da lui avuto da Barsina, ed Alessandro da Rossane. Ma neppure egli fin bene i suoi giorni; imperciocch si riemp di marcia, e mentre era ancor vivo gli nacquero nel corpo i vermi.
3. De' suoi figli, Filippo, che era il pi vecchio non molto dopo aver preso le redini del governo fu da una malattia etica privato di vita: Antipatro, che gli successe ammazz la sua madre stessa Tessalonica figlia di Filippo di Aminta, e di Nicasipoli: e la uccise accusandola di predilezione per Alessandro. Alessandro era il pi giovane dei figli di Cassandro, ed avendo chiamato Demetrio di Antigono distrusse per mezzo suo, e pun Antipatro: ma parve che egli il suo uccisore, e non l'alleato si fosse trovato. Un Dio adunque chiunque egli si fosse dovea punire Cassandro.
4. Sotto Cassandro fu ai Tebani riedificato l'antico recinto; ma faceva di mestieri, che anche dopo soffrissero grandi mali. Imperciocch i Tebani s unirono con Mitridate, che avea attaccato la guerra contro i Romani non per altro motivo, a mio credere, se non per amicizia del popolo Ateniese. Silla fatta una irruzione nella Beozia n'ebbero terrore i Tebani, e subito, considerata la cosa, mutarono sentimento, e di nuovo all'amicizia de' Romani si volsero. Nulladimeno Silla fece uso con loro del suo furore, ed altre cose trov per la rovina de' Tebani, e fra queste stacc da loro la met del territorio sotto questo pretesto. Quando cominci la guerra contro Mitridate, scarseggiava di denari: raccolse adunque i presenti da Olimpia, da Epidauro, e da Delfo (quelli che i Focesi vi aveano lasciati), e li divise all'esercito, e perci rese agli Dei per le ricchezze tolte la met del territorio Tebano. I Tebani ricuperarono dopo per grazia de' Romani il paese tolto loro; ma dopo quel tempo vennero in una estrema debolezza. La citt bassa a mio tempo era tutta diserta, ad eccezione de' templi: ed abitano la cittadella, che Tebe e non Cadma  chiamata.
 CAPO OTTAVO
Avanzi di Potnie - Luogo dove Anfiarao disparve - Porte di Tebe.
1. Passato l'Asopo, dieci stadj distante dalla citt si trovano le rovine di Potnie, e fra queste il bosco sacro di Cerere, e Proserpina. Le statue, che sono nel fiume, che scorre presso Potnie, chiamatisi le Dee. Nel tempo stabilito, fra le altre cose, che il rito loro ingiunge di fare, mandano nelle cos dette Case dei porci da latte. Questi nella vegnente stagione dell'anno dicono, che vanno a pascere in Dodona. Ne sia persuaso chi vuole. Ivi  ancora il tempio di Bacco Egobolo. Perocch sagrificando una volta al Dio vennero alle ingiurie per la ubbriachezza, in guisa, che uccisero anco il sacerdote di Bacco: uccisolo, furono subito da una pestilenza assaliti, e venne insieme loro da Delfo l'oracolo di sagrificare a Bacco un garzone bello: non molti anni dopo, dicono, che il Dio cangi la vittima in una capra invece del garzone. Si mostra in Potnie un pozzo ancora: dicono, che le cavalle del paese, che beono quest'acqua divengano furiose.
2. Andando da Potnie a Tebe, a destra della strada havvi un recinto non molto grande, ed in esso sono colonne: e credono, che qu si aprisse ad Anfiarao la terra, soggiungendo anche questo: che sopra queste colonne non siedono uccelli, e che l'erba, che ivi nasce non  mangiata, n dagli animali domestici, n dai selvatici.
3. I Tebani aveano nell'antico recinto delle mura sette porte, e rimangono anche oggi. Udii, che fu loro posto il nome, di Elettra sorella di Cadmo alle Elettre; alle Pretidi da una persona del paese: circa la et di questo Preto, ed i suoi antenati difficile mi fu poterla trovare. Le Neiti dicono essere state da questo cos nomate: chiamano Nete la pi acuta delle corde: di questa corda adunque, dicono essi, che Anfione sopra queste porte trovolla. Ho pure udito, che il figlio di Zeto fratello di Anfione ebbe il nome di Neite, e che da questo, Neide furono queste porte appellate. Le Crene, e le Altissime cos le chiamano per la seguente ragione: presso le Altissime havvi il tempio di Giove soprannomato Altissimo. Alle porte, che vengono dopo di queste, danno essi il nome di Ogigie, e le ultime Omoloidi sono chiamate: sembrami, che queste hanno il nome pi moderno, siccome le Ogigie il pi antico. Affermasi da loro, che le Omoloidi per la seguente ragione hanno quel nome: quando furono dagli Argivi nella pugna presso Glisante superati, allora la maggior parte se ne usc insieme con Laodamante di Eteocle: una porzione di questi annojossi del viaggio negl'Illirj e rivoltisi ai Tessali presero Omole il pi fertile monte della Tessaglia, e da acque irrigato: avendoli Tersandro di Polinice richiamati alle loro case, le porte, per le quali ritornarono dall'Omole, chiamarono Omoloidi. Venendo da Platea, si entra in Tebe per le porte Elettre: ed ivi dicono, che Capaneo di Ippono nel dare pi violento assalto alle mura fosse da un fulmine colto.
 CAPO NONO
Prima guerra degli Argivi contro Tebe - Guerra degli Epigoni - Versi sopra questa.
1. Questa guerra, che fecero gli Argivi, io credo, che sia pi degna di essere narrata di tutte quelle, che furono fatte da Greci contro Greci ai tempi de' cos detti Eroi. In quella infatti degli Eleusinj contro gli Ateniesi, e similmente in quella de' Tebani contro de' Minj, fu la invasione degli assalitori di piccolo cammino, ed in una sola battaglia venne la guerra decisa, e tosto accordi, e patti seguirono. Ma l'oste degli Argivi venne nel centro della Boezia dal centro del Peloponneso; ed Adrasto raccolse gli alleati dall'Arcadia, e dai Messenj. Similmente vennero presso i Tebani truppe mercenarie dai Focesi, e dalla regione Miniade i Flegj. Datasi la pugna presso l'Ismenio rimasero vinti nella mischia i Tebani, e datisi alla fuga, si ricoverarono nelle mura: e siccome i Peloponnesj non sapevano contro le mura combattere, dando gli assalti pi con furore, che con arte, i Tebani ne uccsero molti, dalle mura gittandoli, e dopo, fatta una sortita vinsero anco gli altri, che erano in disordine, cos che tutta l'armata, se eccettuare vogliamo Adrasto, vi fu morta. Ma questa azione non fu senza grave loro danno; e da questa venne, che quando si riporta una vittoria con gran perdita, Vittoria Cadma si appella.
2. Non molti anni dopo andarono insiememente con Tersandro contro di Tebe quelli, che i Greci chiamano Epigoni.  chiaro, che questi non furono seguiti solo dalla gente Argolica, dai Messenj, e dagli Arcadi, ma che furono chiamati alleati da Corinto ancora, e dai Megaresi: difesero anche i Tebani i circonvicini, e si diede da ambedue le armate presso Glisante una pugna molto ostinata. Dei Tebani altri subito che furono sconfitti insieme con Laodamante fuggirono: quelli, che rimasero con un assedio furono alla resa costretti.
3. Furono fatti su questa guerra ai Tebani de' versi ancora, de' quali venuto in memoria Caleno, disse, che Omero ne era l'autore; con Caleno credono lo stesso molti altri autori, e non oscuri. Io poi dopo la Iliade, e la Odissea, lodo specialmente questa poesia. E tanto basti per rammentare la guerra, che si fecero gli Argivi, e i Tebani per i figli di Edipo.
 CAPO DECIMO 
Monumenti presso Tebe - Fonte di Marte.
1. Non lungi dalle mura havvi un cemeterio: ivi sono sepolti tutti coloro, che morirono combattendo contro Alessandro, e i Macedoni. Poco lontano mostrano il luogo dove dicono (se voglia credersi), che avendo Cadmo seminato i denti del dragone da lui ucciso presso il fonte, la terra fece dai denti sorgere uomini.
2. A destra delle porte  un colle sacro ad Apollo: s il colle, che il Dio si chiamano Ismenio, sendo bagnate le radici di esso dal fiume Ismenio. Primieramente havvi nell'ingresso una Minerva di marmo, ed un Mercurio chiamati Pronai: dicesi, che il Mercurio fosse fatto da Fidia, e la Minerva da Scopa: dopo viene il Tempio. La statua  di grandezza simile a quella di Branchide, e nulla differisce nella forma, cosicch chi abbia veduto l'una di queste, e ne abbia udito l'autore, non  gran sapienza nel veder l'altra il sapere, che  scultura di Canaco. Differiscono in questo solo, che quello di Branchide  di bronzo, e l'Ismenio  di cedro.
3. Ivi  una pietra, sulla quale dicono, che sedesse Manto di Tiresia:  questa posta avanti l'ingresso, ed ha anche oggid il nome di sedia di Manto. A destra del tempio, le immagini, che vi si vedono, dicono, l'una essere di Enioche, di Pirra l'altra, e che furono figlie di Creonte, il quale govern sendo tutore di Laodamante figlio di Eteocle.
4. Questo  quanto io so, che fassi anche oggi in Tebe ad Apollo Ismenio: fanno per sacerdote annuale un garzone, che sia di una casa ragguardevole, e ben fatto di corpo, e forte. Ha egli il soprannome di Laurifero, imperciocch portano i garzoni corone di foglie di alloro. Se adunque per tutti i Lauriferi v'abbia la legge similmente di dedicare al nume un tripode di bronzo, non posso dimostrarlo, ma io credo, che non sia per tutti una legge, sendo che non ve ne vidi molti. I pi ricchi adunque de' garzoni li dedicano. Il tripode, che  pi illustre per l'antichit, e per la gloria di chi lo ha dedicato  il dono di Anfitrione per Ercole Laurifero.
4. Pi in alto del tempio d'Ismenio potrai vedere la fonte, che dicono sacra a Marte, e che questi vi pose in custodia un dragone. Presso questa  il sepolcro di Caanto. Dicono, che Caanto fosse fratello di Melia, e figlio dell'Oceano, e che dal padre fosse spedito a cercare la sorella rapita. Avendo adunque trovato Apollo, che teneva Melia, e non avendogliela potuta torre, ard di mettere il fuoco al sacro recinto di Apollo (questo vien chiamato Ismenio), ed il Nume, siccome dicono i Tebani, saettollo: ivi  adunque il monumento di Caanto. Dicono, che ad Apollo nacquero di Melia due figli, Tenero, ed Ismenio: a Tenero diede l'arte divinatoria, ed il fiume ebbe il nome d'Ismenio. Non era invero neppure prima senza nome se Ladone chiamavasi, avanti che Ismenio di Apollo nascesse.
 CAPO UNDECIMO
Prosiegue la descrizione de' monumenti di Tebe.
1. A sinistra delle porte Elettre sono le vestigia di una casa, dove dicono avere abitato Anfitrione, fuggito per la morte di Elettrione da Tirinto: e fra le rovine si vede ancora chiaramente il talamo di Alcmena. Dicono, che ad Anfitrione lo facessero Trofonio, ed Agamede, e che su di esso fosse questa epigrafe:
Quando Anfitrion dov qui la consorte
Menare, Alcmena, scelse questo talamo
Che fer Trofonio Ancasio, ed Agamede. 
Questo  ci, che i Tebani dicono esservi scritto. Mostrano il monumento de' figli, che Ercole ebbe da Megara, non dicendo niente di somigliante sulla sua morte a quello, che Stesicoro Imero, e Paniasi ne' versi poetarono. I Tebani vi aggiungono queste cose ancora, che Ercole per la sua pazzia era per uccidere Anfitrione ancora, ma, che prima da una pietra percosso, fu dal sonno occupato, e che Minerva fu quella, che gli avea questa pietra scagliato, la quale appellano essi Sofronistere.
2. Ivi in bassorilievo sono scolpite immagini di donne, figure assai consumate dal tempo: queste dai Tebani vengono chiamate Farmacidi, le quali, secondo ci, che essi dicono, furono da Giunone mandate, onde servire d'impedimenti al parto di Alcmena, e trattennero ad Alcmena il partorire. Ma venne in mente ad Istoride figlia di Tiresia contro le Farmacidi l'astuzia di urlare in modo da essere udita da loro, come se Alcmena avesse partorito: cos queste ingannate se ne andarono, ed Alcmena partor. Ivi  l'Eraclo colla statua chiamata Promaco, di marmo bianco, opera di Senocrito, ed Eubio Tebani: l'antico simulacro di legno poi hanno pensato i Tebani, che fosse di Dedalo, ed anche a me parve cos.
3. Questo fu da Dedalo stesso, siccome si narra, dedicata, in contraccambio del benefizio ricevuto. Imperciocch quando fugg di Creta, sendosi fatto per se, e pel figlio suo Icaro navigli non grandi, ed inoltre avendo adattato alle barche delle vele, cosa in que' tempi ancora non trovata, onde avessero potuto avanzare il navigare della flotta di Minosse usando vento favorevole, allora adunque Dedalo salvossi, ma Icaro dirigendo la nave pi inespertamente, gli si rovesci: annegato, le onde lo portarono nell'isola di Pergamo, che non avea ancora alcun nome. Incontratovisi Ercole, riconobbe il cadavere, e lo sepell dove oggi ancora ha egli un tumulo non molto grande nel promontorio, che sorge sull'Ego: da quest'Icaro ebbe il nome l'isola, e il mare di quelle vicinanze.
4. Le sculture, che sono ne' frontespizj, che rappresentano la maggior parte de' cos detti dodici travagli, furono fatte ai Tebani da Prassitele: vi manca l'impresa contro gli augelli di Stinfalo, e come Ercole purg il territorio Elo; in vece di queste vi  espressa la lotta contro Anteo. Trasibulo di Lico, e quelli Ateniesi, che insieme con lui spensero la tirannia de' trenta (poich quando vi si accinsero, partirono di Tebe) dedicarono nell'Eraclo Minerva, ed Ercole, colossi in bassorilievo di marmo pentelico, opera di Alcamene. Contiguo a questo tempio di Ercole  il ginnasio, e lo stadio, anche essi col nome del Dio chiamati.
5. Di l dalla pietra Sofronistere  l'altare di Apollo soprannomato Spondio, ed  fatto colla cenere delle vittime: ivi  stabilita una divinazione dalle voci, che si odono, divinazione, che io so, de' Greci essere molto in uso presso que' di Smirne: conciossiach gli Smirni ancora abbiano sopra la citt fuori delle mura il tempio delle voci.
 CAPO DUODECIMO
Continua la descrizione di Tebe.
1. Sacrificavano i Tebani in origine ad Apollo Polio de' tori: una volta, celebrandosi la festa, si approssimava l'ora del sagrificio, e quei, che erano stati mandati a prendere il toro non venivano: laonde incontratosi a caso a passare un carro, sagrificarono essi al Dio uno de' buoi, e da quel momento hanno il rito di sagrificare buoi da lavoro. Si fa ancora da loro la narrazione, che partendo Cadmo da Delfo, servigli di guida nel viaggio pe' Focesi una vacca, la quale era di quelle comprate dai guardiani di Pelagonte: sopra ciascheduno de' fianchi della vacca vi era ancora un segno bianco, somigliante al cerchio della luna quando essa  piena. Facea di mestieri, che Cadmo, e l'esercito, che lo seguiva, ivi secondo l'oracolo del Nume abitassero, dove la vacca spossata era per inginocchiarsi: mostrano adunque questo luogo ancora, dove la vacca s'inginocchi.
2. Ivi a cielo scoperto  un'ara, e una statua, la quale dicono, che sia stata da Cadmo dedicata. Quelli, che credono essere Cadmo venuto nel territorio Tebano, Egiziano di nazione, e non Fenicio, hanno contro di loro il nome di questa Minerva, perch Siga secondo la lingua Fenicia, e non Saide secondo quella di Egitto  chiamata.
3. Dicono i Tebani, che in quella parte della cittadella, dove hanno oggi il foro, era ne' tempi antichi la casa di Cadmo: e mostrano gli avanzi del talamo di Armonia, e quello, che di Semele dicono:  questo fino a' nostri giorni ancora custodito, onde gli uomini non vi possano andare. Per quelli de' Greci, che ammettono la tradizione di avere le Muse nelle nozze di Armonia cantato,  sul foro il luogo, dove dicono, che le Dee cantassero. Si narra ancora, che cadesse insieme con un fulmine, che il talamo di Semele percosse, un legno ancora dal cielo: e dicono, che Polidoro avendo ornato questo legno di bronzo, lo chiamasse Bacco Cadmo. Vicino a Bacco  una statua, la quale fu fatta da Onassimede tutta piena di bronzo: il Cadmo poi fu lavorato dai figli di Prassitele.
4. Havvi pure la statua di Pronomo, il quale suon le tibie nel modo pi attrattivo per la moltitudine. Imperciocch aveano allora i suonatori di questo istrumento tre specie di tibie: con altre suonavano il modo Dorico: differenti erano quelle per la musica Frigia; e con altre il cos detto modo Lidio suonavasi. Pronomo adunque fu il primo, che immagin delle tibie ad ogni musica adattate, ed il primo fu, che cos differenti musiche colle stesse tibie suon. Narrasi ancora, che colla compostezza del volto, e col movimento del corpo sommamente dilettava i teatri: ed egli fece anche un cantico come un canto di saluto nell'arrivare a Delo, per i Calcidesi dell'Euripo. Questa statua adunque fu qu dedicata dai Tebani, e da Epaminonda di Polimnide.
 CAPO DECIMOTERZO
Imprese di Epaminonda fino alla battaglia di Leuttri.
1. Circa gli antenati, Epaminonda fu di una stirpe gloriosa, ma il padre suo per ricchezze era inferiore ad un mediocre Tebano: gli ammaestramenti nazionali furono da lui appresi con somma diligenza, e sendo ancora giovanetto frequent Lisi Tarentino di origine, ma che conosceva la filosofa di Pittagora Samio. Narrasi di Epaminonda, che quando i Lacedemonj facevano ai Mantineesi la guerra fu da Tebe spedito con altri in ajuto de' Lacedemonj: ivi con estremo pericolo salv Pelopida, che avea ricevuto ferite. Dopo ito Epaminonda in Isparta per ambasciadore, quando i Lacedemonj dissero di volere conchiudere la pace co' Greci, che di Antalcida si dice: allora Epaminonda fu da Agesilao richiesto, se i Tebani permetterebbero ai Beoti di giurare gli articoli della pace separatamente per ciascuna delle citt loro: non prima disse egli, o Spartano, che non abbiamo veduto giurare per ciascuna citt separatamente i vostri vicini.
2. Come adunque si era di gi attaccata la guerra fra i Lacedemonj e i Tebani, ed i Lacedemonj con un'armata composta de' loro, e degli alleati andarono contro i Tebani, Epaminonda con una porzione dell'esercito si attend sul lago Cefisside come se i Peloponnesj avessero di l dovuto fare la loro invasione. Cleombroto Re de' Lacedemonj si rivolse ad Ambriso dei Focesi, ed avendo ucciso Cherea, a cui era stato ordinato di guardare i passi, e gli altri Tebani, che erano con lui, passolli, e venne a Leuttri di Beozia: ivi tanto Cleombroto, che il comune de' Lacedemonj ebbero de' segni dal cielo. Erano i loro Re nell'uscire in campagna seguiti da bestiami per i sagrificj degli Dei, e per osservare gli auspicj prima dei combattimenti: erano le greggi guidate nel viaggio da capre, che i pastori chiamano Catoeadi. Allora adunque avendo i lupi assalito la gregge, le pecore non ne ebbero nocumento alcuno, ma le Catoeadi furono uccise.
3. Si disse, che sui Lacedemonj premeva lo sdegno delle figlie di Scedaso. Imperocch abitando Scedaso ne' contorni di Leuttri nacquero a lui le figlie Molpia, ed Ippo; queste sendo in et nubile pervenute furono violate da certi Lacedemonj, Paratemida, Frudarchida, e Partenio. Le vergini subito (sendo che non parve loro doversi la contumelia ricevuta sopportare) si strangolarono: Scedaso (poich ito in Isparta niuna giustizia avea ricevuto) ritornando a Leuttri si uccise da se. Allora adunque Epaminonda fece de' funerali a Scedaso, e alle figlie, e pregollo, che il combattimento non fosse stato tanto per la salute di Tebe quanto per la vendetta sua. I pareri de' Beotarconti non furono eguali, ma molto fra loro divisi, imperocch piaceva ad Epaminonda, a Malgide, e a Senocrate di affrettarsi a dare ai Lacedemonj battaglia; Damocle da poi, Damofilo, e Simangelo non permettevano di venire alle mani, ma consigliavano, che messe in salvo nell'Attica le donne, ed i fanciulli si preparassero ad un assedio. Cos erano divisi i sentimenti di sei; ma sendosi nel parere di quelli di Epaminonda, aggiunto il suffragio del settimo de' Beotarchi, che guardava allora lo sbocco del Citerone, (Branchillida era il suo nome), questi adunque sendosi, come fu al campo tornato, ad Epaminonda unito, tutti allora risolsero di decidere con una battaglia la guerra. Epaminonda sospettava di tutti gli altri Beoti, ma soprattutto de' Tespiesi: temendo pertanto di non essere nell'azione tradito, permise, che dal campo si ritirassero quelli, che voluto l'avessero. Ed i Tespiesi a turme partirono, siccome tutti gli altri Beoti, che covavano mal animo verso i Tebani..
4. Venuti alle mani, allora gli alleati de' Lacedemonj, come quelli i quali neppure prima erano contenti, mostrarono specialmente tutto il loro odio contro gli Spartani, non volendo restare nel posto, ma cedendo ovunque i nemici assaliti gli avessero. Ma fra i Lacedemonj stessi, e i Tebani era eguale la pugna, quelli per la esperienza antecedente, ed insieme vergognandosi di perdere la dignit di Sparta: i Tebani poi per la patria, e per le mogli, e pe' figli vedevano, che era imminente il pericolo. Ma tosto che gli altri Lacedemonj, che erano in carica, ed il Re stesso Cleombroto fu morto, allora gli Spartani come che afflitti, si videro forzati a non cedere. Perciocch era presso i Lacedemonj creduto sommamente infame il non far conto che il cadavere del Re fra i nemici restasse. I Tebani adunque ottennero la vittoria pi illustre di tutte quelle che i Greci sugli altri Greci riportarono: i Lacedemonj il giorno seguente pensarono di seppellire i morti, ed un araldo ai Tebani spedirono. Epaminonda come colui che sapea bene, che i Lacedemonj aveano per istinto di nascondere sempre le loro sciagure, disse, che concedeva il dare sepoltura ai morti, prima ai loro alleati, e dopo questi permetteva, che i Lacedemonj seppellissero i loro. Come adunque altri degli alleati non li tolsero affatto non essendone di loro morto veruno, e pochi furono quelli degli altri che erano periti, allora i Lacedemonj diedero sepoltura ai proprj, e di gi era stata sparsa la voce, che quelli che a terra giacevano erano tutti Spartani. De' Tebani, e de' Beoti, che rimasero, solo quarantasette uomini morirono, e de' Lacedemonj stessi pi di mille.
 CAPO DECIMOQUARTO
Continua la storia di Epaminonda fino all'accusa contro di lui, per avere commandato dopo essere scorso il suo tempo.
1. Epaminonda subito dopo la pugna avendo annunziato a tutti gli altri Peloponnesj di ritornare alle loro patrie, tenne rinchiusi in Leuttri i Lacedemonj; ma avendo sentito, che gli Spartani venivano dalla citt in gran numero verso Leuttri in soccorso dei loro, conced perci agli assediati ancora di andarsene sotto condizioni: e disse che era migliore per loro di trasportare la guerra dai Beoti a Lacedemone. I Tespiesi sospettando della nemicizia antica de' Tebani verso di loro, e della loro attuale fortuna, risolsero di abbandonar la citt, e di fuggire a Ceresso.  Ceresso un luogo forte nel territorio de' Tespiesi, in cui gi si erano ricoverati un altra volta in occasione della invasione de' Tessali. I Tessali allora come videro, che il prendere Ceresso, siccome tentavano, superava le loro speranze, andarono a Delfo a consultare l'oracolo, ed ebbero questa risposta:
Di Leuttri ombrosa e dell'Atesio suolo
E delle figlie sfortunate ancora
Di Scedaso infelice ho cura dove
Lagrimosa battaglia un giorno fia,
N de' mortali alcun potria pensarlo
Che quando virginale illustre prole
Perir faranno i Dorj; allorch il giorno
Fatal venuto fia, Ceresso allora
Presa sar, ma non per altra sorte.
2. Allora subito dopo avere cacciato i Tespiesi che si erano in Ceresso rifuggiati, Epaminonda affrettossi per gli affari del Peloponneso, siccome era anche dagli Arcadi ardentemente chiamato. Pervenutovi accolse volontieri per alleati gli Argivi, e di nuovo nell'antica citt raccolse i Mantineesi, che da Agesipoli erano stati sparsi per le castella. Ed avendo persuaso agli Arcadi di disfare tutte le piccole citt di Arcadia, che erano deboli, edific loro una patria in comune, che a' nostri giorni ancora Megalopoli si chiama. Intanto fin ad Epaminonda il tempo della sua Beotarchia, e v'era pena di morte per chi il principato avesse oltre il tempo ritenuto. Epaminonda adunque disprezzando la legge come non propria per le circostanze in cui era, continu a tenere la carica; e pervenuto coll'esercito presso Sparta, siccome Agesilao non condusse alla pugna i suoi, perci egli si rivolse alla edificazione di Messene: e de' Messenj di oggi  fondatore Epaminonda; ed ho gi dimostrato ci, che alla edificazione di Messene appartiensi.
3. In questo tempo gli alleati de' Tebani percorrevano qu e l sparsi il paese Laconico, e lo depredavano: questo fece risolvere Epaminonda a ricondurre in Beozia i Tebani: e come avanzatosi coll'armata trovossi presso Lecho, ed era per traversare i passi stretti, e difficili della strada, i Tebani furono assaliti da Ificrate di Timoteo coi peltasti, e con altre truppe Ateniesi. Epaminonda mise in fuga gli assalitori, ed arrivato presso la citt stessa di Atene, avendo Ificrate vietato agli Ateniesi di uscire a combattere, di nuovo si rimise in viaggio verso di Tebe.
4. Egli evit il giudizio di morte per avere continuato a ritenere il comando sendone il tempo finito: si dice, che quelli, che lo doveano giudicare non posero neppure lo squittinio.
 CAPO DECIMOQUINTO
Continua la storia delle imprese di Epaminonda fino alla sua morte.
1. Dopo questo Alessandro che regnava in Tessaglia con contumelia, e mala fede fra ceppi ritenne Pelopida, che presso di lui era ito, come presso di un uomo a lui benevolo in particolare, ed amico del comune de' Tebani. I Tebani adunque si mossero tosto per andare contro di lui, e scelsero per condottiere della spedizione Cleomene, e sotto il suo comando, che era allora Beotarco la posero: Epaminonda era allora fra i soldati ordinato. Avendo adunque l'armata di Cleomene passato le Termopili, Alessandro imboscatosi assalilla nelle gole. Come parve essere senza speranza la salvezza, perci il rimanente dell'esercito fece per suo condottiere Epaminonda, ed i Beotarchi gli cederono volontieri il comando. Alessandro non confid pi nella guerra, vedendo che i suoi nemici erano comandati da Epaminonda, e di sua volont liber Pelopida. Durante l'assenza di Epaminonda, cacciarono i Tebani dalla loro sede gli Orcomenj; credette Epaminonda una disgrazia la espulsione degli Orcomenj, e diceva che non si sarebbe mai osato questo dai Tebani, se egli fosse stato presente. Siccome non era stato alcuno scelto Beotarco, l'esercito de' Beoti giunse di nuovo nel Peloponneso, e ne' contorni di Lecho vinse in battaglia i Lacedemonj, ed insieme con loro i Pellenesi degli Achi, e quelli Ateniesi, che da Atene avea Cabria condotto. Era legge dei Tebani di rilasciare con riscatto tutti gli altri prigioni che prendevano; ma punivano di morte gli esuli Beoti. Avendo adunque Epaminonda preso Fubia piccola citt de' Sicionj, dove erano per la maggior parte gli esuli Beoti, dopo averli marchiati rimand quelli che vi prese, imponendo a ciascuno il nome di quella patria che gli venne in mente.
2. Come coll'esercito appressossi a Mantina allora vincitore fu da un cittadino Ateniese morto, ed in Atene nella battaglia di cavalleria  dipinto che l'uccide Grillo di Senofonte, di quel Senofonte, che ebbe parte nella spedizione di Ciro contro del Re Artaserse, e che ricondusse i Greci al mare.
4. Fragli altri versi elegiaci, che sulla statua di Epaminonda si leggono sopra di lui, vi sono ancora quelli, che dicono, come egli fu fondatore di Messene, e come i Greci ebbero per lui la libert: ecco quali sono i versi:
Pe' miei consigli alla superba Sparta
Son tarpate le penne e alfin Messene
Entro le mura i sacri figli accoglie:
Di torri coron Tebe colle armi
Megalopoli illustre, e le sue leggi
Grecia riacquista e libertate insieme.
Tutte queste cose adunque alla gloria di Epaminonda appartengono.
 CAPO DECIMOSESTO
Prosiegue la descrizione di Tebe.
1. Non lungi havvi il tempio di Ammone: la statua f dedicata da Pindaro ed  opera di Calamide. Mand Pindaro inni ancora presso gli Ammonj di Libia in onore di Ammone: a tempo mio in un cippo triangolare vi era quell'inno presso l'altare, che Tolomeo di Lago dedic ad Ammone. I Tebani dopo il tempio di Ammone hanno quello, che chiamano Auguratorio di Tiresia, e vicino  il tempio della Fortuna: porta essa Pluto fanciullo: siccome dicono i Tebani, le mani, ed il volto della statua furono fatti da Senofonte Ateniese, il resto  opera di Callistonice persona del paese. Saggio  il partito tirato da questi nel mettere Pluto nelle mani della Fortuna come se madre, o nudrice gli sia: n men saggio  quello preso da Cefisodoto: imperciocch egli fece agli Ateniesi la statua della Pace, che tiene Pluto.
2. Hanno i Tebani simulacri di Venere di legno cos antichi, che dicono essere doni di Armonia, e che furono fatti coi rostri, che nelle navi di Cadmo erano di legno: chiamano la prima di esse Veneri Urania, Pandemo la seconda, e la terza Apostrofia. Pose a Venere questi soprannomi Armonia; e chiamolla Urania per quell'amore puro, e dal desiderio corporeo esente: Pandemo a cagione del coito; ed Apostrofia finalmente, perch allontani l'uman genere da ogni desiderio di cose inique, ed empie. Conciossiach avea Armonia saputo molte cose essere state osate fra i barbari, e molte fra i Greci, le quali dopo ancora sulla madre di Adone, circa Fedra di Minosse, e sul Trace Tereo si continuano a cantare.
3. Il tempio di Cerere Tesmoforo, dicono, che un tempo fosse l'abitazione di Cadmo, e de' suoi discendenti: la statua di Cerere  fino al petto scoperta; ivi sono appesi scudi di bronzo, che dicono essere quelli de' Lacedemonj in carica, che presso Leuttri perirono.
4. Presso le cos dette porte Pretidi  edificato il teatro, e molto vicino a questo  il tempio di Bacco, Lisio di soprannome. Imperciocch que' Tebani, che dai Traci erano tenuti prigioni, come nell'esser condotti si trovarono in Aliarzia, furono dal Dio disciolti, il quale diede loro agio di uccidere i Traci mentre dormivano. I Tebani dicono, che l'altra statua, che  ivi rappresenti Semele: una volta sola l'anno hanno essi in giorni stabiliti il rito di aprire il tempio. Si veggono poi le rovine della casa di Lico, e il monumento di Semele: non vi  monumento di Alcmena, ma affermano, che come essa mor, di donna, pietra divenne, e non si accordano in ci coi Megaresi: i Greci dissentono nella maggior parte delle altre cose ancora fra loro. Hanno qu i Tebani edificato i monumenti de' figli di Anfione, separatamente pe' maschi, e per le vergini.
 CAPO DEC1MOSETTIMO
Altri monumenti esistenti Tebe.
1. Vicino havvi il tempio di Diana Eucla, la cui statua  opera di Scopa. Dicono, che dentro il tempio siano sepolte le figlie di Antipeno, Androcla ed Alcide. Imperciocch, sendo i Tebani ed Ercole per attaccare la pugna cogli Orcomenj, venne loro l'oracolo, che avrebbero avuto la vittoria coloro, de' quali uno si fosse dato la morte colle proprie sue mani, e che insieme per dignit di stirpe, fosse stato il pi illustre de' cittadini. Non piacque ad Antipeno (i cui antenati erano specialmente gloriosi) morire per il popolo, ma bens alle sue figlie, e sendosi uccise ebbero perci gli onori. Avanti al tempio di Eucla  un leone di marmo, che dicono essere stato da Ercole dedicato, dopo aver vinto in battaglia gli Orcomenj, ed il loro Re Ergino di Climene. Ivi vicino  un Apollo di soprannome Boedromio, ed un Mercurio chiamato Agoro: anche queste cose sono doni di Pindaro. Il rogo de' figli di Anfione  mezzo stadio distante dai loro sepolcri: ed anco oggi rimane la cenere del rogo.
2. Vicino ad Anfitrione le due statue marmoree dicono, che sono di Minerva soprannomata Zosteria. Imperciocch affermano, che ivi egli prendesse le armi, quando era per combattere contro gli Euboesi e Calcodonte, ed infatti gli antichi col nome di cingersi dicevano il rivestirsi delle armi: ed affermano, che Omero nel cantare Agamennone eguale a Marte, nella cintura glielo abbia assomigliato avendo in ci riguardo a tutta l'armatura.
3. Hanno Zeto ed Anfione il sepolcro non grande in un tumulo comune di terra: e vogliono involare da esso la terra quei di Titorea in Focide, e lo vogliono quando il Sole  passato nel segno di Toro: imperciocch se allora prendendo della terra da esso la pongono intorno al sepolcro di Antiope, rende il paese frutti ai Titoreesi, e non similmente ai Tebani. E perci i Tebani in quel tempo stanno in guardia del monumento.
4. Queste cose sono state credute dalle citt istesse per gli oracoli di Bacide, Imperciocch anche questo in quelli oracoli ritrovasi:
Ma quando il Titorese a Anfione e Zeto
Vasi, preghiere, e libazioni, in terra
Avr sparso, e nel cielo il sol riscaldi
Il fiero Toro, alla citt sovrasta
Un male non leggiero, a cui tu guarda:
Poich la terra dividendo, e all'alto
Monumento portandola di Foco
I frutti in essa tutti periscono arsi.
Disse Bacide il sepolcro di Foco per questa ragione. La moglie di Lico fra tutti gli Dei onorava specialmente Bacco: avendo essa sofferto ci che  stato detto, Bacco si sdegn contro di Antiope: le vendette soverchie sono sempre presso gl'Iddii invidiose: dicono adunque, che Antiope divenne pazza, ed uscita di senno and per tutta la Grecia vagando: che Foco di Ornizione s'imbatt con lei, e sanatala la ebbe in moglie: e fu in comune ad Antiope e Foco edificato il sepolcro.
5. Le pietre, che presso il monumento di Anfone si veggono, che sono gittate pi in basso, e non lavorate d'altronde con molta diligenza, diconsi essere que' sassi, che il canto di Anfione seguirono. Simili cose anche di Orfo si dicono, che mentre suonava la cetra le belve il seguissero.
 CAPO DECIMOTTAVO 
Monumenti sulla via da Tebe a Calcide.
1. Da Tebe s va a Calcide per le porte Pretidi. Sulla strada principale si mostra il sepolcro di Menalippo, uno de' Tebani pi bravi nelle cose di guerra: e quando gli Argivi vennero contro Tebe, questo Melanippo uccise Tideo e Mecisteo uno de' fratelli di Adrasto: e dicono che anche egli avesse da Anfiarao la morte.
2. Assai vicino a questo sono tre pietre rozze: quelli de' Tebani, che le antiche cose ricordano, dicono che ivi giace Tideo e che fu da Meone sepolto: ed allegano in testimonio del discorso il verso della Iliade:
Tideo cui sparsa terra Tebe cuopre.
3. Vengono quindi i monumenti de' figli di Edipo, e quello, che su di loro si fa bench da me non veduto, ci non ostante ho trovato essere vero. Imperciocch dicono i Tebani di fare funerali agli altri de' cos detti Eroi, e ai figli di Edipo: che mentre fanno i funerali a questi, la fiamma similmente, e il fumo che ne viene, in due parti si divide. Fui indotto a creder questo, che dicono, avendo osservato quest'altra cosa. In Misia che  di l dal Caico  la piccola citt di Pionie, il cui fondatore affermano gli abitanti essere stato un tal Pionide, uno de' discendenti di Ercole: quando sono per fargli i funerali esce spontaneamente dall'avello un fumo: questo adunque ho io veduto accadere. I Tebani mostrano ancora il monumento di Tiresia quindici stadj lontano dal luogo ove  il sepolcro de' figli di Edipo. Ed accordandosi anche essi, che la morte di Tiresia avvenisse in Aliarzia, vogliono, che quello che  presso di loro non sia che un Cenotafio. Hanno i Tebani ancora la tomba di Ettore di Priamo presso il cos detto fonte Edipodio: dicono, che portarono le ossa sue da Ilio per l'oracolo seguente:
Voi che di Cadmo la citt abitate
Tebani, se la patria con ricchezze
Abitar voi vorrete, in casa vostra
Le ossa portate d'Ettore dall'Asia,
Venerate l'Eroe che Giove il vuole.
Il fonte Edipodio ebbe un tal nome perch in esso Edipo del sangue della uccisione del padre lavossi. Presso il fonte  la tomba di Asfodico: costui nella pugna contro gli Argivi, uccise Partenopo di Talao, siccome i Tebani affermano, poich i versi della Tebaide, sulla morte di Partenopo dicono essere stato Periclimeno l'uccisore.
 CAPO DECIMONONO
Teumesso - Rovine di Glisante - Rovine di Arma e Micalesso - Aulide e suoi monumenti.
1. Su questa via principale  il luogo detto Teumesso: ivi, dicono, che Europa fu da Giove nascosta. L'altra tradizione sulla volpe di soprannome Teumesia,  che per lo sdegno di Bacco ad esterminio de' Tebani fosse quella bestia nudrita, e che mentre era per essere presa dal cane dato da Diana a Procride di Eretteo, la volpe ed il cane divennero pietra. In Teumesso  il tempio di Minerva Telchinia, senza statua; sul suo soprannome pu congetturarsi, che venuti ne' Beoti una porzione dei Telchinj, che allora abitavano in Cipro, edificasse il tempio di Minerva Telchinia. A sinistra di Teumesso, dopo sette stadj sono le rovine di Glisante, e presso di queste a destra della via un tumulo non molto grande coperto da un bosco di alberi selvatici, e di alberi, che si coltivano: in questo luogo furono sepolti coloro, che insieme con Egialeo di Adrasto fecero la spedizione contro Tebe, ed altri degli Argivi in carica e Promaco di Partenopo; che il monumento di Egialeo sia in Pege, l'ho di gi dimostrato di sopra nella descrizione Megarica. Nella via retta da Tebe a Glisante un luogo circondato da scelte pietre  chiamato dai Tebani Capo del Serpente; dicono, che questo serpente, qualunque egli si fosse, alzasse qu dalla sua tana, il capo, e che incontratovisi Tiresia colla spada glielo recidesse; per questa ragione adunque chiamasi questo luogo con un tal nome.
3. Di l da Glisante  un monte chiamato Ipato, e sopra di esso un tempio con statua di Giove Ipato. Nomano poi il torrente col nome di Termodonte. Ritornando a Teumesso ed alla strada, che mena a Calcide, si trova il sepolcro di Calcodonte, il quale fu morto da Anfitrione nella battaglia degli Euboesi contro i Tebani.
4. Seguono gli avanzi della citt di Arma, e Micalesso: la prima, siccome dicono i Tanagri, ebbe quel nome, sendo ivi sparito il carro di Anfiarao, e non dove i Tebani dicono. Si accordano poi, che Micalesso sia stato nomato perch ivi mugghi la vacca che guidava Cadmo, e l'esercito che lo seguiva in Tebe. In qual modo Micalesso fu disfatta lo dimostr la parte del mio discorso sopra gli Ateniesi. Presso il mare di Micalesso  il tempio di Cerere Micalessia: dicono che fosse questo chiuso ogni notte da Ercole, e di nuovo riaperto da lui, e che questo Ercole era quello de' cos detti Dattili Idi. Si mostra ivi questa meraviglia ancora: mettono avanti ai piedi della statua tuttoci, che nasce nella stagione autunnale e queste cose restano floride per tutto l'anno.
5. Nell'Euripo, che in questo luogo la Euba dalla terra de' Beoti divide a destra di questo tempio di Cerere Micalessia, e poco pi oltre  Aulide: dicono, che essa sia stata cos nomata dalla figlia di Ogigo. Ivi  un tempio di Diana con statue di marmo bianco, di questa dea: una porta le faci, e l'altra  nell'atto di saettare. Affermano, che sendo i Greci, secondo il vaticinio di Calcante, per sagrificare Ifigenia, la Dea invece di questa fece, che la vittima fosse una cerva. Quello, che resta ancora del legno del platano, di cui fece menzione Omero nella Iliade,  conservato nel tempio. Si narra che in Aulide non veniva mai pei Greci favorevole il vento onde partire, che venuto all'improvviso il vento buono sagrificarono a Diana quello, che ognuno avea, vittime maschie e femmine indistintamente, e da quel tempo rimase in Aulide, che qualunque vittima fosse buona. Si mostra ancora la sorgente, presso la quale era nato il platano, e sul colle presso il padiglione di Agamennone, il limitare di bronzo. Innanzi al tempio sono piantate palme, che non danno un frutto totalmente da mangiarsi siccome quelle di Palestina, ma sibbene uno pi maturo di quello, che nella Jonia d questa pianta. Non vi sono in Aulide molti abitanti, e quelli che vi stanno sono vasai di terra. Questo paese, siccome tutto quello che  intorno a Micalesso ed Arma  coltivato dai Tanagri.
 CAPO VENTESIMO
Delio - Tanagre e suoi monumenti.
1. Nel territorio Tanagro sul mare  il cos detto Delio: ivi sono le statue di Diana e Latona. I Tanagri dicono, che sia stato loro fondatore Poemandro figlio di Cheresilao, di Jasio, di Eleutere, il quale dicono, che fosse figlio di Apollo, e di Etussa di Nettuno: soggiungono che Poemandro togliesse in moglie Tanagra figlia di Eolo. Corinna ha di essa poetato, che fosse figlia di Asopo. Sendo costei ad una et molto lunga pervenuta, dicono, che i vicini togliendole il nome la chiamassero Grea, e cos col tempo chiamarono anche la citt: questo nome tanto tempo le rimase, che Omero ancora nella enumerazione cant:
E que' di Tespia, Grea e Micalesso
Spaziosa.
2. Ne' tempi posteriori riacquist il nome antico. In Tanagra havvi il monumento di Orione, ed il monte Cericio, dove vogliono, che sia stato partorito Mercurio: havvi ancora il luogo chiamato Poloso, dove dicono, che Atlante stando assiso si d briga delle cose infernali, e celesti: anche di Atlante  stato cantato da Omero: 
Del pernicioso Atlante ella  la figlia
Di Atlante, che del mar conobbe il fondo,
Che tien le alte colonne e da una parte
Il ciel sostiene e dall'altra la terra.
3. Nel tempio di Bacco merita di essere veduta anche la statua di marmo pario, ed opera di Calamide: ma pi meraviglia arreca il Tritone. Il racconto pi nobile, che di lui si tiene, dice, che le prime donne Tanagre ne' misterj di Bacco iniziate scesero al mare per le lustrazioni: che nuotando, furono dal Tritone assalite, onde esse pregarono Bacco, che in loro ajuto venisse: il Dio le esaud, e nella pugna abbatt il Tritone. L'altro racconto manca della dignit del primo, ma  pi probabile. Imperciocch si dice, che tutti i bestiami, che si menavano al mare erano dal Tritone insidiati e rapiti, e che questo assaliva i piccoli navigli ancora, finch i Tanagri gli misero dinanzi una tazza piena di vino; soggiungono, che egli vi corse subito attiratovi dall'odore, e bevendone cadde addormito sul lido: e finalmente avendolo colla scure un Tanagro percosso, gli recise il collo, e perci  senza testa, e poich lo videro ubbriaco, perci credono, che da Bacco fosse morto.
 CAPO VENTESIMOPRIMO
Si descrive la forma de' Tritoni, e di altri animali.
1. Vidi un'altro Tritone fralle meraviglie dei Romani, minore in grandezza di quello, che  presso de' Tanagri. Hanno i Tritoni questa figura: sul capo tengono una chioma, simile ai ranuncoli nelle paludi s nel colore, che nel non distinguersi un capello dall'altro: il rimanente del corpo  aggrinzito da una squama leggiera della durezza di quella del pesce squadro. Hanno le branchie sotto gli omeri, ed il naso degli uomini, la bocca pi larga, ed i denti di fiera: gli occhi a mio credere sono cerulei, e le mani, le dita, e le unghie sono simili alla parte piana delle conchiglie: sotto il petto, ed il ventre hanno invece di piedi una coda come quella de' delfini.
2. Io vidi anche i tori di Etiopia, che per la figura appellano rinoceronti, perch sulla punta del naso hanno ciascuno di loro un corno, ed un altro sopra di esso, non grande, e sulla testa neppure il segno di corna. Vidi ancora quelli de' Peoni: sono questi irsuti nel rimanente del corpo, e specialmente nel petto, e nel mento: vidi pure i cameli Indiani, che nel colore sono simili a pardi. 
3. Havvi ancora la bestia chiamata Alce, la cui specie  fra quelle del cervo e del camelo, e nasce nel paese de' Celti. Di tutte le bestie, che conosciamo,  questa la sola, che investigare, o prevedere non si pu dagli uomini; ma uscendo a caccia di altre belve, alle volte la fortuna d nelle mani loro anche questa: sente l'uomo all'odorato, come dicono, bench in molta distanza, e s'intana in valli e spelonche profondissime: i cacciatori adunque cingendo alle volte densamente per mille stadj la pianura, o il monte ancora, non v'ha modo onde rompano il circolo; ma stringendo sempre pi quello, che  dentro del circolo, prendono tutto, e le alci ancora: che se non si trovasse ivi intanata, non v' ha altra arte, onde prendere l'alce.
4. La belva, che nel discorso sugli Indiani, Ctesia dice appellarsi dagl'indiani Martiore, e da' Greci Androfago, mi persuado che sia la Tigre: tre ordini di denti ha in una mascella, ed aculei sulla punta della coda, con questi aculei si difende da vicino, e li scaglia assai lontano, colla velocit dello strale da un arciere scoccato; io credo per, che sparsasi questa fama non vera, l'abbiano gl'Indiani abbracciata l'uno dall'altro pel timore estremo della belva. S'ingannarono ancora sulla sua pelle e tutte le volte, che veggono la tigre al sole sembra ad essi che sia rossa, e tutta dello stesso colore, o per la velocit, o se non corra per il continuo rivolgersi che fa, non vedendosi d'altronde dappresso. E credo, che se alcuno andasse per l'estremit dell'Affrica, o del paese degl'Indiani, e degli Arabi, viaggiando per voler trovare tutte le bestie, che presso de' Greci nascono, o non le troverebbe affatto, o non gli sembrerebbero essere le stesse. Conciossiach non  l'uomo solo, che stando in clima e paese differente, ha diversa la forma: ma il rimanente ancora delle cose debbono soffrire lo stesso. Dappoich gli aspidi ancora, quelli di Libia non hanno lo stesso colore, che quei di Egitto: ed in Etiopia nutre la terra gli aspidi di color negro, come gli uomini. Laonde fa di bisogno, che ciascheduno non sia troppo credulo, n dall'altro canto sia incredulo alle cose pi rare. Io ancora bench non abbia veduto serpenti alati, ci non ostante mi persuado, che esistano, perch un Frigio port nella Jonia uno scorpione, che avea le ali molto simili ai grilli.
 CAPO VENTESIMOSECONDO
Altri monumenti di Tanagra - Monte Messapio - Citt di Antedone.
1. In Tanagra presso il tempio di Bacco vi sono que' di Temide, di Venere, e finalmente quello di Apollo insieme con Diana, e Latona.
2. Circa ai templi di Mercurio detto Crioforo, e Promaco, narrano sul soprannome del primo, che Mercurio allontan da loro una pestilenza portando intorno alle mura un montone, e perci Calamide fece la statua di Mercurio, che porta sulle spalle un montone: quello de' giovanetti entrati nella pubert, che sia stato giudicato di essere pi bello di forme, questi adunque nella festa di Mercurio va in giro intorno alle mura, tenendo sulle spalle un agnello. Di Mercurio Promaco poi narrano, che avendo approdato gli Eretriesi colla flotta dalla Eubea nel territorio di Tanagra, Mercurio men fuori a battaglia i giovanetti in pubert, ed egli come giovanetto, difendendosi specialmente collo strigile mise in fuga gli Euboesi. Nel tempio di Promaco havvi quello, che rimane della portulaca, e credono che Mercurio sotto questi alberi sia stato allevato. Non lungi  il teatro, e presso di quello  edificato un portico. Mi sembra, che i Tanagri meglio di tutti gli altri Greci abbiano sulle cose spettanti agli Iddii pensato, imperciocch sono separate le case, e separati i templi, che sono posti in un luogo puro, e fuori dell'umano commercio.
3. Il monumento di Corinna, (che sola fece cantici in Tanagra)  in un luogo elevato della citt: e nel ginnasio havvi una pittura in cui si vede Corinna coronata da una tenia per la vittoria, che riport nel cantico sopra Pindaro in Tebe. Ed io credo che pel dialetto vincesse, perch non cant in lingua Dorica siccome Pindaro, ma in modo che le cose, che cantava fossero dagli Eoli comprese, ed anche perch era delle donne di allora la pi bella di forme, se alcuno lo dee ritrarre dalla pittura.
4. Sono ivi due specie di galli, quelli che combattenti si dicono, ed i cos detti cossifi: la grandezza di questi ultimi  quella degli uccelli Lidj, e nel colore sono simili al corvo: le barbe, e la cresta l'hanno come un anemone, e bianchi e non grandi, hanno i segni sulla punta del becco, e della coda. Tale  adunque la forma, che questi hanno.
5. Nella Beozia a sinistra dell'Euripo  il monte chiamato Messapio, e sotto di esso sul mare  la citt de' Beoti detta Antedone. Altri dicono, che la citt abbia avuto il nome dalla Ninfa Antedone, altri che ivi regnasse Anta figlio di Nettuno e di Alcione di Atlante. Hanno gli Antedonj nel centro della citt il tempio de' Cabiri, ed intorno a questo  un boschetto: vicino havvi il tempio di Cerere e di sua figlia colla statua di marmo bianco. Il tempio di Bacco colla statua  edificato prima della citt dalla parte del continente. Ivi sono i sepolcri de' figli d'lfimeda e di Aloeo; che finissero la vita per le mani di Apollo  comune sentimento di Omero e di Pindaro, dicendo, che furono dal destino oppressi in Nasso di l da Paro.
6. I monumenti di questi sono adunque in Antedone, e sul mare  il cos detto salto di Glauco. Che fosse egli un pescatore, e che dopo avere mangiato l'erba diventasse un Dio nel mare, e che finora le cose future agli uomini predica, tutto ci  riputato vero da altri, e da quelli, che navigando molto nel mare raccontano ogni anno moltissimi fatti circa i vaticinj di Glauco. Pindaro ed Eschilo avendo dagli Antedonj inteso ci che spetta a Glauco, al primo non venne in mente cantare molto di Glauco: al secondo bast ci, che alla poesia del suo dramma si conveniva.
 CAPO VENTESIMOTERZO
Monumenti a Tebe presso le porte Pretidi - Sepolcro di Pindaro - Citt di Acrefnio - Monte Ptoo - Citt di Larimna.
1. I Tebani davanti alle porte chiamate Pretidi hanno il ginnasio cos detto di Jolao, ed uno stadio simile a quello di Olimpia, e di Epidauro, cio un tumulo di terra: ivi si mostra ancora l'Eroo di Jolao. Che Jolao istesso sia morto in Sardegna insieme cogli Ateniesi, e Tespiesi passati con lui nell'isola, anche i Tebani ne convengono.
2. Di l dallo stadio, a destra  il corso de' cavalli, ed in esso il monumento di Pindaro. Pindaro sendo di et giovanetto, ed andando a Tespie nella stagione estiva sul mezzod, spossato, fu preso dal sonno. Egli come trovossi, si coric un poco fuori della strada: mentre egli dormiva, gli volarono sopra le api, e sulle labbra sue formarono un favo di miele: questo fu a Pindaro il principio del fare versi. Essendo per tutta la Grecia di gi glorioso, a maggior gloria innalzollo la Pizia, ingiungendo ai Delfj, che dessero a Pindaro un'eguale porzione di tutto ci, che ad Apollo veniva. Si narra, che egli vedesse, mentre era nella vecchiezza avanzato un sogno ancora; Proserpina apparsagli mentre dormiva, gli diceva di essere la sola fra le Dee, che da Pindaro non fosse stata con inni cantata: ma che avrebbe a lei ancora fatto un cantico quando sarebbe venuto presso di lei. Ed egli subito mor prima di compire il decimo giorno dacch aveva avuto il sogno. In Tebe abitava una donna vecchia, che per nascita era parente di Pindaro, e che si esercitava a cantare molti de' suoi cantici. Venutole in sogno Pindaro, cant a costei l'inno a Proserpina, ed essa subito, come fu dal sonno lasciata, scrisse tutte quelle cose, che avea udito cantare in sogno da lui. In questo cantico fra gli altri soprannomi, che si danno a Plutone, v'ha quello delle auree redini:  chiaro, che ci  pel ratto di Proserpina.
5. Di qu ad Acrefaio la strada  nella maggior parte piana. Affermano, che fosse questa citt in origine una porzione del territorio Tebano, e trovai, che dopo in essa si rifuggiarono de' Tebani, quando Alessandro disfaceva Tebe: questi non potendo per la debolezza, e per la vecchiaja neppure in Attica salvarsi, ivi abitarono. Giace la piccola citt nel monte Ptoo, e non merita ivi osservazione altro, che il tempio, e la statua di Bacco. Dalla citt avanzandosi a destra quindici stadj, havvi il tempio di Apollo Ptoo. Fu Ptoo figlio di Atamante, e Temisto, come disse Asio ne' versi, e da lui ebbe il soprannome Apollo, ed il monte, Prima per della spedizione di Alessandro, e de' Macedoni, e dell'esterminio de' Tebani, vi era un oracolo, che non mentiva: e fu gi, che sendo stato un Europese di nome Mie mandato da Mardonio ad interrogare il Dio in lingua sua, il Nume non gli rispose neppure in lingua greca, ma nel dialetto barbarico.
4. Passato il monte Ptoo, sul mare vedesi la citt de' Beoti, Larimna: dicono, che avesse questa il nome da Larimna di Cino: i suoi antenati pi alti saranno da me dimostrati in quella parte del mio discorso, che le cose su i Locri contiene. Larimna ne' tempi antichi apparteneva ad Opunte: sendo per i Tebani in gran potenza saliti, allora spontaneamente i Larimni passarono fra i Beoti. Ivi  edificato il tempio di Bacco colla sua statua ritta in piedi. Hanno un lago profondo fin nelle ripe, ed i monti, che sono sopra la citt danno caccia di cinghiali.
 CAPO VENTESIMOQUARTO
Lago Cefissi, o Copaide - Pianura Atamanzia - Citt di Cope - Olmone, Jetto, Cirtone, Corsa, ed Ale.
1. Da Acrefnio andando per la via retta al lago Cefissi, che altri chiamano Copaide, si trova il campo chiamato Atamanzio: in esso dicono, che abbia abitato Atamante. Sbocca nel lago il fiume Cefisso, che comincia da Lila de' Focesi, e navigando nel lago, si trova Cope.
2. Giace la piccola citt di Cope sul lago, e di essa fece menzione anche Omero nella enumerazione delle navi: ivi si veggono i tempj di Cerere, Bacco, e Serapide. Dicono i Beoti, che altre piccole citt erano abitate presso il lago, Atene, cio, ed Eleusi, le quali in un inverno sendo state inondate, furono dal lago sommerse. I pesci, che sono nel lago Cefissi non hanno nulla di diverso dagli altri pesci di lago; ma le anguille sono in esso assai grosse, e di un gusto dolcissimo.
3. A sinistra di Cope, dodici stadj pi oltre  Olmone: sette stadj distante da Olmone  Jetto, che ora sono castella, come sempre lo furono: sono anche esse a mio credere del distretto Orcomenio, siccome il campo Atamanzio. E tutto ci, che ho udito intorno ad Jetto Argivo, e ad Olmo di Sisifo, sar da me aggiunto anche questo alla storia Orcomenia. Non vi  in Olmone la pi piccola cosa, che meriti di essere veduta; ma in Jetto havvi il tempio di Ercole, e presso di questo possono trovar rimedio gl'infermi, non essendovi neppure statua scolpita, ma sibbene una rozza pietra secondo l'antico costume.
4. Venti stadj lontano da Jetto  Cirtone; dicono, che anticamente il suo nome fosse Cirtona; questa sta sopra un alto monte, ed in essa  il tempio, ed il bosco sacro di Apollo. Ivi sono le statue di Apollo, e Diana ritte in piedi. Nel medesimo luogo havvi un'acqua fredda, che sorge da un sasso: sulla sorgente sono il tempio, ed un bosco non grande sacro alle Ninfe: in questo boschetto gli alberi sono tutti di quelli, che si coltivano.
5. Dopo Cirtone, traversato il monte, si trova la piccola citt di Corsa; sotto di essa havvi un bosco di alberi selvatici, che la maggior parte sono elci: nello scoperto del bosco havvi una statua di Mercurio:  questa un mezzo stadio distante da Corsa. Scendendo al piano, il fiume Platanio sbocca nel mare: a destra del fiume gli ultimi Beoti da questa parte abitano la piccola citt di Ale sul mare, il quale divide il continente Locrese dalla Euba.
 CAPO VENTESIMOQUINTO 
Monumenti presso le porte Neitidi a Tebe.
1. Molto dappresso alle porte Neitidi, hanno i Tebani il monumento di Meneceo di Creonte, il quale si uccise spontaneamente, secondo l'oracolo di Delfo, allorch Polinice, e l'esercito, che lo segu, vennero da Argo. Sul monumento di Meneceo  nato un melogranato; allorch il frutto di quest'albero  maturo, rompendosi la corteccia, si trova quello, che  dentro, simile al sangue: questo melogranato adunque  l'albero, che vi ha germogliato. Dicono i Tebani, che presso loro per la prima volta nacque la vite, ma non aveano alcun monumento da mostrare sopra di essa.
2. Non lungi dal sepolcro di Meneceo dicono, che combattendo a solo, vicendevolmente si uccisero i figli di Edipo: in segno della loro battaglia havvi una colonna con uno scudo sopra di marmo. Si mostra poi un certo luogo, dove i Tebani dicono, che Giunone desse il latte ad Ercole fanciullo per un inganno di Giove. Questo luogo tutto insieme si chiama Sirma di Antigone. Imperciocch, come ella sendo desiosa di togliere il cadavere di Polinice per sepellirlo, non trovava alcun mezzo, finalmente pens di tirarlo, e cos lo tir, e lo mise sul rogo gi acceso di Eteocle.
3. Traversato il fiume, che dalla moglie di Lico Dirce  chiamato (vuole la tradizione, che da questa fosse Antiope maltrattata, e che perci ricevesse dai figli di Antiope la morte) si veggono le rovine della casa di Pindaro, ed il tempio della Madre Dindimene, dono di Pindaro; la statua  opera di Aristomede, e Socrate Tebani. Hanno il rito di aprire il tempio un sol giorno dell'anno. Mi accadde di giungervi in questo giorno appunto, e vidi la statua, che era di marmo pentelico, essa, ed il trono della Dea.
4. Nella via, che esce dalle porte Neitidi, havvi il tempio di Temide colla statua di marmo bianco; quello, che segue  delle Parche: quindi  quello di Giove Agoro; la statua di questo  di marmo; le Parche non l'hanno. Un poco pi oltre havvi un Ercole allo scoperto, che ha il soprannome di Rinocolusta, perch, come dicono i Tebani, recise per contumelia le narici agli Araldi, che erano venuti dagli Orcomenj a domandare ai Tebani il tributo.
5. Di l avanzandosi venticinque stadj, havvi il bosco sacro di Cerere Cabiria, e Proserpina: non vi possono entrare, che gl'iniziati. Sette stadj distante da questo bosco  il tempio de' Cabiri. Chi sono i Cabiri, e quali sono i misteri in onor loro, e della Madre, tenuto da me in silenzio, chiedo perdono a chi amasse saperlo.
6. Il dimostrare per anche a tutti, ci che spetta alla origine, che i Tebani dicono avere avuto i misteri, nulla mel vieta. Dicono, che in questo luogo fu un tempo una citt, e che vi furono degli uomini chiamati Cabiri. Cerere adunque rimise a Prometeo Cabiro, ed al suo figliuolo Etno cose, le quali, come quelle, che avvennero a Cerere non mi sembr permesso rivelare. I Cabiri adunque ebbero da Cerere in dono la iniziazione. Nella spedizione degli Epigoni, e nella presa di Tebe, furono i Cabiri discacciati dagli Argivi, e la loro citt distrutta, e per qualche tempo manc anche la iniziazione. Soggiungono, che finalmente Pelarge di Potneo, ed Istmiade suo marito ristabilirono i misteri tali quali erano stati da principio, e li trasferirono nel luogo detto Alessiara; allora Pelarge inizi fuori degli antichi limiti: Telonde poi, e tutti quelli, che della schiatta de' Cabiri restavano, ritornarono di nuovo nel loro antico paese. Ed altre cose, secondo un oracolo di Dodona, doveano in onore di Pelarge stabilire, e fra queste havvi il sagrificio di una vittima incinta.
7. Lo sdegno de' Cabiri  per gli uomini implacabile, siccome sovente mostrossi. Imperciocch ardirono de' privati celebrare in Naupatto quelle cose, che in Tebe si fanno, e non and guari, che furono dalla pena oppressi. Di tutti quelli dell'esercito di Serse, che con Mardonio furono lasciati in Beozia, coloro, che nel tempio de' Cabiri entrarono, per la speranza forse di grandi ricchezze, ma pi (a mio credere) per disprezzo della divinit, furono subito dalla pazzia oppressi, e perirono gittandosi da loro stessi dalle rupi, e nel mare. Quando Alessandro, dopo aver vinto la pugna, mise il fuoco a Tebe stessa, ed insieme a tutto il territorio Tebano, alcuni soldati Macedoni, entrati nel tempio de' Cabiri come in una terra inimica, furono da fulmini, e lampi venuti dal cielo spenti. Cos questo tempio  sacrosanto in origine.
 CAPOVENTESIMOSESTO
Pianura di Tenero - Sfinge - Avanzi di Onchesto - Tespia, e suoi monumenti.
1. A destra del Cabiro havvi un campo soprannomato da Tenero l'indovino, che credono essere stato figlio di Apollo, e Melia: havvi anche un tempio grande di Ercole Ippodeto: conciossiach dicano, che gli Orcomenj pervennero fin qu coll'esercito, ed Ercole di notte tempo presi loro i cavalli, che erano sotto i carri, legolli.
2. Avanzandosi pi oltre, si viene al monte, donde dicono, che la Sfinge veniva con impeto ad eccidio de' rapiti, cantando un enimma. V'ha chi dice, che errando pel mare con una flotta per corseggiare, approd presso Antedone. Occupato adunque questo monte, usava rapine, finch Edipo superandola col numero delle truppe, che avea da Corinto condotte, non l'ebbe spenta. Si dice ancora, che fosse una figlia spuria di Laio, e che per benevolenza le fosse da Laio stesso insegnato l'oracolo, che era stato dato a Cadmo da Delfo, e che prima, fuori del Re, niuno conosceva. Tutte le volte adunque, che alcuno fosse venuto a contendere colla Sfinge del regno (imperciocch vogliono, che avesse Laio de' figli dalle meretrici, e che ci, che era stato da Delfo predetto, riguardava solo Epicasta, ed i figli di essa) quando adunque veniva qualcuno, la Sfinge usava astuzie contro i fratelli, perch doveano sapere, se erano realmente figli di Laio, l'oracolo avuto da Cadmo: non potendo essi risponderle, erano puniti di morte, siccome quelli, che venivano a contendere della stirpe, e del regno, che non apparteneva a loro; venne per Edipo, sendo stato ammaestrato in sogno dell'oracolo.
3. Quindici stadj distanti da questo monte, sono le rovine della citt di Onchesto: dicono, che ivi abitasse Onchesto figlio di Nettuno. A' miei giorni per vi rimaneva il tempio, e la statua di Nettuno Onchestio, ed il bosco sacro, che Omero ancora lod.
4. Voltando a sinistra del Cabiro, ed avanzandosi cinquanta stadj, sotto il monte Elicona vedesi edificata Tespia: dicono, che Tespia fosse figlia di Asopo, e che da questa avesse nome la citt: altri poi affermano, che Tespio venuto da Atene le desse il nome, e che egli fosse nato da Eretteo.
5. I Tespiesi hanno ancora nella citt la statua di bronzo di Giove Saota. Narrano, che sendo una volta la loro citt da un dragone infestata, ingiunse il Dio, che quello de' giovani, sul quale fosse caduta la sorte, si desse ogni anno in preda al serpente. Di quelli, che perirono, dicono non ricordarsi i nomi: ma circa Cleostrato, che lo avea sortito, dicono, che l'amante suo Menestrato questo inventasse. Fece una lorica di bronzo, che in ciascuna squama avea rivolto all'ins un amo: rivestito di questa, si di spontaneamente al dragone: egli mor; ma dovea far morire anche il serpente. In contraccambio di questo, ebbe Giove il soprannome di Saota. La statua di Bacco, quella della Fortuna, ed altrove quella d'Igea, e Minerva Ergane con Pluto, che le sta appresso, furono tutte queste fatte da.....
 CAPO VENTESIMOSETTIMO
Culto dell'Amore in Tespie - Altri monumenti di quella citt.
1. Fra tutti gli Iddii i Tespiesi hanno sempre in speciale modo onorato l'Amore, e la loro pi antica statua  una pietra rozza. Chi abbia stabilito ai Tespiesi di venerare specialmente fragli Iddii l'Amore nol so. Nulla meno di questi lo venerano fragli Ellesponzj i Pariani, di origine Jonj, e colonia di Eritre, e a' nostri giorni soggetti ai Romani.
2. La maggior parte degli uomini credono, che l'Amore sia il pi giovane degl'Iddii, e figlio di Venere. Olene Licio per, quegli che fece ancora ai Greci gl'inni pi antichi, questo Olene, nell'inno a Lucina, dice essere Lucina la madre di Amore. Dopo Olene, Panfo, ed Orfeo fecero versi: ed ambedue hanno poetato di Amore, affinch ne' misteri cantino i Licomedi queste cose ancora: io poi lessi queste cose venuto in discorso con uno che era Daduco, e perci di esse non far ulteriore menzione. So per, che Esiodo ossia quello che sotto tal nome scrisse la Teogonia, afferma, che prima fu il Caos, e dopo di questo nacquero la Terra, il Tartaro, e l'Amore. Saffo Lesbia cant sull'Amore molte cose, che non si accordano fra loro.
3. Lisippo fece dopo ai Tespiesi l'Amore di bronzo, e prima di costui lo avea fatto Prassitele di marmo pentelico. Tutto ci che riguarda Frine, e l'astuzia della donna verso Prassitele,  stato di gi da me esposto altrove. Dicono, che il primo a muovere la statua dell'Amore, fu Gaio, che regn in Roma, e che avendola Claudio rimandata ai Tespiesi, Nerone per la seconda volta la tolse; ed essa fu ivi dalle fiamme distrutta. Di questi che furono empj verso la divinit, colui dando sempre lo stesso segno ad un soldato con una beffa nascosta, a tanto furore lo fece montare, che mentre gli dava il segno l'uccise. Nerone, che dopo commise misfatti esecrandi, ed abominevoli contro la madre, e le spose, soffr lo stesso. L'Amore che oggi  in Tespie fu fatto da Menodoro Ateniese imitando il lavoro di Prassitele.
4. Ivi dello stesso Prassitele havvi pure una Venere, ed il ritratto di Frine, di marmo ambedue. In un altro canto della citt  il tempio di Venere Melenide, il teatro, ed il foro degno di essere veduto. Ivi  eretto Esiodo di bronzo, e non lungi dal foro havvi una Vittoria anche di bronzo, ed il tempio non grande delle Muse: in esso sono piccole statue di marmo.
5. I Tespiesi hanno il tempio di Ercole ancora, di cui  sacerdotessa una vergine fino alla sua morte. Dicono di questo esserne stata la seguente cosa cagione: Ercole si giacque nella stessa notte con tutte le figlie di Testia in numero di cinquanta, ad eccezione di una che non volle avere con lui commercio; egli giudic, e stabil che rimanesse colei vergine per tutto il tempo della sua vita, sendo sua sacerdotessa. Io udii un altro racconto ancora, che Ercole nella stessa notte viol tutte le figlie di Testia, e queste gli partorirono tutte figliuoli maschi, e due gemelli la pi giovane, e la pi anziana. Io poi non posso credere vero, che Ercole in tanta ira andasse contro la figlia di un amico. Inoltre quando egli era fra gli uomini, c gastigava quelli che recavano ingiurie, e specialmente coloro, che erano empj verso gli Dei non avrebbe mai un tempio, ed una sacerdotessa stabilito a se stesso, qual Dio. Ma questo tempio sembrommi pi antico di Ercole di Anfitrione, e lo credetti dell'Ercole chiamato de' Dattili Idi, di cui trovai che hanno il tempio gli Eritri di Jonia, ed i Tirj. Neppure ai Beoti era ignoto questo nome di Ercole, poich essi stessi dicono essere stata data la cura del tempio di Cerere Micalessia ad Ercole Ido.
 CAPO VENTESIMOTTAVO
 Monte Elicone - Veleno de' Serpenti.
1. L'Elicone  di tutti i monti, che sono in Grecia uno de' pi fertili, e pieno di alberi: ed i rami della portulaca danno dappertutto un frutto soavissimo. Narrano quelli, che abitano intorno all'Elicone, che di tutte le erbe, e le radici che sono nel monte niuna nasce per la morte dell'uomo; anzi che il nutrimento di queste rende ancora pi debole il veleno ai serpenti; cosicch quelli, che sono morsi da loro ordinariamente la scampano, purch s'imbattano o in un Affricano della nazione de' Psilli, o in qualche altro rimedio opportuno.
2. Il veleno ne' serpenti pi fieri  mortale all'uomo, ed a tutti gli altri animali nella stessa guisa. Ma non poco conferiscono alla forza del veleno le cose di cui si nutrono: perciocch avendo udito un Fenicio, so bene, che nelle parti montuose della Fenicia alcune radici pi fiere rendono le vipere. Questi mi disse di avere veduto egli stesso un uomo, che fuggendo l'impeto di una vipera, era salito prestamente sopra di un albero, e la vipera, come venne dopo, respir il suo veleno verso dell'albero, e l'uomo non fu pi vivo. Tali cose udii da costui. Nel paese degli Arabi a tutte quelle vipere, che hanno le loro tane presso gli alberi del balsamo io so, che questo succede:  il tronco del balsamo della grandezza del mirto, e le sue foglie lo sono di quella dell'amaraco: le vipere quante esse sono in Arabia, pi o meno hanno il loro covile sotto ciascun albero: imperocch il nutrimento de' balsami  di un succo soavissimo per loro: ed anche d'altronde amano la ombra delle piante. Quando adunque  venuto per gli Arabi il tempo di raccogliere l'umore del balsamo, ciascuno porta due verghette di legno contro i serpenti, e battendo l'una coll'altra cacciano le vipere: non vogliono per ucciderle credendole sacre ai balsami. Che se avviene ad alcuno di essere dalle vipere morso, la ferita  tale, come se fosse stata fatta dal ferro, e non hanno timore alcuno del veleno: imperciocch siccome le vipere dell'unguento pi odoroso si nutrono, il loro veleno da pi mortifero  in pi mite temperato. Cos accadono queste cose.
 CAPO VENTESIMONONO
Efialte, ed Oto - Citt di Ascra - Muse - Fonte Aganippe.
1. Dicono, che i primi i quali sacrificassero in Elicone alle Muse, e dessero al monte il soprannome di sacro alle Muse fossero Efialte, ed Oto, c che essi ancora Ascra edificassero. Onde Egesinoo cant nell'Attide:
Con Ascra un d si giacque Enosigo, 
Ascra a lui nel rivolgere del tempo 
Di in luce Eoclo, il quale in un co' figli
D'Aloeo edificaro una cittade
Ascra di nome a pi dell'Elicone 
Ove abbonda di molto acqua sorgente. 
Questa poesa di Egesinoo io non la lessi, poich prima ancora, che io nascessi erasi di gi perduta; ma Callippo Corintio nella storia degli Orcomenj adduce in testimonio del racconto questi versi di Egesinoo: cos ancora noi abbiamo fatto dallo stesso Callippo ammaestrati. Di Ascra a' miei giorni resta solo una torre, e null'altro degno di essere rammentato.
2. I figli di Aloeo determinarono il numero delle Muse a tre, e diedero loro i nomi di Melete, Mneme, ed Aoede. Dicono, che dopo, Piero Macedone, da cui i Macedoni ancora il monte nomarono, venuto in Tespie a nove portasse le Muse, e cangiasse loro il nome in quello che oggi hanno. Questo fu cos determinato da Piero, o perch pi saggio gli parve, o per qualche oracolo, o da qualcheduno de' Traci ammaestrato. Imperciocch mi sembr, che fosse anticamente pi de' Macedoni accorta la nazione Trace in altre cose, e che non trascurasse le cose divine. Havvi chi dice essere allo stesso Piero nate nove figlie, ed avere imposto loro i nomi che le Dee hanno, e tutti quelli che dai Greci furono detti figli delle Muse essere nipoti di Piero. Mimnermo, che fece elege sulla battaglia degli Smirni contro Gige Lido, dice nel proemio, che le pi antiche Muse fossero figlie del Cielo, e le pi moderne di queste fossero nate di Giove.
3. Nell'Elicone andando verso il bosco sagro delle Muse  a sinistra la sorgente Aganippe: dicono, che Aganippe fosse figlia del Permesso. Scorre questo Permesso ancora intorno all'Elicone. Andando per la via retta al bosco vedesi scolpito in pietra il ritratto di Eufeme: narrano, che Eufeme sia la nudrice delle Muse: il ritratto adunque di costei, e dopo di essa Lino  dentro una piccola rupe scavata a guisa di spelonca; a costei fanno ogni anno funerali prima del sagrificio delle Muse. Si dice, che questo Lino fosse figlio di Urania, e di Anfimaro di Nettuno, che riportasse nella musica la palma, sopra quelli del tempo suo, e quelli che preceduto lo aveano, e che Apollo lo uccidesse perch era a lui eguale nel canto. Morto Lino, il lutto della sua perdita pervenne fino alle regioni de' Barbari, cosicch gli Egiziani ancora hanno un cantico, che Lino si appella: gli Egizj in propria favella lo appellano Maneros. Fra quelli, che ai Greci composero versi, Omero siccome sapeva,che le sciagure di Lino erano un soggetto di cantico pe' Greci, disse circa lo scudo di Achille, che fralle altre cose, che vi lavor Vulcano, vi era ancora un giovine suonatore di cetra, che sopra Lino cantava:
A loro in mezzo, alla sonora cetra
Un garzone accordava dolci accenti
Sopra l'onesto Lino.
Panfo poi, che compose agli Ateniesi i pi antichi inni, quando il lutto per Lino era in vigore, chiamollo Oetolino; e Saffo Lesbia, avendo appreso dai versi di Panfo il nome di Oetolino, cant insieme Adone, ed Oetolino. I Tebani affermano, che presso loro Lino fosse sepolto, e che dopo la rotta de' Greci a Cherona, Filippo di Aminta per un certo sogno avuto, tolte le ossa di Lino, in Macedonia le trasportasse: e questi stesso di nuovo per altri sogni rimandasse le ceneri di Lino a Tebe: gli ornamenti, che erano sul sepolcro, e tutti gli altri segni, che vi erano, pel tempo, come essi dicono, sono spariti. Narransi ancora queste altre cose dai Tebani, che dopo questo Lino, un'altro ne venne chiamato d'Ismenio, e che Ercole mentre era ancora garzone lo uccise, sebbene egli fosse suo maestro di musica. N il Lino di Anfimaro, n quegli che venne dopo di lui fecero versi, oppure se li fecero non giunsero ai posteri.
 CAPO TRENTESIMO
Statue delle Muse, e di altri sull'Elicone - Orfeo - Fiume Elicone - Citt di Libetra, e monumento di Orfeo - Licomede.
1. Le prime statue delle Muse sono tutte opere di Cefisodoto. Un poco pi oltre tre ve n'ha di Cefisodoto, ed altrettante di Strongilione, artefice, che ottimamente lavor cavalli, e buoi: le altre tre furono fatte da Olimpiostene. Nell'Elicone havvi un Apollo di bronzo, ed un Mercurio, che per la lira combattono, ed un Bacco, che  opera di Lisippo: la statua poi di Bacco ritta in piedi, opera di Mirone, fu dedicata da Silla, ed  specialmente degna di vedersi dopo l'Eretteo di Atene: egli la dedic non gi a sue spese, ma togliendola agli Orcomenj Minj: questo  ci, che i Greci dicono, adorare la divinit coi profumi altrui.
2. Dedicarono poi le immagini di tutti questi poeti, o d'altronde illustri nella musica: Tamiri istesso di gi cieco, il quale raccommoda la lira rotta: Arione Metimno, che sta sopra un delfino. Quegli che form la statua di Sacada Argivo, non comprendendo il proemio di Pindaro sopra di lui, non fece maggiore nella lunghezza del corpo suo il suonatore di tibie delle tibie stesse. Havvi ancora Esiodo assiso, che tiene sulle ginocchia la cetra attributo affatto improprio di Esiodo: imperciocch dagli istessi versi suoi  manifesto, che egli cant tenendo la verga di lauro. Intorno alla et di Esiodo, e di Omero quantunque me ne dessi tutta la briga non mi piacque scrivere ci, che ricavai, sapendo bene, che  conteso dagli altri, e niente meno da quelli, che a' miei giorni a comporre versi si dedicarono.
3. Al lato di Orfeo Trace  scolpita la Iniziazione, e intorno a lui sono espresse di marmo, e di bronzo le fiere, che mentre canta lo ascoltano. Molte altre cose ancora credono i Greci, le quali non sono vere, e fra queste, che Orfeo fosse figlio della Musa Calliope, e non della figlia di Piero, e che a lui n'andassero le belve ammansite dal canto suo: inoltre, che vivo scese all'Inferno presso gl'Iddii infernali a richiedere la sua consorte. Orfeo per, secondo il mio sentimento, super nell'abbellire i versi quelli, che lo precederono, ed in gran forza venne, come colui, che era creduto avere le iniziazioni degli Iddii ritrovato, e le purgazioni dalle opere empie, e i rimedj delle malattie, e l'allontanamento della ira divina. Dicono, che le donne de' Traci gli tramarono la morte per avere egli persuaso i loro mariti a seguirlo mentre andava errando; ma, che non ardirono di dargliela per timore de' mariti stessi: come per si furono riempiute di vino, eseguirono il misfatto, e perci f stabilito, che gli uomini non andassero alla pugna se non ebbrj. V'ha di quelli, i quali narrano, che Orfeo finisse i suoi giorni fulminato dal cielo, e che egli fosse fulminato per cagione de' discorsi, che ne' misterj insegn agli uomini, i quali prima non li avevano uditi. Da altri  stato detto, che sendogli morta la moglie, per essa n'and in Aorno in Tesprozia, dove anticamente si evocavano le ombre, e credendo indarno, che l'anima di Euridice lo avrebbe seguito, come si f ritornato per lo dolore colle sue mani si uccise. Narrano i Traci, che quegli usignuoli, i quali i loro nidi tengono sul sepolcro di Orfeo, cantano in certo modo con maggiore dolcezza, e maest. I Macedoni, che abitano il paese sotto il monte Pieria, e la citt detta Dio, affermano, che ivi ad Orfeo dalle donne fu tolta la vita. Andando da Dio per la strada, che mena al monte, dopo un cammino di venti stadj, havvi a destra una colonna, e sopra di essa per ornamento una idria di marmo: contiene la idria le ceneri di Orfeo, secondo ci che quelli del paese dicono.
4. Scorre anche il fiume Elicone per settantacinque stadj; e continuando cos il corso, il fiume dopo ci si perde sotto terra: dopo essere sparito per ventidue stadj, l'acqua sorge di nuovo, ed avendo il nome di Bafira invece di Elicone, sbocca navigabile nel mare. I Diasti affermano, che questo fiume in origine scorresse sempre sopra la terra, ma le donne, che uccisero Orfeo volendosi ivi astergere il sangue, perci il fiume disparve sotto per non servire loro coll'acqua di purgazione per l'eccidio commesso.
5. In Larissa udii ancora un altro racconto, che nell'Olimpo era edificata la citt di Libetra l, dove il monte verso la Macedonia si volge, e che non lungi dalla citt era il sepolcro di Orfeo. Che venne ai Libetrj da Bacco un oracolo di Tracia, che quando le ossa di Orfeo fossero state dal Sole vedute allora ai Libetrj sarebbe stata da un porco desolata la citt. Essi non fecero conto dell'oracolo, non credendo che vi sarebbe stata alcuna bestia cos grande, e cos forte, la quale avesse preso la loro citt, n, che il porco avesse tale temerit, e tal forza. Ma dappoich parve al Nume queste cose avvennero: un pastore sul mezzod coricatosi presso la tomba di Orfo, mentre dormiva gli venne in mente di cantare i versi di Orfeo, e fortemente, e soavemente cantava. I pi vicini adunque che, o pascevano, o aravano, lasciando ciascheduno le opere loro, si radunarono a sentire cantare il pastore, mentre dormiva: allora spingendosi l'un, l'altro, e contrastando per stare pi dappresso al pastore, rovesciarono la colonna; si ruppe la urna da essa caduta, e vide il sole quello che delle ossa di Orfeo restava. Subito nella notte vegnente il Nume fece cadere molta acqua dal cielo, ed il fiume Sie (Porco) che  uno de' torrenti dell'Olimpo disfece ai Libetrj le mura, rovin i tempj degl'Iddii, e le case degli uomini, affog gli uomini, e similmente tutti gli animali, che erano nella citt. Sendo digi periti i Libetrj, i Macedoni di Dio, secondo il racconto dell'ospite Larisso, portarono le ossa di Orfeo nel loro paese. Chiunque poi siasi molto occupato della poesa, di gi conobbe che gl'inni di Orfeo, che esistono sono tutti brevissimi, ed insieme riuniti non giungono ad un gran numero.
6. I Licomedi li sanno, e li cantano ne' misterj, e per ornamento de' versi potrebbero avere il secondo posto dopo gl'inni di Omero, ma per onore dalla Divinit ricevuto, pi di quelli ne ottengono.
 CAPO TRENTESIMOPRIMO
Statue di Arsinoe, e Priapo sull'Elicone - Esiodo, suoi versi, e morte - Fiume Lamo - Narcisso, e sua storia.
1. Nell'Elicone  la immagine ancora di Arsinoe, che da Tolomeo suo fratello venne sposata: uno struzzo di quelli senza ali porta Arsinoe: nascono essi colle ali, siccome gli altri uccelli, ma per la gravit, e grandezza loro non possono le ali sostenerli nell'aere.
2. Ivi  anche una cerva, che d a Telefo figlio bambino di Ercole il latte, ed havvi un bue presso di lui, ed una statua di Priapo, che merita di essere veduta: si rendono a questo Nume anche altrove gli onori, dove sono i pascoli delle capre, e delle pecore, e gli alveari delle api. Que' di Lampsaco per lo stimano pi degli altri Iddii, dicendolo figlio di Bacco, e di Venere.
3. Nell'Elicone vi sono pure de' tripodi, ed il pi antico di tutti fra questi, che dicono essere quello ricevuto in Calcide sull'Euripo da Esiodo per avere vinto nel canto. Intorno al bosco sacro abitano uomini, ed ivi i Tespiesi celebrano una festa, e de' giuochi, che appellano Musi: celebrano ancora all'Amore non solo combattimenti di musica, ma ne danno ancora di atleti. Salendo da questo bosco venti stadj, trovasi la cos detta fonte Ippocrene, la quale dicono, che sia stata fatta dal cavallo di Bellerofonte, avendo toccato coll'unghia la terra. Quelli de' Beoti, che abitano intorno all'Elicone, dicono per una opinione ricevuta dai loro antenati, che Esiodo non scrisse altro, che le Opere: e da queste tolgono ancora il proemio sulle Muse, dicendo, che il principio di quel poema sia l, dove parla delle Contese: e mi mostrarono un piombo, dove  il fonte, che conteneva cose nella maggior parte dal tempo logore: sono scritte sopra di esso le Opere. Vi  ancora un altro sentimento diverso dal primo, che Esiodo cio facesse un numero grande di versi, come il poema sulle donne, ed i versi, a cui danno il soprannome di grandi Ee, e la Teogonia; e quelli sull'indovino Melampo, e come Teseo nell'Inferno insieme con Piritoo discese, e la esortazione di Chirone sull'insegnamento di Achille, e tutte le altre cose, che oltre le Opere, e i Giorni vanno col suo nome. Questi stessi dicono, che Esiodo fosse nell'arte divinatoria ammaestrato presso gli Acarnani: e vi sono de' versi divinatorj, che noi ancora abbiamo letti, e delle narrazioni su i prodigj.
4. Cose totalmente opposte si sono dette sulla morte di Esiodo ancora. Imperciocch i figli di Ganittore Ctimeno, ed Antifo fuggirono da Naupatto in Molicria per la uccisione di Esiodo, ed in quel luogo stesso, essendo stati empj verso Nettuno, ebbero nella Molicride il castigo, e in questo tutti si uniscono a dire lo stesso. Altri dicono, che la sorella di que' giovanetti fosse sforzata da un altro, e che Esiodo non avesse con verit avuto del delitto la taccia; altri poi, che fosse realmente opera sua. Le cose adunque, che Esiodo stesso, ed i versi suoi risguardano, sono cos differentemente asserite.
5. Sulla punta estrema dell'Elicone  il Lamo, fiume non grande. Nel territorio dei Tespiesi  la cos nomata Donacone; ivi  la sorgente di Narcisso, e dicono, che Narcisso in quest'acqua si specchiasse, e che non comprendendo, che mirava la ombra sua, non si avvedesse, che amava se stesso, e che per amore mor sul fonte. Questo  totalmente ridicolo, che uno, il quale ad una et di gi siasi avanzato, da essere preso da amore, non distingua n quale sia l'uomo, n quale l'ombra dell'uomo. Un altro discorso ancora si tiene sopra di lui, meno conosciuto del primo invero, ma che pure si dice: avea Narcisso una sorella gemella, in tutte le altre cose simile a lui nella forma, ed ambedue aveano simile la chioma, e di una veste somigliante si rivestivano, ed alla caccia andavano insieme: si accese Narcisso di amore per la sorella, e siccome la fanciulla mor, andando egli sovente al fonte, comprendeva invero, che la sua ombra vedeva, ma sebbene lo comprendesse, era sempre per lui un alleviamento all'amore, come colui, che non si figurava essere sua la ombra, ma sibbene di vedere la immagine di sua sorella. Il fiore narcisso per era stato dalla terra anche prima prodotto, a mio credere, se noi congetturare dobbiamo qualche cosa dai versi di Panfo. Imperciocch avendo molti anni prima di Narcisso Tespiese fiorito, dice, che la figlia di Cerere fu rapita mentre scherzava, e coglieva i fiori: e che fu rapita non ingannata con viole, ma con narcissi.
 CAPO TRENTESIMOSECONDO
Creusi - Citt di Tisbe - Tifa - Aliarto - Gesta di Lisandro.
1. Quelli, che abitano in Creusi, arsenale de' Tespiesi, non hanno nulla di pubblico; ma nella casa di un uomo privato vi era una statua di Bacco, di gesso, e dipinta. Dal Peloponneso a Creusi la navigazione  tortuosa, e d'altronde non sicura: imperciocch sporgono in fuori promontorj, onde non si trapassi il mare direttamente, ed insieme soffiano dai monti venti assai violenti.
2. Navigando da Creusi non di l; ma lungo la Beozia istessa, havvi a destra la citt di Tisbe. Primieramente si trova un monte vicino al mare; passato questo, entrerai in una pianura, e dopo questa verrai ad un altro monte: alle radici di esso  la citt. Ivi  un tempio di Ercole, ed una statua ritta in piedi di marmo, e celebrano le feste Eracle. Nulla avrebbe impedito, che la pianura, che  fra i due monti, per l'abbondanza delle acque non fosse divenuta un lago, se non vi avessero in mezzo alzato un forte argine; e cos nell'anno voltano l'acqua da una parte dell'argine, e coltivano l'altra. Dicono, che Tisbe fosse una Ninfa del paese, da cui ebbe nome la citt.
3. Navigando di qu lungo la costa, havvi una piccola citt sul mare, detta Tifa. Hanno i Tifeesi pure un Eraclo, e celebrano ogni anno una festa. Questi fra i Beoti pretendono di essere stati ne' tempi antichi specialmente dotti nelle cose marine, rammentando, che un tal Tifi, loro nazionale, fu prescelto ad essere nocchiero della nave Argo: e davanti al paese mostrano ancora il luogo, dove dicono essersi ricoverata la nave Argo nel ritornare da Colco.
4. Da Tespie avanzandosi verso il continente, si trova Aliarto. Chi fosse il fondatore di Aliarto, e Corona non era conveniente, che io lo separassi dalle cose sopra gli Orcomenj. Nella spedizione del Persiano, sendo gli Aliarzj del partito de' Greci, una porzione dell'armata di Serse invase per arderlo il loro paese, e la loro citt. In Aliarto  il monumento di Lisandro Lacedemonio. Imperciocch avendo assalito le mura di Aliarto, mentre dentro la citt era un'armata venuta da Tebe, e da Atene, cadde in una sortita, che fecero i nemici.
5. In Lisandro altre cose dobbiamo sommamente lodare, ed altre ancora acremente biasimare. Diede invero questi tratti di accortezza, mentre comandava le galee de' Peloponnesj: Antioco nocchiero di Alcibiade, guardando in assenza di Alcibiade la flotta, fu da lui indotto nella lusinga di essere in istato di dare ai Lacedemonj una battaglia navale, e dalla temerit, e dall'insolenza innalzato, fu da Lisandro vinto non lungi dalla citt de' Colofonj. E come per la seconda volta and Lisandro da Sparta al comando delle galere, in guisa tale mitig Ciro, che tutte le volte, che ne lo richiese, gli diede ancora denari per la fiotta, a tempo, ed in abbondanza. Usciti con cento navi gli Ateniesi in Egopotami, prese i loro navigli, avendo osservato il tempo, che i marinaj si erano per fare acqua, e prendere vettovaglia sparsi. Diede ancora questo esempio di giustizia. Con Autolico pancraziasta, la cui immagine io conosco, avendola veduta nel Pritano degli Ateniesi, venne di non so quale possessione in contesa, Eteonico Spartano. Come adunque fu colto di non dire cose giuste (imperocch era allora in Atene il governo de' Trenta, e vi si trovava ancora Lisandro) per questo Eteonico cominci a batterlo, e condusse Autolico, che si difendeva, a Lisandro, sperando, che questi avrebbe ad ogni modo in suo favore giudicato: ma Lisandro condann come reo Eteonico, e rimandollo, disonorandolo con parole.
6. Queste furono le cose gloriose, che Lisandro oper; queste altre poi sono le sue azioni biasimevoli. Imperciocch egli mise a morte ad Egopotami Filocle Ateniese, Capitano, insieme con altri quattro mila prigionieri, Ateniesi anche essi, e morti non li copr di terra, il che riceverono anche i Persiani sbarcati a Maratona dagli Ateniesi, e que' Lacedemonj ancora, che erano nelle Termopili caduti, dal Re Serse. Ed altri disonori ancora piu gravi prepar Lisandro ai Lacedemonj colle Decarchie, che nelle citt stabil, e cogli Armosti Laconi. Ed avendo i Lacedemonj stabilito di non possedere ricchezze, per un certo oracolo, che il solo amore de' denari sarebbe stato la rovina di Sparta, egli fece nascere a loro un gran desiderio di esse. Io poi seguendo i Persiani, e colla legge di quelli giudicando, penso, che Lisandro pe' Lacedemonj sia stato di nocumento pi che di vantaggio.
 CAPO TRENTESIMOTERZO
Monte Tilfusio - Fonte Tilfusa - Tiresia - Monumenti di Aliarto - Fiume Lofi - Villaggio di Alalcomene - Scelleratezze, e morte di Silla - Fiume Tritone.
1. In Aliarto  il sepolcro di Lisandro, e l'Eroo di Cecrope di Pandione. Il monte Tilfusio, e la fonte cos detta Tilfusa, sono cinquanta stadj lontani da Aliarto. Si narra dai Greci, che gli Argivi avendo preso insieme co' figli di Polinice la citt di Tebe, fra le spoglie, che al Nume in Delfo menavano, vi era anche Tiresia: e (perciocch era dalla sete oppresso) dicono, che bevendo per la strada in questo fonte di Tilfusa, vi lasci la vita: ed egli ha il sepolcro presso la fonte. Dicono per, che la figlia di Tiresia dagli Argivi fosse data ad Apollo, ma comandandolo il Dio, fu colle navi nella Jonia, e della Jonia nel paese de' Colofonj portata, dove essa si congiunse in matrimonio con Manto Racio Cretese. Le altre cose circa Tiresia, ed il numero di tutti quelli anni, che come hanno scritto, egli visse, come di donna in uomo fu mutato, e perch Omero nella Odissea cant, che Tiresia solo per la scienza era conosciuto nell'Inferno, tutte queste cose ognuno le conosce, avendole intese.
2. Hanno que' di Aliarto allo scoperto un tempio di Dee, che Prassidiche chiamano: ivi giurano, e non credono, che temerario sia il giuramento: il tempio di queste Dee  presso il monte Tilfusio. In Aliarto vi sono de' templi, e questi senza statua, e senza tetto: a chi furono eretti neppure questo potei sapere.
3. Nell'Aliartide  il fiume Lofi. Si narra, che sendo in origine il paese arido, e non essendovi acqua, uno de' potenti andando a Delfo, interrog il Nume in qual guisa avrebbero potuto trovare acqua nella terra: la Pizia ordin, che colui, il quale nel ritorno in Aliarto, in lui prima degli altri si fosse imbattuto, fosse da lui ucciso. Soggiungono, che s'incontr con lui Lofi figlio di Partenumene, ed egli senza indugiare, colla spada fer il giovinetto, il quale respirando ancora, correva qu, e l, e dove il sangue scorreva, di l la terra faceva sorgere acqua, e perci il fiume si appella Lofi.
4. Alalcomene  un castello non grande, posto alle estreme radici di un monte non molto alto: dicono, che ebbe il nome da Alalcomene indigena, dal quale fu allevata Minerva: altri poi affermano, che Alalcomenia ancora sia stata una delle figlie di Ogigo. Pi oltre del castello, nel piano  edificato il tempio di Minerva, anticamente colla statua di avorio. Silla commise cose crudeli contro gli Ateniesi, ed aliene dal costume dei Romani: simili a queste furono quelle, che oper contro i Tebani, e gli Orcomenj: aggiunse ancora a queste quello, che in Alalcomene fece, depredando la statua stessa di Minerva. Costui avendo in questa guisa sfogato il suo sdegno contro le citt, e gl'Iddii della Grecia, fu dalla malattia pi schifosa di tutte assalito: imperocch il suo corpo ferment tutto di pidocchi, e la sua primiera creduta felicit ebbe questo fine. Il tempio in Alalcomene dopo quel tempo non fu pi curato, come essendo privo della Dea. A mio tempo quest'altra cosa ancora per la distruzione sua si  aggiunta, che natagli addosso una edera grande, e forte, sciolse le commessure, e stacc le pietre l'una dall'altra.
5. Ivi scorre ancora un torrente non grande, che chiamano Tritone, perch vuole la tradizione, che Minerva sia stata presso il fiume Tritone allevata: come se questo sia quel fiume Tritone, e non quello de' Libj, il quale mette nel mare Libio dal lago Tritonio.
 CAPO TRENTESIMOQUARTO
Tempio di Minerva Itonia - Corona - Monte Libetrio - Monte Lafistio - Fiume Falaro - Citt di Orcomeno.
1. Prima di arrivare da Alalcomene a Corona si trova il tempio di Minerva Itonia: appellasi cos da Itonio di Anfizione, e qu i Beoti in comune consiglio si adunano. Nel tempio sono le statue di Minerva Itonia e di Giove, di bronzo, opera di Agoracrito, scolare e giovine amato di Fidia. Dedicarono a mio tempo le statue ancora delle Grazie. Si narra anche questo: che Iodama sacerdotessa della Dea entr di notte nel sacro recinto, e che le apparve Minerva; sulla veste della Dea era il capo di Medusa di Gorgone, ed Iodama come la ebbe veduta divenne pietra. E per questo motivo, ponendo una donna il fuoco ogni d sull'ara di Iodama, tre volte in favella de' Beoti dice, che Iodama vive, e chiede il fuoco.
2. Corona ci porse da menzionare sul foro l'ara di Mercurio Epimelio, e quella de' Venti. Poco pi in basso havvi il tempio di Giunone colla statua antica, opera di Pitodoro Tebano: porta essa sulla mano le Sirene. Imperciocch affermano, che queste figlie di Acheloo furono persuase da Giunone ad attaccare colle Muse un combattimento di canto; e che come queste ultime ebbero vinto, spennacchiarono le ali delle Sirene, e se ne fecero delle corone.
3. Quaranta stadj distante da Corona  il monte Libetrio: in esso sono le statue delle Muse e delle Ninfe soprannomate Libetrie: vi sono ancora delle sorgenti, di cui una Libetriade, l'altra, Rupe  nomata: queste alle mammelle di una donna si assomigliano, e sorge da esse un'acqua simile al latte.
4. Da Corona al Monte Lafistio, ed al sacro recinto di Giove Lafistio sono venti stadj: la statua  di marmo. Dicono, che sendo Atamante per sagrificare qui Frisso ed Elle, fosse da Giove mandato ai fanciulli un ariete col vello di oro, e che essi sopra questo ariete fuggissero. Pi in alto  Ercole di soprannome Carope: ivi dicono i Beoti, che Ercole uscisse portando il cane dell'inferno. Dal Lafistio scendendo al tempio di Minerva Itonia si trova il fiume Falaro, che sbocca nel lago Cefiside.
5. Di l dal monte Lafistio  Orcomeno; se vi  citt illustre per la gloria ne' Greci,  questa, la quale salita un giorno ad un altissimo grado di felicit dovea essa pure ricevere il fine poco meno, che come Micene, e Delo. Intorno alle sue origini ecco ci che rammentano. Dicono che il primo ad abitare in questo luogo fu Andreo figlio del fiume Peneo, e da lui la terra fu nomata Andreide. Venuto a lui Atamante diede egli ad Atamante del suo territorio quella parte, che  intorno al Lafistio, e le odierne Corona ed Aliarzia. Atamante adunque come colui, che non credeva restare di se alcuno de' figli maschi (imperciocch egli istesso avea osato ci che di Learco e Melicerta si narra, e Leucone mor di malattia; di Frisso poi, o non sapeva se pi era in vita, o se rimaneva stirpe di lui) perci adott Aliarto e Corono figli di Tersandro, di Sisifo, poich Atamante era fratello di Sisifo. Finalmente per ritornato da Colco, altri dicono Frisso istesso, altri Presbone, il quale si dice nato a Frisso dalla figlia di Eeta, perci permisero i figli di Tersandro, che la casa di Atamanto ad Atamante istesso, ed ai suoi discendenti appartenesse, essi poi (conciossiach di loro Atamante una porzione del territorio) furono fondatori di Aliarto, e Corona. Prima ancora di queste cose Andreo avea preso in moglie Evippe figlia di Leucone da Atamante, e gli nacque un figlio Eteocle, che secondo la fama de' cittadini si dice del fiume Cefiso, cosicch alcuni de' poeti ancora chiamarono ne' versi loro Eteocle col nome di Cefisiade. Questo Eteocle, come divenne Re permise, che il paese avesse da Andreo il nome; delle trib poi Cefisiade una, e l'altra volle, che dal suo nome fosse appellata. Pervenuto presso di lui Almo di Sisifo, Eteocle gli diede ad abitare una parte non molto grande del paese; ed allora parecchi castelli furono chiamati Almoni da questo Almo; ne' tempi posteriori per prevalse, che uno solo ritenesse il nome di Almoni.
 CAPO TRENTESIMOQUINTO
Numero e Statue delle Grazie.
1. Dicono i Beoti, che Eteocle fu il primo, che sagrificasse alle Grazie: e sanno che stabil essere tre le Grazie; ma quali nomi desse loro non li rammentano. Imperciocch i Lacedemonj affermano essere due le Grazie, e che Lacedemone di Taigete le ergesse, e desse loro i nomi di Clita e Faenna. Convenevoli invero sono questi nomi dati alle Grazie, convenevoli quelli ancora, che esse dagli Ateniesi hanno ricevuto: imperciocch gli Ateniesi ancora onorano da' tempi rimoti le Grazie Auxo ed Egemone. Conciossiach quello di Carpo non  nome di una Grazia, ma di una Ora: all'altra Ora gli Ateniesi compartono onori insiememente con Pandroso, chiamando la Dea col nome di Tallo. Avendolo adunque appreso da Eteocle l'Orcomenio abbiamo fissato di gi il pregare tre Grazie: ed Angelione e Tecteo, i quali fecero ai Delj Bacco ed Apollo, fecero nella mano di questo tre Grazie: e in Atene davanti all'ingresso della cittadella, le Grazie sono tre anche esse: presso di queste celebrano una iniziazione in segreto della moltitudine. Panfo fu il primo di quelli che noi conosciamo, il quale cant sulle Grazie: niun limite per ha posto n intorno al numero, n sopra i nomi loro. Omero, poi (conciossiach anche costui ramment le Grazie) dice, che vi  la moglie di Vulcano, e le d il nome di Grazia. Di Pasitea dice, che fosse suo amante il Sonno: e quando parla di esso fa quel verso:
Certo che una darammi delle Grazie
Pi giovani.
Per questa ragione alcuni sospettano, che Omero conosceva altre Grazie pi vecchie ancora. Esiodo nella Teogonia (gli attribuisca pure chi il voglia la Teogonia) dice, che le Grazie sono figlie di Giove e di Eurinome, e che hanno i nomi di Eufrosine, Aglaia e Talia: lo stesso si legge ne' versi di Onomacrito. ntimaco poi senza dare n il numero n il nome delle Grazie dice, che sono figlie di Egle e del Sole. Ermosianatte finalmente, autore delle elege, in tanto dissente dal parere de' sopraddetti, che afferma essere la Persuasione anche essa una delle Grazie.
2. Chi fosse il primo fra gli uomini, che formasse, o dipingesse le Grazie nude, non potei saperlo: dappoich le pi antiche, le quali sono vestite, dagli statuarj similmente, e dai pittori facevansi: e presso gli Smirni cos nel tempio delle Nemesi di l dalle statue sono situate le Grazie di oro, opera di Bupalo, e nell'Odo hanno cos l'immagine di una Grazia, pittura di Apelle. Similmente i Pergameni le hanno nel Talamo di Attalo, anche esse opera di Bupalo; e presso il cos detto Pizio sono anche ivi le Grazie, da Pittagora Pario dipinte: Socrate di Sofronisco poi scolp davanti all'ingresso della cittadella agli Ateniesi le statue delle Grazie. E queste sono tutte similmente con veste: quei, che vennero dopo non so per qual motivo cangiarono loro le figure: nel mio tempo pertanto formavano o dipingevano le Grazie nude.
 CAPO TRENTESIMOSESTO
Altri Re di Orcomeno - Guerra de' Flegj contro Delfo, e loro eccidio - Minj - Orcomeno ed Ietto.
1. Morto Eteocle, pass il regno nella stirpe di Almo: ebbe Almo stesso per figlie Crisogena e Crise: di Crise di Almo e di Marte, vuole la fama, che nascesse Flegia, il quale ebbe il regno di Eteocle, che era morto senza figli. Egli cangi il nome di tutto il paese in quello di Flegiantide invece di Andreide: vi era la citt di Andreide in origine edificata, e Flegia le ne aggiunse un'altra del suo nome, avendovi raccolto i pi valorosi de' Greci nelle cose di guerra.
2. I Flegj col tempo si ribellarono dagli altri Orcomenj per stoltezza ed ardire, e depredavano i vicini: finalmente uscirono per spogliare il tempio di Delfo; allora Filammone venendo in ajuto di Delfo con una mano di scelti Argivi contro di essi, egli, e gli Argivi restarono nella pugna morti. Che i Flegj si dilettassero pi di tutti i Greci di far guerre, me lo attestano i versi ancora nella Iliade intorno a Marte, ed al Timore di Marte:
E questi invero tolsero le armi
Questi due contro gli Efiri, oppur contro
I Flegj d'alto cuore.
E credo che gli Efiri, di cui qu parla siano quelli del continente Tesprozio. La stirpe de' Flegj adunque fu dalle fondamenta, per cos dire, distrutta dal Nume con fulmini spessi, e forti terremoti: quelli che rimasero, assaliti da una pestilenza perirono: e pochi di loro si rifuggiarono ancora nella Focide. Non avendo Flegia avuto figli, ricev Crise il regno, sendo figlio di Crisogena di Almo, e di Nettuno. A Crise nacque un figlio Minia, e da lui anche oggid Minj sono detti quelli, sopra i quali regnava. Minia ebbe allora rendite in tanta quantit, che super in ricchezza i suoi predecessori: e Minia il primo degli uomini, che conosciamo fabbric un tesoro per riporvi le ricchezze. I Greci sono forti nello stimare pi quelle cose, che superano ogni limite nella maraviglia, di quello che le loro proprie: tutte le volte adunque, che a persone illustri nella storia venne il talento di descrivere le piramidi, che sono presso gli Egizj con somma diligenza, non fecero neppure la pi leggiera menzione del tesoro di Minia, e delle mura di Tirinto, comech non siano di meraviglia minore.
4. Di Minia nacque Orcomeno; regnando costui la citt Orcomeno, e gli abitanti Orcomenj furono chiamati. Rimase nulladimeno loro di essere soprannomati Minj per distinguersi dagli Orcomenj di Arcadia. Presso questo Orcomeno mentre regnava giunse Ietto da Argo, esule per la morte di Moliro di Arisbante, che egli uccise avendolo colla sua moglie colto in adulterio. Orcomeno gli diede tutta quella parte del paese, che ora  intorno al castello chiamato Ietto, e quella che gli  contigua. Di Ietto fece menzione anche colui, che compose i versi chiamati dai Greci le grandi Eee:
Poi che Ietto ebbe ucciso il caro figlio
Di Arisbante Moliro in casa propria
Per l'adulterio della sua consorte,
Fuggendo abbandon la sua magione
Lasciando Argo che pasce almi destrieri
Ad Orcomeno Minio giunse, e questi
L'accolse, e gli don come era giusto
Molti beni.
Questo Ietto  il primo, che si sappia avere punito l'adulterio: dopo sendo Dracone Legislatore degli Ateniesi, dalle leggi che scrisse sul governo, fu stabilito quali cose dovessero avere impunit, e fra queste la vendetta dell'adulterio. Lo splendore de' Minj era di gi a tanto salito, che Neleo ancora di Creteo Re di Pilo ebbe da Orcomeno in moglie Clori figlia di Anfione di Jasio.
 CAPO TRENTESIMOSETTIMO
Continua la storia de' Re di Orcomeno - Gli Orcomenj cacciati dai Tebani sono da Filippo di Aminta ristabiliti.
Dovea cessare di regnare anche la stirpe di Almo, imperciocch non lasci figli Orcomeno, e cos pass il regno in Climeno di Presbone di Frisso. De' figli di Climeno sono, il pi anziano Ergino, e dopo di lui Strazio, Arrone, Pileo, ed il pi giovane Axeo.
2. Fu Climeno nella festa di Nettuno Onchestio ucciso da alcuni Tebani, i quali da una piccola causa a tutto il furore si portarono: Ergino il pi anziano de' figli di Climeno ricevette il regno. E subito egli e i fratelli suoi avendo raccolto un esercito contro Tebe n'andarono, e vinsero la battaglia, e dopo questo vennero ad un accordo, che i Tebani ogni anno, avessero pagato un tributo per l'uccisione di Climeno. Rivoltosi Ercole alla cura di Tebe furono i Tebani dal tributo liberati, ed i Minj ebbero nella guerra una grave sciagura. Ergino per, siccome i cittadini erano stati estremamente dannegiati, fece con Ercole la pace, e cercando di ricuperare la primiera ricchezza e felicit, pi non si diede premura di alcuna altra cosa, cosicch non si avvide neppure, che era alla vecchiaja pervenuto senza avere preso moglie, e senza avere figliuoli. Come si furono da lui le ricchezze raccolte, allora desider di avere de' figli; ed ito a Delfo, ed interrogando l'oracolo intorno ai figli, la Pizia queste cose rispose:
O di Climeno figlio di Presbone
Ergino, tardi a cercar prole giungi,
Ancor per sei in tempo ad applicare
Giovin corona ad albero invecchiato.
3. Avendo esso preso una moglie giovane, secondo l'oracolo, nacquero a lui Trofonio ed Agamede. Si dice Trofonio figlio di Apollo e non di Ergino: ed io me ne persuado e chiunque ancora, che and a Trofonio per consultarlo. Dicono, che come questi furono cresciuti posero sommo studio in edificare templi agli Iddii, e reggie agli uomini; imperciocch edificarono ad Apollo il tempio in Delfo, e ad Irieo il tesoro. Fecero ivi, che una delle pietre potesse da loro torsi nella parte di fuori, onde essi prendevano sempre qualche cosa di quello che vi era posto. Irieo era stupefatto, vedendo, che le chiavi, i sigilli e le altre cose erano intatte, e che il numero delle ricchezze diminuiva sempre. Sopra i vasi adunque, ne' quali teneva l'oro, e l'argento tese lacciuoli, o qualche altra cosa, che dovea ritenere chi entrava, e le ricchezze toccava. Entrato Agamede, fu dai legami tenuto: Trofonio adunque gli recise il capo, affinch comparso il giorno non fosse quello messo ai tormenti, e non fosse egli indicato di avere avuto parte nel delitto. Trofonio ivi dalla terra, che aprissi fu ingojato, dove  nel sacro bosco di Lebadia una fossa chiamata di Agamede, e presso di questa una colonna. Il regno degli Orcomenj fu ottenuto da Ascalafo e da Ialmeno che diconsi figli di Marte, e per madre aveano avuto Astioche di Attore, di Axeo, di Climeno: sotto questi condottieri i Minj andarono contro Troja. Ebbero gli Orcomenj parte ancora nella flotta coi figli di Codro per la Jonia. Scacciati poi dai Tebani furono di nuovo in Orcomeno da Filippo di Aminta condotti. La loro fortuna per dovea sempre andare nel pi debole.
 CAPO TRENTESIMOTTAVO
Monumenti di Orcomeno - Tesoro di Minia - Sepolcri di Minia, ed Esiodo - Culto di Atteone - Fiumi Melane e Cefiso - Ricchezze di Orcomeno - Citt di Aspledone.
1. Hanno gli Orcomenj il tempio di Bacco; ma il pi antico  quello delle Grazie. Venerano specialmente de' sassi, e dicono, che essi caddero ad Eteocle dal cielo: le statue poi fatte con grazia furono a' miei d dedicate, e sono anche esse di marmo. Hanno un fonte ancora, che merita di essere veduto: e scendono ad esso per prendere l'acqua.
2. Il Tesoro di Minia, meraviglia, che non  inferiore ad alcuna altra nella Grecia ed altrove,  in questa guisa fatto.  lavorato di pietra, di figura rotonda, e la sua sommit non termina molto in acuto: dicono che quella pietra, che sta pi in alto serve di legatura a tutto l'edificio. 
3. Ivi sono pure i sepolcri di Minia e di Esiodo. Dicono, che cos riceverono le ossa di Esiodo. Affligendo una pestilenza gli uomini, ed i bestiami, mandarono ambasciadori presso del Nume. Narrano, che rispondesse loro la Pizia, che fuori del portare nella Orcomenia le ceneri di Esiodo dal territorio di Naupatto non v'era altro rimedio: che questi l'interrogarono per la seconda volta, in qual luogo del territorio di Naupatto le avrebbero trovate, e che di nuovo la Pizia disse, che lo avrebbe loro indicato una cornacchia. Laonde andati gli Ambasciadori nel paese, dicono che fosse da loro non lungi dalla strada veduta una rupe, e l'uccello sopra di essa; e trovarono le ossa di Esiodo in una caverna della rupe, e sul monumento questi versi furono scritti:
Ascra fertile in messi  patria sua
Ma la terra de' Minj equestri tiene
D'Esiodo morto le ossa; la sua gloria
Grande  ne' Greci avendo tal giudizio
Di lui fatto coloro, che pi sanno.
4. Intorno ad Atteone fu detto dagli Orcomenj, che il paese era vessato da una larva, che teneva una rupe. Come ebbero consultato l'oracolo in Delfo, il Nume comand loro, che trovando se mai vi era alcuna reliquia di Atteone, colla terra la coprissero: comand ancora, che avendo fatto la immagine della larva di bronzo legassero questa con ferro alla rupe: ed io stesso vidi la statua legata: e fanno ad Atteone ogni anno de' funerali. Sette stadj distante da Orcomeno  il tempio di Ercole con statua non grande.
5. Ivi sono le sorgenti del fiume Melane, il quale, va anche esso a sboccare nel lago Cefiside. Occupa d'altronde il lago la maggior parte della Orcomenia, e nella stagione d'inverno soffiando pi il vento Noto, allaga l'acqua un maggior tratto di paese. I Tebani dicono, che il fiume Cefiso fosse da Ercole rivoltato sul campo Orcomenio, e che fino allora esso sboccava nel mare sotto del monte prima, che Ercole non avesse chiuso l'apertura pel monte. Sa per Omero ancora, che il lago Cefiside d'altronde esisteva, e non fu fatto da Ercole:
E sul lago Cefisi coricato.
6. E non  verosimile, che gli Orcomenj non ritrovassero l'apertura, e rotta l'opera di Ercole, non avessero renduto al Cefiso l'antico passaggio: dappoich neppure fino al tempo delle cose Trojane erano in denari impotenti. Me ne fa fede anche Omero nella risposta di Achille agli ambasciadori di Agamennone:
N tutto ci, che a Orcomeno si porta.
Dal che,  chiaro, che anche allora avessero gli Orcomenj molte ricchezze. Narrano inoltre, che gli abitatori abbandonarono Aspledone per essere scarsi di acqua: che la citt ebbe il nome da Aspledone, figlio, come dicono, di Mida, e Nettuno. Si accordano a ci i versi ancora, che fece Chersia Orcomenio:
Da Nettuno, e dalla inclita Mida
Nacque Aspledone nella citt larga.
N vi era pi a' miei giorni alcuna memoria de' versi di Callippo, introdotti nello stesso discorso sugli Orcomenj. Di questo Chersia rammentano gli Orcomenj l'epigramma ancora, che  sul sepolcro di Esiodo.
 CAPO TRENTESIMONONO
Citt di Lebada - Ercina - Oracolo di Trofonio.
1. I luoghi presso de' monti di l dagli Orcomenj sono abitali dai Focesi: nella pianura poi confina con loro Lebada. Questa in origine era situata sull'alto, e nomavasi Mida dalla madre di Aspledone: giunto per in essa Lebado da Atene, discesero gli uomini, e la citt al piano, e da lui fu questa appellata Lebada. Del padre di Lebado, e per qual cagione costui qui sen venne, non sanno altro, che Nice fu moglie di Lebade.
2. La citt loro  adornata di varie cose, come quelle de' Greci specialmente felici.  da essa separato il bosco sacro di Trofonio. Dicono, che qu scherzando Ercina insieme con Proserpina, e tenendo un'oca, se la lasciasse contro il suo volere fuggire; volata in un antro concavo, e sotto una pietra nascostasi, entrando Proserpina la prese, mentre sotto la pietra si stava: ed affermano, che scorresse l'acqua l dove Proserpina avea tolto la pietra, e perci il fiume fosse nomato Ercina: presso la ripa del fiume  il tempio di Ercina, ed in esso una vergine, che tiene nelle mani un'oca. Nella spelonca sono le sorgenti del fiume, ed alcune statue ritte in piedi: attortigliati agli scettri di queste, veggonsi de' dragoni: potrebbesi da alcuno supporre, che Esculapio fossero, ed Iga: ovvero Trofonio, ed Ercina; dappoich non credono i dragoni pi sacri ad Esculapio, che a Trofonio. Sul fiume havvi il monumento di Arcesilao: dicono, che Leito riportasse le ossa di Arcesilao da Troja.
3. Le cose pi illustri, che trovansi nel bosco sacro di Trofonio, sono il tempio, e la statua di Trofonio, anche essa somigliante ad Esculapio. Prassitele fece questa statua. Evvi ancora il tempio di Cerere di soprannome Europa; ed allo scoperto Giove Pluvio. Salendo all'oracolo, e di l innoltrandosi nel monte, si trova il tempio di Proserpina chiamata Tera, e di Giove Re: questo tempio per la grandezza, o per le vicende della guerra  stato lasciato imperfetto: in un altro tempio sono le statue di Saturno, Giunone, e Giove. Havvi ancora il tempio di Apollo.
4. Nell'oracolo accade questo: allorch sia sembrato ad alcuno di discendere nell'antro di Trofonio, primieramente per certi giorni determinati mena la vita in un edifizio:  l'edifizio il tempio del Buon Genio, e della Buona Fortuna: mentre fa ivi la sua dimora, si purifica con altre cose, e sta lontano dai bagni caldi; il bagno suo  il fiume Ercina: ed egli ha carni abbondanti dai sacrificj: conciossiach quello, che vi scende sagrifica a Trofonio, ed ai figli di esso; ed inoltre ad Apollo, Saturno, e Giove soprannomato Re, a Giunone Enioca, ed a Cerere, a cui dando il soprannome di Europa, dicono, che sia nudrice di Trofonio. In ciascuno de' sagrificj sendovi presente un indovino, osserva le viscere della vittima, ed osservatele, predice a colui, che discende, se Trofonio lo ricever benigno, e propizio. Le viscere delle altre vittime non manifestano per la mente di Trofonio; ma nella notte, in cui ciascuno discende, in essa sagrificano un becco nella fossa, invocando Agamede. Niun conto si ha delle vittime primiere, che mostrate si sono favorevoli, se le viscere di questo becco non si accordano a dire lo stesso. Sendo ancora queste di accordo, allora ciascuno scende pieno di buone speranze, e si fa cos. Primieramente nella notte lo menano al fiume Ercina: e menatovelo, lo ungono di olio, e lo lavano due garzoni de' cittadini della et di tredici anni, cui danno il soprannome di Mercurj: questi sono, che lavano quello, che scende, e tutte quelle cose, che bisognano, come servi le fanno. Quindi dai Sacerdoti non  subito menato all'oracolo, ma a certe sorgenti, l'una vicinissima all'altra. Ivi fa di mestieri, che egli beva l'acqua chiamata di Lete, affinch si dimentichi di tutto ci, che fino allora pensava, e dopo questo, che un'altra acqua bea di Mnemosine: questa gli fa ricordare ci, che ha veduto quando  disceso. Avendo veduto una statua, che dicono essere stata fatta da Dedalo (e dai Sacerdoti non si mostra, se non che a coloro, i quali sono per andare presso Trofonio), veduta adunque questa statua, dopo averla venerata, e pregata, va all'oracolo rivestito di una tunica di lino, cinta con tenie, e legatisi calzari del paese.
5.  l'oracolo di l dal bosco sul monte. Intorno  circondato da una sponda di marmo bianco, il giro della quale  come una piccolissima area: l'altezza  minore di due cubiti. Sulla sponda vi sono degli spiedi, di bronzo, s essi, che le fascie, da cui sono tenuti; in mezzo a questi sono le porte. Dentro il recinto havvi un'apertura di terra, non naturale, ma con arte, ed ordine diligentemente fatta. La figura di questo edifizio  simile ad un forno; la larghezza, come si pu credere,  del diametro di quattro cubiti. La profondit dell'edifizio neppure questa potr supporsi, che ecceda gli otto piedi. Non vi  discesa al pavimento: ma dappoich uno viene presso Trofonio, gli portano una scala stretta, e leggiera. Colui, che discende, trova fra il pavimento, e la volta un buco della larghezza di due spitami, e dell'altezza, come ci parve, di uno spitamo. Quello adunque, che scende, coricatosi sul pavimento, tenendo focaccie impastate con miele, mette i piedi nel buco, ed egli stesso vi passa, cercando, che le ginocchia sue siano dentro la caverna: il rimanente del corpo subito  tirato, e scorre appresso alle ginocchia, come il pi grande, e veloce de' fiumi coprirebbe un uomo preso da un vortice: quindi quelli, che sono dentro il recesso non sono sempre da una sola, e stessa maniera del futuro ammaestrati: ma altri lo vede, altri lo ascolta. Quelli che sono discesi ritornano per la stessa bocca per cui sono entrati, mandando fuori prima di tutto i piedi. Dicono, che niuno di quei, che vi sono discesi sia morto se non una delle guardie del corpo di Demetrio, il quale, secondo ci che affermano, non fece nel tempio alcuna delle cose di rito, n per consultare il Dio vi discese, ma sulla speranza di portar fuori dal recesso oro, ed argento: e si racconta, che il cadavere di costui si rivide altrove, e non fu cacciato fuori per la bocca sacra. Circa adunque questo uomo comech altre cose si dicano, ho esposto le cose pi degne a narrarsi. Quello, che da Trofonio ritorna, preso subito dai Sacerdoti, vien posto a sedere sul seggio chiamato di Mnemosine: questo non  molto dal recesso discosto: uscito ivi lo interrogano di ci, che vide, ed ud; ed avendolo appreso, danno la cura dell'uomo a chi si spetta: questi prendendolo lo portano nell'edifizio, dove prima ancora avea dimorato, presso la Buona Fortuna, ed il Genio Buono, oppresso ancora dal terrore, e che non conosce n se n i circostanti. Dopo non si ricorda delle altre cose meno di prima, e gli ritorna il riso. Io scrivo questo non stando alle relazioni altrui; ma l'ho veduto sugli altri, e l'ho sperimentato io stesso consultando Trofonio. Quelli, che scendono nell'antro di Trofonio  necessario, che tutte quelle cose che ciascuno ud, o vide le dedichi scritte in una tavoletta. Vi rimane ancora lo scudo di Aristomene; quali cose avvennero ad esso sono state da me di sopra mostrate.
 CAPO QUARANTESIMO
Origine dell'oracolo di Trofonio - Cherona, e suoi monumenti.
1. I Beoti non avendolo prima udito, per la seguente cagione conobbero questi oracoli. Mandarono da ciascuna citt ambasciadori in Delfo a consultare l'oracolo, imperciocch era il secondo anno, che non pioveva sul loro paese; chiedendo adunque costoro di essere dalla siccit liberati ingiunse ad essi la Pizia, che andando in Lebada presso Trofonio da lui avrebbero trovato il rimedio. Come adunque in Lebada venuti non potevano ritrovare l'oracolo, ivi Saone di quelli della citt di Acrefnio (era costui anche il pi vecchio di et degli Ambasciadori) vide uno sciame di api, ed ovunque queste volgevansi le segu; ed avendo veduto subito che esse volarono in questa parte della terra, entr con loro nell'oracolo. E dicono che questo Saone del rito stabilito, e di tutte le altre cose, che circa l'oracolo osservano, fosse da Trofonio ammaestrato.
a. Delle opere di Dedalo queste due sono ne' Beoti, l'Ercole in Tebe, ed il Trofonio presso i Lebadj: altrettante sono le sue statue di legno in Creta, Britomarti in Olunte, e Minerva presso de' Cnossj: presso di questi poi  sopra un marmo bianco lavorato anche il coro di Arianna, di cui Omero fece menzione nella Iliade. I Delj pure hanno un piccolo simulacro di legno di Venere, che nella mano destra  danneggiato dal tempo, e in luogo di piedi termina in figura quadrangolare. Mi persuado, che questa fosse da Arianna da Dedalo ricevuta, e che quando segu Teseo portasse seco da casa la statua: e sendo stata essa a Teseo tolta, dicono i Delj, che perci dedicasse costui ad Apollo Delio il simulacro della Dea, acciocch portandoselo a casa non fosse mosso a ricordarsi di Arianna, e cos ritrovasse sempre per l'amore nuove sciagure. Oltre queste non conosco che ci restino altre opere di Dedalo: imperciocch circa quelle dedicate dagli Argivi nell'Ero, e quelle da Onface in Gela di Sicilia portate il tempo le fece sparire.
3. Contigui ai Lebadj sono que' di Cherona: chiamavasi la citt di questi ne' tempi antichi Arne, e dicono, che Arne fosse figlia di Eolo, e che da lei avesse nome un'altra citt ancora in Tessaglia: il nome moderno vogliono, che i Cheroneesi lo abbiano avuto da Cherone, figlio di Apollo, e di Tero di Filante. Ne fa testimonianza ancora l'autore delle grandi Ee dicendo:
Dell'inclito Jolao spos la figlia
Lipefile Filante, che in beltade
Alle Olimpie simle a lui di in luce
Ippota e Tero, che in bellezza eguale
Di Cintia ai raggi, negli amplessi cadde
Del biondo Apollo e partorigli il forte
Domator de' destrieri almo Cherone.
Omero comech sapesse a mio parere, che digi Cherona, e Lebada chiamavansi, ci non ostante servissi sopra di esse de' nomi antichi, siccome Egitto, e non Nilo chiam il fiume.
4. I Cheroneesi hanno nella loro regione due trofei dai Romani, e da Silla eretti dopo di avere vinto Tassilo, e l'esercito di Mitridate. Filippo di Aminta poi non dedic trofeo, n qu n in alcuna altra battaglia, in cui vinse i Barbari ovvero i Greci: imperciocch non era costume de' Macedoni l'erigere trofi. Si narra dai Macedoni, che regnando Carano in Macedonia vinse in battaglia Cisseo, il quale nel limitrofo paese regnava: e Carano eresse per la vittoria un trofeo secondo le leggi degli Argivi. Ed affermano, che uscito dall'Olimpo un leone rovesciasse il trofeo, e lo distruggesse: comprese allora Carano, che non avea pensato bene di stare in continua inimicizia coi barbari circonvicini, e che faceva di mestieri lo stabilire di non essere innalzati trofi n da Carano istesso, n da quelli che nel trono di Macedonia lo avrebbero seguito, affinch avessero potuto tirare nell'amicizia i vicini.  testimonio del mio ragionamento Alessandro ancora, il quale non eresse per Dario, ne per le vittorie Indiane trofi.
5. Andando alla citt si trova il cemeterio dei Tebani morti nel combattimento contro Filippo: non vi si legge inscrizione alcuna, ma vi  per insegna un leone, che potrebbe alludere specialmente al furore di questi: non vi  inscrizione (a mio credere) perch non fu il loro ardire dalla fortuna seguito.
6. Onorano specialmente fragli Iddii i Cheroneesi lo scettro, che Omero dice avere fatto Vulcano a Giove, e che da esso avutolo Mercurio a Pelope lo diede, da Pelope ad Atreo fu lasciato, e da Atreo a Tieste, e da Tieste lo ebbe Agamennone: venerano adunque questo scettro nomandolo asta: e che sia qualche cosa di pi divino non poco lo mostra la gloria, che da esso gli uomini ebbero. Dicono, che fu trovato nei confini loro, e di que' di Panopa nella Focide: e che insieme con esso i Focesi trovarono ancora dell'oro; e a questi piacque di avere l'oro invece dello scettro. Io credo che fosse portato nella Focide da Elettra di Agamennone. Esso non ha tempio a spese publiche edificato; ma il sacerdote di ciascun anno lo ritiene in sua casa: e fanno a lui ogni giorno de' sacrificj, e presso di lui  una mensa imbandita di ogni sorta di carni, e focaccie.
 CAPO QUARANTESIMOPRIMO
Opere di Vulcano - Monile di Enfile - Precipizio sopra Cherona.
1. Di tutte quelle cose, che i poeti cantano, e la fama venne ai mortali essere di Vulcano, di tutte queste se eccettuare si voglia lo scettro di Agamennone, niuna altra merita fede. I Licj infatti in Patara mostrano nel tempio di Apollo un cratere di bronzo, che dicono essere dono di Telefo, ed opera di Vulcano: e non si avvidero essi, come  verosimile, che Teodoro, e Reco Samj, furono i primi a fondere il bronzo. Gli Achi da Patre a parole dicono, che l'arca, che Euripilo port da Ilio  lavoro di Vulcano, ma in fatti non la fanno vedere.
2. Amatunte  una citt in Cipro, ed in essa  un tempio antico di Adone, e Venere: dicono che ivi stia il monile dato in origine ad Armonia, e chiamato di Erifile, perch essa lo ricev in dono per il marito; questo monile i figli di Fegeo lo dedicarono in Delfo; in qual guisa poi lo acquistarono, ci  stato gi da me dimostrato in quella parte del mio ragionamento, che  sopra gli Arcadi: fu poi depredato dai Tiranni de' Focesi, ed a mio parere non  presso gli Amatusj nel tempio di Adone: conciossiach in Amatunte il monile sia di pietre verdi, legate con oro, e quello dato ad Erifile Omero dice nella Odissea, che era di oro, e canta cos:
Che del caro marito invece ottenne
Prezioso oro.
N erano a lui ignoti i monili di varie pietre composti: infatti ne' discorsi di Eumo ad Ulisse, prima, che Telemaco venisse a loro all'ovile da Pilo, dice cos:
Un uomo d'alto ingegno un d sen venne
Dal padre mio tenendo un monil d'oro
Adorno di ambre.
E ne' doni di Penelope, imperciocch cant, che gli altri proci, e fra questi Eurimaco diede a Penelope doni:
Tosto Eurimaco porta d'oro, e d'ambre
Un monil molto lavorato e adorno
Che il sole assomigliar potrebbe in lustro.
Ma di Erifile non dice, che ricevette un monile di oro, e di pietre variato. Laonde la verosimilitudine di essere lavoro di Vulcano lo ha solo lo scettro.
3. Sopra la citt  il precipizio chiamato Petraco: e vogliono, che ivi Saturno fosse ingannato, ricevendo da Rea invece di Giove una pietra: sulla cima del monte havvi una statua di Giove non grande. In Cherona cuocendoli fanno unguenti dai fiori, dal giglio, dalla rosa, dal narcisso, e dall'iride: questi servono di rimedj ai dolori de' mortali. Quello che si fa dalle rose, se ne ungerai le statue di legno, salva anche queste dal tarlo. L'iride nasce nelle paludi; della grandezza  eguale al giglio; ma non ha il colore bianco, ed  nell'odore al giglio inferiore.
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FINE VOLUME TERZO.